Sapri e la sua evoluzione urbana attraverso l’indagine geo-storica

Piante e Disegni, cartella XXXII, conv. 4

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Con la progressiva e definitiva dissoluzione dello Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico e, Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli, le sue origini e l’evoluzione storico-urbana del centro costiero. Questo saggio vuole fare il punto di tutte le notizie storiche raccolte e documentate sulla cittadina di Sapri suntate anno per anno che sono ivi trattate in questo blog in maniera organica e approfondita con altri miei saggi a cui si rimanda per gli opportuni approfondimenti.

golfo-di-policastro

Sapri

SAPRI, TERRITORIO, L’AMPIA BAIA, IL PORTO NATURALE, LA COSTA

Giulio Schmiedt (….), nel 1975, pubblicò un interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, dal titolo Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Parte II- I Porti delle Colonie Greche’ pubblicato a Firenze nel 1975. Schmiedt (2), gà molti anni prima, nel 1972 aveva pubblicato un altro interessante studio sui porti della Magna Grecia ed aveva citato quello di S. Croce a Sapri. Si tratta dello studio ‘Il livello antico del Mar Tirreno – Testimonianze dei resti archeologici, a cura di’ (2.1). Nello studio ‘Antichi porti d’Italia’, lo Schmiedt (2), riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicame che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino” (riferendosi al punto ove si trova il Faro Pisacane) (2), a cui abbiamo dedicato lo studio: “Il vecchio Fortino borbonico a Sapri”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti e che vediamo illustrato nella foto del satellite di Fig. 1. Al limite della piana costiera, troviamo il rilevato ferroviario che lambisce la corolla di colline (mediamente lungo la curva di livello a quota +15 sopra il livello del mare). So-stanzialmente, il rilevato ferroviario, costituisce anche il limite alle aree urbanizzate, poste quasi tutte fra il rilevato ferroviario e la linea costiera che, con la sua fascia lito-ranea, lambisce il mare e la caratteristica baia antistante. La formazione e la conformazione che la pianura costiera di Sapri ha assunto nei secoli, può avvalorare alcune ipotesi sulle sue origini. Il paesaggio che oggi vediamo è stato modellato dalle significative variazioni climatiche che si sono avvicendate nel corso del Quaternario ed Olocene e dalle recenti oscillazioni del livello del mare. Il Cesarino, al riguardo, credeva che il Torrente Brizzi ” oggi modesto, scarica in mare le ultime acque di quell’immenso serbatoio idrico che fù la Valle del Noce: l’antico lago pleistocenico si svuotò nel corso dei millenni sia attraverso la vallata di Castrocucco in Calabria, sia attraverso la vallata di S. Costantino che incombe su Sapri. E la profonda gola scavata dal Torrente Brizzi nella roccia rivela la notevole portata che dovette avere nell’antichità. Se si aggiunge che la zona è interessata da quel movimento bradisismico che riguarda la Calabria costiera, e che i detriti alluvionali hanno depositato una coltre di parecchi metri.” (1) I deterioramenti climatici succedutisi nei secoli, hanno causato una serie di ciclici alluvionamenti che hanno provocato notevoli trasformazioni al paesaggio. Tali fenomeni hanno determinato l’accumulo di ingenti quantità di detriti fluviotorrenziali, causando un’aggradazione del piano di campagna ed una progradazione costiera.  L’urbanizzazione del centro abitato è andato adeguandosi alle periodiche esondazioni che talvolta si sono rivelate di notevole portata. Sono testimonianza i molti antichi fabbricati della ‘Marinella’, che presentano porzioni di ambienti e gli ingressi dei fronti principali al di sotto del piano di campagna o stradale. In seguito a scavi effettuati per lavori edilizi, sono stati ritrovate pavimentazioni e manu-fatti edilizi completamente interrate e ricoperti da terreni alluvionali. I fenomeni alluvionali che nelle varie epoche, hanno interessato gran parte della pianura costiera di Sapri, hanno determinato anche fenomeni di progressivo impaludamento dalla piana. I toponimi ‘Skidros’ o ‘Sapros’ (pantano, palude), richiamano senza ombra di dubbio ad un fenomeno di impaludamento. Inoltre, devo aggiungere che, sul lato nord-est della piana, tra la località ‘Mocchie’ e le colline del Timpone, nell’antichità, doveva aprirsi una piccola insenatura perfettamente navigabile per le leggere barche dell’epoca.

La baia naturale di Sapri e il porto

L’Antonini, della baia di Sapri in proposito scriveva che: ”che è di figura semicircolare, ha quasi due miglia di circonferenza, e la sua bocca di circa mezzo miglio, guardando per diritto a mezzogiorno; quindi è che spirando quei venti non sono sicuri nel porto;”. Il Troyli, nel 1675, parlando dei porti del Cilento, dice: “Con vedersi col medesimo seno di Policastro il Porto che di Sapri oggigiorno s’appella: il quale sebbene alquanto ripieno, è di solito di piccioli bastimenti capace, comecchè da Scirocco gagliardamente battuto; pure fù dalla natura cotanto ben disposto, che rassembra uno dei più bei porti, che abbia mai veduto. E se fosse ugualmente profondo nelle sue acque capace sarebbe di una grandissima armata navale.” (2). Nel 1815, Romanelli (6), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: “di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (6).

Troyli, vol. I, p. 59 su Sapri ed il suo porto

La baia di Sapri, una cassa armonica naturale

Come si può vedere dall’immagine satellitale tratta da google maps ed in un disegno del Genio militare napoletano che pubblicai anni fa, il litorale del paese di Sapri, ha la forma di un ferro di cavallo. La particolare conformazione orografica del territorio ed in particolare del litorale saprese, può annoversarsi tra le poche ed uniche baie naturali esistenti al mondo. Simile alla baia di Sapri è la baia di Acapulco in Messico. La particolare conformazione a ciampa di cavallo della baia di Sapri, oltre a donarle la particolare caratteristica di un porto naturale conosciuto e citato nei primi portolani esistenti, le dona anche la particolare caratteristica di naturale cassa armonica di risonanza acustica. Infatti, questa particolare conformazione naturale quasi ad emiciclo (un semicerchio con un angolo di 180°) è stato prima adottato negli Odeon greci (teatri) e poi in seguito proprio come la baia di Sapri a forma di ‘ciampa di cavallo’ la pianta dei primi teatri lirici come il San Carlo di Napoli o la Scala di Milano, rinomati per la loro risonanza acustica. In certe particolari giornate ventose, ma anche non particolarmente ventose, si può ascoltare il rumore del mare e dei gabbiani a centinaia di metri di distanza dalla battigia del mare. Nella mia abitazione che è posta nel centro abitato ma a ridosso della linea ferroviaria cioè a 600 metri dalla spiaggia, mi risveglio spesso con il rumore del mare. Il Rizzi (3), parlando dei porti cilentani, così dice del porto di Sapri: “8 -, In distanza di 15 miglia dall’Infrischi è situato il porto di Sapri, dove si avvisano dei notabili avanzi di anti-che fabbriche. Ha la circonferenza di circa 2 miglia, di maniera che possono restare nume-rosi navali. Quando spirano i venti di libeccio-mezzogiorno, e ponente-libeccio, si stà mal sicuro……Il porto di Sapri, che è di figura circolare, ha la bocca verso mezzogiorno della grandezza di mezzo miglio circa.  Mercè un braccio di fabbrica, che si farebbe stendere dalla parte di occidente, verrebonsi a riparare in parte gli inconvenienti ai quali è soggetto.”. Secondo il Rizzi, nel 1809, Sapri aveva un’attrezzatissima flotta per la pesca formata da 7 pescherecci di 3 tonnellate cadauno e da un numero imprecisato di barche.

Il fiume sotterraneo ‘Lubertino’  e u’ vull j l’acqua, in località Sciarapotamo

Già l’Antonini nel 1795, nella sua ‘Lucania’ a pag. 430, chiamava questo fiume sotterraneo ‘fiume Obertino‘. Nei pressi di questo fiume, oggi si vede solo la Torre cavallara vicereale ‘di Capobianco’, ma all’epoca ve ne era un altra oggi scomparsa la Torre ‘Obertino’. Gli antichi scrittori e viaggiatori, raccoglievano sul posto informazioni dagli abitanti del luogo ma prendevano sempre spunto da vecchie mappe o carte manoscritte come ad esempio la carta che quì pubblichiamo. Antonini (4) nei sui discorsi, così scriveva nel 1795:  “Ritornati al mare di Sapri, e ad oriente secondo l’intrapreso corso, camminando, trovasi allo scoglio detto Scialandro, sorgere in mare un notevole fiume, chiamato Obertino, la di cui acqua nei giorni di calma si può bere senza che sia con quella del mare mischiata, ma nei tempi di mediocre agitazione è coverto o confuso, ne si vede, che il solo suo gorgogliare. Or da quì sino alla marina di Maratea, che n’ è sette miglia lontano, e ch’ è una catena di continuati dirupatissimi alti scogli ( i frontoni), si trovan varie sorgive, e ruscelli di dolcissime acque, e da quando in quando delle grotte, ove i colombi fanno lor nidi, e l’està vi è deliziosa caccia di essi, che anche io due volte con sommo piacere ho…” (4 – p. 435). Lo scrittore e viaggiatore inglese Craunfurd Tait  Ramage. Il Ramage (….), nel suo “Attraverso il Cilento”, parlando del suo viaggio e della sua visita a Sapri, dopo aver descritto alcune cose viste a Sapri fornendo interessanti ed utili notizie storiche, lasciando il paese, in proposito scriveva che: “Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino. Fui felice di risalire in barca, perchè il riverbero del sole sulla sabbia rendeva pesante qualsiasi sforzo. Mentre avanzavamo le montagne si avvicinavano sempre di più alla riva, fino a sovrastare il mare. Il sentiero tortuoso si snodava lungo i pendii dei monti, ma a quest’ora del giorno sarebbe stata una vera follia tentare di percorrer la piedi. Non vi era un filo di aria ed il caldo era il più intenso che avessi provato; eppure i marinai non sembravano accorgersene, nonostante che i loro torsi nudi fossero esposti direttamente ai raggi del sole. Ora sono diventato prudente, perchè l’estate scorsa, mentre salivo lungo la strada che portava al palazzo di Tiberio nell’isola di Capri, ecc…”. Sempre il Ramage continuando il suo racconto e, mentre viaggiava in barca in direzione di Acquafredda e Maratea scriveva che: ”Mentre stavamo procedendo in direzione di Maratea i marinai mi parlarono dell’esistenza di un curioso fenomeno, e mi rammaricai di non averlo potuto vedere, prima di lasciare Sapri. Mi dissero che, vicino a Sapri, nei pressi di una roccia chiamata Scialandro, una polla d’acqua ribolle dal fondo del mare con tale forza da creare una corrente d’acqua dolce nel bel mezzo di quella salata e mi dissero pure che, quando il mare è calmo è possibile bere l’acqua dolce perchè questa non si mischia con quella salata, quando invece tira il vento essa si vede solo ribollire in mezzo al mare.”. Il Ramage si riferiva al fiume sotterraneo di natura carsica, che ancora oggi scorre nei pressi dello scoglio dello Scialandro, che l’Antonini (4) chiamava “fiume Obertino“, in prossimità della torre vicereale omonima, oggi scomparsa. Il fiume ‘Lubertino’, figura anche sulla carta geografica inedita, da me ritrovata presso l’Archivio di Stato di Napoli (5). Nella carta, figura il fiume ‘Lubertino’.  Si tratta di un fiume di natura carsica che scorre sotto terra e che sfocia in mare aperto quasi di fronte allo scoglio dello ‘Scialandro‘. La tradizione popolare lo ha sempre chiamato ‘ u vull j l’acqua‘ ( il significato dialettale di ‘u vull‘ è di bollire), ovvero il ribollire di polle di acqua sul pelo dell’acqua di mare, proprio nel tratto di mare antistante lo scoglio dello Scialandro e dovuto alla sorgente d’acqua dolce del fiume carsico e sotterraneo  che in quel punto sgorga direttamente con tale forza da fare ribollire il pelo del mare e visibile ad occhio nudo. Oggi l’acqua del fiume carsico viene captata e va ad alimentare un acquedotto per Sapri. Tutto il territorio che si affaccia sulla costa saprese e soprattutto quello che va verso Acquafredda, ha una natura ed una conformazione geologica di natura carsica con corsi d’acqua sotterranei e sorgenti che qua e la affiorano e che in passato hanno permesso il diffondersi di masserie in quelle aspre montagne come all’Orto delle canne o in località Fenosa e Vigne ecc..ecc..

Il fiume carsico ‘Obertino’ o ‘Lubertino’ e il fenomeno a mare detto “u vull’ j l’acqua”

Nel 1815 la Torre detta di “Capobianco” era ancora visibile tanto che il Romanelli (7), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…..Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (7). Dunque, il Romanelli (…), nel 1815 scriveva di Sapri e del suo Porto che vi erano due torri che chiamava 1) Torre del “Buondormire” e l’altra Torre detta del “Lubertino”. Dunque, il Romanelli non la chiamava Torre di “Capobianco” ma la chiamava Torre del “Lubertino”. Il toponimo “Lubertino” deriva molto probabilmente dalla vicina foce del fiume carsico e sotterraneo chiamato dall’Antonini (…) “Obertino” e da altri “Lubertino”. Si tratta di un fiume carsico che a mare da origine al fenomeno carsico detto dalla tradizione popolare “u vull’ j l’acqua”, di cui mi sono occupato in un altro mio saggio. La Torre detta di “Capobianco” o di “Capo Bianco“, era ancora visibile nel 1828, allorquando il viaggiatore inglese Craunfurd Tait Ramage (21), la vide e la citò nel suo ‘Viaggio nel Regno delle due Sicilie’. Ecco cosa scriveva in proposito lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (21), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria: Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due Torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino.”. Il fenomeno carsico del “Vullo di acqua”, venne bene descritto dallo scrittore e viaggiatore scozzese Croufurd Tait Ramage (….), che nel 1828, nel suo “Viaggio nel Regno delle due Sicilie“, lo descriveva. Leggendo la sua traduzione in “Attraverso il Cilento” con introduzione di Raffaele Riccio, edizione dell’ippogrifo il Ramage (….) a pp. 137-138, dopo aver parlato di Sapri, del suo porto e delle sue Torri, continuando il suo racconto ci descrive quando è sulla barca diretto a Maratea. Ramage in proposito scriveva che: “Fui felice di risalire in barca, perchè il riverbero del sole sulla sabbia rendeva pesante qualsiasi sforzo. Mentre avanzavamo le montagne si avvicinavano sempre più alla riva, fino a sovrastare il mare. Il sentiero tortuoso si snodava lungo i pendii dei monti, ecc…Mentre stavamo procedendo in direzione di Maratea i marinai mi parlarono dell’esistenza di un curioso fenomeno, e mi rammaricai di non averlo potuto vedere, prima di lasciare Sapri. Mi dissero che vicino a Sapri, nei pressi di una roccia chiamata Scialandro, emerge dal fondo del mare una polla d’acqua, che esce con tale forza da creare una corrente d’acqua dolce nel bel mezzo di quella salata e mi dissero pure che, quando il mare è calmo, è possibile bere l’acqua dolce, perchè questa non si mischia con quella salata, quando invece tira il vento essa si vede solo ribollire in mezzo al mare.”. Il Ramage si riferiva al fiume sotterraneo di natura carsica, che ancora oggi scorre nei pressi dello scoglio dello Scoglio dello ‘Scialandro’, ed in particolare parla della polla d’acqua che ribolle sul pelo dell’acqua del mare prospiciente il tratto di costa che lo separa dallo scoglio detto dello ‘Scialandro’ (Fig. 2), che figura e viene indicato anche nella carta che abbiamo pubblicato (Fig. 1). La polla d’acqua di cui ci riferisce C.T. Ramage (4), la tradizione popolare l’ha sempre chiamato ‘ u vull j l’acqua ( il significato dialettale di ‘u vull‘ è di ‘bollire’), ovvero il ribollire di polle di acqua sul pelo dell’acqua di mare, proprio nel tratto di mare antistante lo scoglio dello Scialandro e dovuto alla sorgente d’acqua dolce del fiume carsico e sotterraneo  che in quel punto sgorga direttamente con tale forza da fare ribollire il pelo dell’acqua del mare e visibile ad occhio nudo. Altri eruditi che, nel 1700, riferirono alcune notizie su Sapri è stato Beltrano (5) e Pacicchelli (6). Un altro erudito del tempo che ci ha parlato del fiume Lubertino o Obertino e del ‘U vull j l’acqua è stato il dott. Nicola Gallotti, che, dopo l’Unità d’Italia, fu eletto primo Sindaco di Sapri, esercitando nel contempo la professione medica a Sapri e di cui oggi ci restano testimonianze alcuni suoi scritti a stampa (di cui ne posseggo due). Al di là delle osservazioni prettamente mediche che il dottore Gallotti faceva e descriveva, risultano essere un’interessante testimonianza del nostro passato in quanto in essi vengono raccontate alcune notizie di storia locale ed altro. Ad esempio si parla di un fiume carsico sotterraneo che nasce dalla vicina montagna e che sfocia a mare all’altezza dello scoglio dello Scialandro, nei pressi della località detta “Sciarapotamo”, dove passando dal mare si può vedere ancora a pelo d’acqua “u vull’ j l’acqua”, in dialetto il ribollire dell’acqua del mare (7). La natura carsica dei luoghi nei pressi della baia saprese, la presenza del Monte Ceraso è attestato dalla presenza di numerose sorgenti come ad esempio la sorgente dell’Acqua media nei pressi del porto. Questa sorgente di acqua dolce, mista a quella salata di mare, che sgorga ai piedi del costone roccioso nei pressi del porto, si mischiava con l’acqua di mare salata ed è per questo motivo che veniva utilizzata nell’antichità dalle popolazioni locali per le sue qualità purgative. Tutto il territorio che si affaccia sulla costa saprese e soprattutto quello che va verso Acquafredda, ha una natura ed una conformazione geologica di natura carsica con corsi d’acqua sotterranei e sorgenti che qua e la affiorano e che in passato hanno permesso il diffondersi di masserie in quelle aspre montagne come all’Orto delle canne o in località Fenosa e Vigne ecc… Da ragazzo, mio nonno mi mandava a prendere quest’acqua in quanto essa aveva notevoli qualità purgative e depurative. La particolare salinità di questa acqua, gli donava proprietà depurative e purgative. Alla fonte sgorga un’acqua leggermente salina a causa della vena d’acqua carsica che arriva dalla montagna e si mischia con quella salata del mare. La prima citazione che ritroviamo sul fiume di cui parliamo è quello della carta corogra- fica illustrata nella prima immagine (Fig. 1) Carta del’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (2). Nella carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (XV secolo), da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig. 1)(2), il fiume figura come “Fiume Lubertino” o ‘Obertino’. La carta di Fig. 1, è di notevole importanza per l’entroterra saprese e per la sua storia, in quanto in essa figurano tantissimi toponimi interessanti. Nella carta, dunque, viene citato questo fiume carsico sotterraneo che scorre nella montagna e sfocia in mare aperto e, la carta lo chiama “Fiume “Lubertino”, che si vede disegnato sulla terra ferma, lungo la costa di Sapri in direzione di Acquafredda e proprio di fronte allo Scoglio dello ‘Scialandro‘ (Fig. 3). Guardando la carta (di probabile epoca aragonese) (Fig. 1), il fiume Lubertino, doveva nascere da due sorgenti, una è nei pressi di Torraca e l’altra invece è la ‘Serra Corbara’, delle montagne poste prima di Lagonegro, forse in località ‘Fortino’. In seguito, il fiume, sarà citato anche dall’Antonini (3) che, nella sua ‘Lucania’ del 1745 (I° edizione) e poi nel 1797, per i tipi di Tomberli, lo chiamava ‘Obertino’. Nei pressi di questo fiume, oggi si vede solo la Torre cavallara vicereale di ‘Capobianco’ ma, più anticamente vi era nello stesso luogo la Torre detta dell’ ‘Obertino’. Io credo che la Torre ‘Obertino’, che nel XIX secolo era chiamata Torre di Capobianco, prendesse il nome proprio dal fiume carsico sotterraneo. Antonini (3) nei sui Discorsi (XI), nel 1745, così scriveva: “Ritornati al mare di Sapri, e ad oriente secondo l’intrapreso corso, camminando, trovasi allo scoglio detto Scialandro, sorgere in mare un notevole fiume, chiamato Obertino, la di cui acqua nei giorni di calma si può bere senza che sia con quella del mare mischiata, ma nei tempi di mediocre agitazione è coverto o confuso, ne si vede, che il solo suo gorgogliare. Or da quì sino alla marina di Maratea, che n’ è sette miglia lontano, e ch’ è una catena di continuati dirupatissimi alti scogli ( i frontoni), si trovan varie sorgive, e ruscelli di dolcissime acque, e da quando in quando delle grotte, ove i colombi fanno lor nidi, e l’està vi è deliziosa caccia di essi, che anche io due volte con sommo piacere ho…” (3). L’Antonini (3) si riferiva al fiume sotterraneo di natura carsica, che ancora oggi scorre nei pressi dello Scoglio dello Scialandro, che l’Antonini (3) chiamava “fiume Obertino“, in prossimità della torre Vicereale omonima, oggi scomparsa. Come l’Antonini (3) che pure era stato a visitare Sapri e questi luoghi, gli antichi scrittori e viaggiatori, raccoglievano sul posto informazioni dagli abitanti del luogo ma pren- devano sempre spunto da vecchie mappe o carte manoscritte come ad esempio la carta che quì pubblichiamo (Fig. 1) che è di sicuro una copia di una carta molto più antica e risalente all’epoca Aragonese (2).

Sapri

(Fig….) Cartolina di Sapri del 1943

SAPRI DALL’ANTICHITA’ FINO AL SECOLO XX

I diversi toponimi attribuiti a Sapri nei secoli: Scidro, Scidron, Città d’Avenia, Bibo ab Sicam, Ceserma, Vicum Saprinum (a. 72 d.C.), Scido (1079), Saprà, Safri, Saperi, Portu (a. 1079), Terram Saprorum, Portus Saprorum, Porto di Sapri, Sapri

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Via S. Paolo sulle colline di Sapri

cccc

(Fig…) l’antichissima via S. Paolo che dal territorio saprese nei pressi del locale “le Capannelle” e, della Madonna dei Cordici, corre sul crinale collinare e arriva oltre Vibonati

Mia zia, Maria Attanasio racconta che sua nonna Teresa Eboli (la “vava”), gli diceva che andava con sua madre a pregare nella Cappella di Santa Maria di Porto Salvo, sita nelle contrade sopra le colline di Sapri, nei pressi della Madonna dei Cordici e poco dopo l’attuale locale chiamato “le Capannelle”. In quei luoghi, vi era anticamente una chiesetta intitolata a “Santa Maria di Porto Salvo”. Mia zia Maria, racconta che, molte famiglie Sapresi, si recavano a piedi, a far visita alla Madonna di Porto Salvo, una statuetta lignea di cui si sono perse le tracce, per farsi benedire. Oggi, di quella cappella si sono perse le tracce e sono rimati in piedi i suoi ruderi.  Proprio in quelle contrade, oltre ai ruderi della chiesetta di Santa Maria di Porto Salvo che vediamo illustrati nell’immagine, vi è anche una strada interpoderale e sterrata, sulle mappe chiamata “via San Paolo”. Questa contrada è stata sempre nel territorio della Baronia di Torraca, prima Universitas Aragonese e poi infine Comune, ma come si può ben vedere nell’immagine del satellite essa è posta non molto distante dalla costa di Sapri, con la sua ampia baia. Nei pressi di queste collinette vi è il Santuario dedicato a Santa Maria dei Cordici e il Seminario vescovile di ‘Pietradama’ che, Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, scriveva a p. 248 (v. ristampa curata da Rossella Gaetani): “…guardando in alto, vedo il colossale e incompleto Seminario di Pietradama, che spaventò il dittatore d’Italia nelle acque di Sapri.”. Oggi, guardando le mappe, la località è chiamata “Torrette Tempe”. Vibonati, è stato da secoli collegato con il territorio Saprese, da una strada interpoderale, di campagna, che corre lungo la dorsale costiera, all’altezza del locale le ‘Capannelle’. Proprio l’attuale località denominata ‘le Capannelle’, molto vicina alla contrada dei ‘Cordici’ , è limitrofa ad un’altra località che un tempo doveva essere abitata e, nelle cui prossimità dovevano preesistere diverse necropoli. Proprio nei pressi, negli anni ’70, furono scoperti diversi sacelli, tanto da farci ipotizzare la preesistenza di città scomparse. Le località di ‘S. Martino’ e del ‘Fortino’, ecc.., poste sulle alture di Sapri, a metà strada con la vicina Torraca, la località dei ‘Cordici’, scende dal crinale ……….del versante saprese e in alto, verso le ‘Capannelle’, esiste una stradina, indicata sulle mappe come ‘via S. Paolo’, che corre lungo il crinale, oltrepassa l’attuale Cimitero di Sapri, arriva fino alle ‘Ginestre’ e si prolunga fino al cimitero di Vibonati. Doveva essere la strada che in origine collegava le campagne interne dei due centri. Dal punto di vista strettamente letterario, la prima citazione di Sapri è quella di Scipione Mazzella Napolitano (…), che nel suo “Descrizione del Regno di Napoli“, del 1568, nella  sua descrizione del ‘Principato Citra (o Citeriore), a pag. 79, scrive anche di Sapri: Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano ‘Seno Saprico’ dalla città di Sapri , oggi nominata Li Bonati…” (…). Scipione Mazzella Napolitano, forse sulla scorta di altri che lo precedettero, affermava che il luogo di Sapri nel 1568, fosse nominato ‘Li Bonati’. La carta d’epoca aragonese dell’immagine Fig. 1, riveste una particolare importanza ed interesse non solo perchè riporta nomi di luoghi, alcuni dei quali ancora oggi poco conosciuti, ma anche in quanto è forse l’unica testimonianza scritta del luogo citato ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘. Probabilmente i resti dell’antica città di cui parlava Cicerone nelle sue famose lettere allo amico Attico. Bibo ad Siccam odie ruin., cosa significa questo termine o toponimo citato nella carta?. E’ sicuramente un toponimo, ovvero un nome di un luogo. ‘Bibo’ stà per Vibo o Bibone o Vibone. ‘Ad Siccam odie ruin.‘, si riferisce ad un luogo ove si vedono delle rovine, odie ruinata, oggi rovinata, forse un’antica città in rovina ed abbandonata. Letteralmente la scritta in latino ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘ si traduce: ‘Bevo alla spada oggi rovinata’ (?). La carta in questione da noi pubblicata (Fig. 1), colloca il toponimo Bibo ad Siccam odie ruin. tra un Bibone novo, forse l’odierna cittadina di Vibonati, Torraca e Sapri. E’ forse da collegare a questa antica carta d’epoca aragonese la curiosa prima citazione di Sapri. La carta in questione colloca il toponimo tra le campagne delle odierne Vibonati, Sapri e Torraca. Sappiamo di resti antichi, forse di un’antica città, rinvenuti nelle campagne tra Sapri e Torraca, nell’area dell’antico ‘Seminario‘ vescovile ‘Fanuele’. Infatti nella carta in questione il luogo viene proprio posto nell’entroterra saprese, sulla dorsale che sale verso Torraca. Sappiamo anche di reperti archeologici rinvenuti nelle campagne che da Sapri vanno sulla dorsale verso Torraca ed in particolare in località Madonna dei Cordici. Sappiamo di inportanti rinvenimenti anche recenti rimasti occultati in località Seminario Arcivescovile (abbandonato dalla Curia da due secoli), oggi nella proprietà dei Borea che ivi hanno costruito e che si sono sapute voci di scorribande di tombaroli in quei luoghi. Significativo in proposito è quanto scrive l’Archeologa Giovanna Greco (19): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (19) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (20) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (19).. Questo territorio, presenta delle importanti fonti sorgive che alimentavano certamente in epoca romana, le ville romane e le strutture portuali a S. Croce in epoca romana, attraverso gli acquedotto che scendono al Porto di Sapri. Inoltre, dobbiamo segnalare che le fonti sorgive presenti nella località dove oggi è presente una chiesetta detta la Madonna dei Cordici, potrebbero avvalorare l’ipotesi del significato dell’etimo: ‘Bibo ad Siccam odie ruin. si traduce: “Bevo alla spada oggi rovinata” (?). Alla luce di queste considerazioni, andrebbe ulteriormente indagata e rivista tutta la politica archeologica delle autorità Sapresi e della Soprintendenza della Campania, al fine di mettere in luce e di meglio valorizzare tutta l’area archeologica compresa fra il Seminario ‘Fanuele’ e ‘Madonna dei Cordici’, e le colline che degradano fino ai versanti sapresi delle contrade di ‘Fortino’, di ‘S. Martino’ e forse ‘Fenosa’. L’attuale documentazione dei rinvenimenti in quell’area, attesta e conforta la tesi di una città sepolta e scomparsa tesi questa suffragata dagli innumerevoli ritrovamenti puntualmente occultati dalle stesse autorità che hanno permesso lo scempio edilizio di proprietari stupidi ed ignoranti. Non si capisce per quale motivo le residenze dei Carabinieri di Sapri, fossero state costruite in località S. Martino, in un area scarsamente urbanizzata e distante dal locale centro abitato. Le evidenze e le notizie delle non scarse testimonianze archeologiche in quell’area, fanno ritenere ad un piano criminoso tendente ad occultare invece che valorizzare.

Paola Bottini e l’insediamento del VII-VI sec. a.C., scoperto al “Timpone”

Riguardo antichi insediamenti d’epoche passate presenti nell’area Saprese, andrebbe ulteriormente e meglio indagata la notizia citata dallo studioso Domenico Di Lascio (…), nel suo ‘Dal Sele al Lao – le vie Romane del Lagonegrese’, dove a p. 121, parlando di Sapri, citava una notizia tratta dalla studiosa Paola Bottini (…), in ‘Archeologia, Arte e Storia alle sorgenti del Lao’, ed in proposito scriveva che: “In località “Timpone” è venuto alla luce un sito antropico risalente al VII-VI secolo a. C. simile a quello trovato in prossimità della foce del Busento nei pressi di Policastro Bussentino (CAS95).”. Il Di Lascio (…), a p. 62, spiegava il significato di GAS, scrivendo che: “I dati emersi della ricerca Archeologica vengono analizzati e tratti dalle seguenti opere: CAS – (Castelluccio), P. Bottini, Archeologia Arte e Storia alle sorgenti del Lao.”. In effetti, il testo della Bottini stà nel Catalogo della mostra a Castelluccio (PZ) che fu curato da Paola Bottini e la prefazione di Dinu Adamesteanu. In effetti, Paola Bottini ed altri autori, hanno parlato approfonditamente degli insediamenti e dei recenti ritrovamenti archeologici negli Atti del Convegno che si tenne a Taranto nel 1990 e pubblicati in AA.VV. (…), ‘A Sud di Velia – I, Ricognizioni e ricerche 1982-1988′, a cui rinvio per gli opportuni approfondimenti. Nel testo citato, a p. 17, la studiosa Giovanna Greco, in proposito scriveva che: “Un recente recupero a Sapri, alle falde della collina del Timpone, di materiale ceramico sia di tipo ionico a fasce che attico a vernice nera pertinente alla fase tardo arcaica ripropone il problema dell’ubicazione di Scidro (16) subcolonia sibarita dove, secondo Erodoto, si rifugiarono i Sibariti dopo la distruzione della propria città (Her. VI, 21).”. Nello stesso testo, da p. 34 e sgg., nella ricognizione dei ritrovamenti nel territorio saprese, le studiose Fiammenghi e Maffettone (…), non citano nulla di quanto affermato dal Di Lascio (…), sulla scorta della Bottini (…), ma citano alcuni significativi ritrovamenti fatti in località ‘Canale’ e ‘Giammarone’. In particolare io credo che la Bottini (…), si riferisca all’insediamento “stagionale” ritrovato in località “Carnale”, a cui rimando per gli opportuni approfondimenti. In particolare la Bottini (…), in questo testo, pubblicò “La ricerca Archeologica nell’area del Lagonegrese”, dove però la Bottini, connette i ritrovamenti in località “Colla”, nel territorio di Rivello, con i porti Velini ecc..

La città d’Avenia

Sulla scorta di questa notizia, Luigi Tancredi (Tancredi Luigi, Il Golfo di Policastro, Napoli, 1976, e pure in ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 280), nel pubblicare il documento notarile (22) al posto di “Velia”, riporta “Avenia“, p. 23 e, successivamente il Guzzo, “Da Velia a Sapri, Itinerario costiero tra mito e storia”, ed. Palumbo, Cava dei Tirreni, 1978, p. 220), affermavano, che tra i rioni di Santa Croce e della Marinella sarebbe sorta “Avenia” di origine etrusca. Il Guzzo così si esprimeva: “Quando i romani vollero conquistarla, divampò una guerra furibonda tra i due popoli, ma la città contesa non rimase in possesso nè degli uni nè degli altri in quanto untristegiorno colpita da un terribile sisma, venne inghiottita dal mare con tutti i suoi abitanti..

Sapri nei secoli dell’Impero Romano

Io credo che Policastro non avesse un porto e che dall’epoca dei romani, il porto di Policastro fosse il portum di Sapri. Infatti, pare che all’epoca romana, il diumviro edile che sovrintendeva il porto e le infrastrutture portuali a S. Croce a Sapri, Lucio Sempronio Pomponio Prisco, appartenesse alla famiglia dei Prisco. Un Prisco aveva un ruolo importante proprio a Policastro. Io credo che, il centro demaniale di Policastro o Buxentum romana non avesse un porto o strutture portuali vere e proprie ma che tali strutture fossero state costruite in località S. Croce a Sapri che peraltro ha una baia ampia ed unica che poteva ospitare anche flotte di navi da battaglia che ivi potevano ormeggiare per attendere le armate al loro rientro. Il piccolo porticciolo e la baia naturale di Sapri, ebbero certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro (porto franco), nelle operazioni militari che si svolgeranno via mare.

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(Fig….) Magaldi Josè – disegno da me eseguito tratto dal testo di Josè Magaldi (…), op. cit., sugli scavi archeologici del 1928 condotti dalla Regia Soprintendenza alle Antichità della Campania – Salerno in occasione dei lavori condotti dai Cesarino e per la costruzione della strada SS. 18 che va verso Villammare

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(Fig….) Rilievo plamimetrico delle opere d’epoca romana a S. Croce a Sapri effettuato subito dopo i lavori di sistemazione fatti eseguire da Werner Johannoswski – le Cammerelle e ambulacro con ambienti sottostanti oggi chiusi al pubblico (Prop. Attanasio)

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(Fig….) Busto marmoreo di Lucio Sempronio Pomponio Prisco in una casa a Sapri (Foto Vincenzo Mastrangelo)

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(Fig….) Stele marmorea con epitaffio dedicato a Lucio Sempronio Pomponio Prisco – P.zza del Plebiscito a Sapri (foto Attanasio)

Il mosaico d’epoca romana da me rinvenuto nel palazzo Peluso a Sapri

Purtroppo oggi di questo bellissimo esemplare di una porzione di pavimentazione d’epoca romana costituita da un mosaico e tessere musive non restano che le mie foto che scattai in occasione di una visita che feci, allora ancora studente, all’Avvocato Vincenzo Peluso, ultimo discendente dei Peluso di Vibonati e di Sapri.

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(Fig….) Porzione di mosaico e tessere musive d’epoca Romana, da me rinvenuto nel Palazzotto Peluso in c.so Garibaldi a Sapri – oggi Proprietà Rizieri – forse scomparso – foto Attanasio

Pare che questo mosaico fosse stato ancora visibile già 1828, allorquando il viaggiatore inglese Craunfurd Tait Ramage, lo vide e lo citò. Lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (24), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria. Ecco cosa scriveva in proposito al bel mosaico che abbiamo fotografato in casa Peluso: Sulle scale di una casa, che si trova a nord di una piccola insenatura, a circa un chilometro dal paese, in una località ora denominata Camerelle – luogo dove era fosse ubicata la città antica – trovai un esemplare di mosaico grossolano.”. Dunque, il Ramage (24), aveva visto il mosaico alle Camerelle, ovvero in S. Croce, ma siccome dice: “sulle scale di una casa”, noi crediamo che non si possa escludere che si possa trattare dello stesso mosaico da noi fotografato in un piccolo ambiente di casa Peluso. Forse in seguito, il bel mosaico – che il Ramage dice essere grossolano, fu fatto trafugare dal Capo Urbano Vincenzo Peluso, nell’altra casa dei suoi avi, fatta costruire proprio dal Prete Peluso e di cui ci parla sempre il Pesce (6): “Nell’ampia spiaggia di Sapri, occupata arbitrariamente, fece costruire una villa, chiusa da mura in un quadrato con quattro torri agli angoli e con una palazzina civettuola, dalle imposte a sesto acuto, e dai muri tappezzati all’interno ed all’esterno da figure oscene”, ovvero il Palazzo in C.so Garibaldi. Era in uso comune in tante famiglie gentilizie di Sapri conservare e fare bella mostra di reperti archelogici provenienti dai ruderi in località Santa Croce a Sapri dove ancora oggi, nonostante le sfortunate spoliazioni di antiquari napoletani del ‘700, possono ammirarsi resti ed avanzi di fabbriche. Sono moltissime le famiglie che ancora ospitano materiale proveniente dalle strutture d’epoca romana a Sapri, come la Famiglia Farano, i Gaetani, i Gallotti, i Branda, i Cesarino, hanno gelosamente conservato reperti ai più oggi sconosciuti. Cosa possiamo dire dei mosaici in questione illustrati in foto. Innanzitutto era composto da due pezzi di forma pressocchè rettangolare, ed a sua volta essi erano composti da più pezzi assemblati tra loro che coprivano la pavimentazione di uno stanzino di servizio alle cucine del Palazzo, quello che nella tradizione locale veniva detto “u gliar’, ovvero un piccolo e fresco deposito di derrate alimentari ma posto accanto al locale cucina. Dalle foto si vede che la superficie era stata interessata forse in passato da uno strato di calce forse per nasconderlo alla vista. I mosaici erano composti da piccolissime tessere musive in marmo policromo di colore nero e bianco che, formavano dei motivi geometrici tipici dell’epoca repubblicana. Come abbiamo già detto, i mosaici erano due distinti e simili tra loro, adagiati e disposti vicini tra loro in modo da costituire l’intero pavimento dello stanzino angusto. Come si può vedere in una delle due foto (Fig. 4), in alcuni pezzi o mattonelle spiccano i motivi della ‘svastica’ o croce uncinata. E’ singolare che questi mosaici fossero proprio nel Palazzotto dell’Avvocato Peluso che per decenni è stato un convinto fascista e Podestà. I due mosaici di casa Peluso, non sono molto dissimili da alcuni mosaici che ancora oggi si possono vedere nelle strutture d’epoca romana in località Santa Croce e a ridosso della S.S. 18 e rinvenuti in occasione degli ultimi scavi effettuati dalla Soprintendenza di Salerno, ma in essi non vi è traccia della croce uncinata. La croce uncinata era un motivo decorativo in uso all’epoca romana negli edifici pubblici, come le termae ecc.. Il disegno di una croce greca con i bracci piegati ad angoli retti (卐 o 卍), simbolo religioso e propizio per alcune culture religiose. All’epoca del giovane Avv. Vincenzo Peluso, la svastica era il simbolo del regime Nazista – alleato del regime Fascista di Mussolini, di cui l’Avvocato era membro essendo stato per diversi anni Podestà di Sapri. 

Nel 72 d.C., il ‘Vicum Saprinum’ di Lucio Frontino

Nel 72 d.C., Frontino (1 bis), riferisce di un “Vicum Saprinum” in una non meglio precisata “Mappa Albanensium: “In mappa Albanensium invenientur haec: praeterea Vicum Saprinum et Clinivatium.. Guglielmo Goesio, curatore dell’edizione seicentesca della Lucania dell’Antonini (27), postillava al riguardo che questo nome appariva per la prima volta: “cuius alibi factam nescio mentionem”. Assume particolare importanza la citazione di un ‘Vicum Saprinum’ in Frontino (3) nel suo de ‘Coloniis’ (4). E’ l’Antonini (2) che, parlando di Sapri, riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. Giuseppe Antonini, Barone di S. Biase nella ‘Lucania’, per i tipi di Tomberli (2) riferisce: “In Frontino de Coloniis, leggiamo che Sapri fosse stato solamente un Vico:  “IN MAPPA ALBANENSIUM INVENIENTUR HAEC: PRAETEREA VICUM SAPRINUM ET CLINIVATIUM.”. Poi, l’Antonini aggiunge:“In terra voratos, e Sardiatos testimoniis dividi, ripis, rivis ecc., e come non si trova, che altri avesse mai parlato di Sapri, perciò Guglielmo Goesio scrisse: “cuius alibi factam nescio mentionem. Paolo Merola pensò che il Laos di Strabone” fosse Sapri, senza considerare, che in Sapri non è un fiume di forte alcuna, siccome Strabone dice di essere vicino a Lao, anzi che ha il nome stesso; e senza vere la distanza di tante miglia, ch’ è fra l’uno, e l’altro luogo. Luca Olstenio nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avanti avea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea. Mario Negro lo chiama Safri, e nell’Anonimo di Ravenna chiamasi Ceserma (1) seguitando forse l’antica carta di Peutingero, dove col medesimo nome vien chiamato.” (2). L’Antonini (2) riferisce la notizia che: “In Frontino de Coloniis, leggiamo che Sapri fosse stato solamente un Vico“IN MAPPA ALBANENSIUM INVENIENTUR HAEC: PRAETEREA VICUM SAPRINUM ET CLINIVATIUM.”. Poi, l’Antonini aggiunge: “In terra voratos, e Sardiatos testimoniis dividi, ripis, rivis ecc., e come non si trova, che altri avesse mai parlato di Sapri, perciò Guglielmo Goesio scrisse: “cuius alibi factam nescio mentionem.”. Da cui dovremmo dedurre, tenendo fede alle sue parole e ipotizzando il riferimento a questo sito che all’epoca Sapri doveva chiamarsi “VICUM SAPRINUM” (Vico Saprino). L’Antonini, riferisce che nella “Mappa Albanensium”, contenuta in un’opera scritta da Frontino, il De Coloniis,  : “….invenientur haec: praeterea Vicum Saprinum et clinivatium.”, che tradotto significa: “Ho trovato questo tovagliolo Albano inoltre via Saprinus e clinivatium“. Guglielmo Goesio, curatore dell’edizione seicentesca della Lucania dell’Antonini (2), postillava al riguardo che questo nome appariva per la prima volta: “cuius alibi factam nescio mentionem”. Cerchiamo di approfondire ed indagare sulla notizia dataci dallo Antonini. Il Cesarino (5) dice in proposito:  L’informazione di Frontino nel De Coloniis ( I secolo d.C.) relativa ad un ‘vicum saprinum’ citato in una non meglio precisata ” mappa Albanensium” , non ci consente alcuna illazione, laddove lo stesso curatore dell’edizione seicentesca postillava al riguardo che questo nome appariva per la prima volta: “cuius alibi factam nescio mentionem”, ovvero, questo nome appariva per la prima volta (5).

La ‘Ceserma’ dell’Anonimo di Ravenna

L’Antonini poi aggiunge: “…e nell’Anonimo di Ravenna chiamasi Ceserma (1), seguitando forse l’antica carta di Peutingero, dove con il medesimo nome vien chiamato”. L’Antonini, nella sua nota (1) aggiunge: L’accuratissimo Olstenio (8), vorrebbe che quel Ceserma si leggesse Cesae Caesaris, e che fosse la Cesariana, ubi nume Casalnuovo, ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas, Cesermia, Buxen- tum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese de’ più mediterranei della regione.”.  L’Antonini (2), a proposito di Sapri, riferiva che l’Anonimo di Ravenna (9), ragionando dei luoghi posti sul mare, voleva che Sapri fosse l’antica città romana di Ceserma, “seguitando sorse l’antica carta di Peutingero, dove col medesimo nome vien chiamata.”.  Infatti, a sostegno di una possibile localizzazione di ‘Cesernia‘ in Sapri, è la mappa Teodosiana, detta anche ‘Tavola Peuntingheriana‘, ovvero la più antica carta topografica che conosciamo (9), che tra le località costiere della nostra zona, figura ‘Cesernia‘. Il Racioppi (10), sosteneva che “l’antica città di Cesariana, non ancora di sicuro allogata, è da ricercarsi a Rivello, Sapri o Acquafredda. “. Il Battisti (11), che distingueva ‘Cesernia‘ da ‘Cesariana‘, ne propendeva per la localizzazione in Sapri. La Greco (12), in un suo studio, dice in proposito:  “Al problema, al momento insolubile, della ubicazione a Sapri della statio Caesernia, lungo la via costiera che univa Capua a Reggio (13), si connette la complessità delle emergenze monumentali nonché la presenza di un cippo funerario, pubblicato dall’Antonini e dal Mommsen, che menziona un duovir des (ignatus) che documenta una costituzione duovirale tipica di una colonia.” (….)(…).

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(Fig…..) – Carta d’Italia inserita nell’“Italia antiqua” di Filippo Cluverio (….)

Nel 450 d.C., Sapri dopo la caduta dell’Impero romano

Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano  abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. La relazione dell’archeologo Mario Incitti, redatta in occasione di un rilevamento subacqueo delle preesistenze sommerse a Santa Croce, organizzato dal locale Gruppo Archeologico di Sapri (G.A.S.) nell’estate del 1982, così si esprimeva: ”Sono del tutto assenti elementi ceramici la cui produzione inizi oltre la metà del V secolo; per cui l’abbandono del sito è da porsi in relazione con eventi accaduti intorno all’anno ‘450. E’ probabile quindi che tale situazione storica sia da connettersi con il periodo di scorrerie lungo la costa italica operata dai vandali sotto il regno di Genserico” (2). Nei secoli bui del medioevo, le nostre terre, ed in particolare Sapri e Policastro, che avevano un porto, a causa del loro isolamento e dell’orografia del territorio, vennero  scelti come luogo preferito per l’approdo e lo sbarco delle armate ed operazioni militari finalizzate alla conquista dell’Italia e meridionale. Questo è accaduto da sempre, con i romani contro i lucani, con i longobardi e le armate bizantine contro i franchi di Carlo Magno, nella guerra del ‘Vespro’ tra gli Angioini e gli Aragonesi, fino a Carlo Pisacane che sbarcò a Sapri e poi andò a combattere verso il Vallo di Diano.

Nel ‘649 d.C., Sapri aveva un porto ed una comunità cristiana

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riferitaci da Luigi Tancredi (4) che, in un suo scritto su Sapri affermava: “Sapri, aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. Il Tancredi (4), riguardo questa notizia, non cita nessuna fonte storica o archivistica. Certamente, la notizia che nell’anno 649, esistesse a Sapri una ‘comunità cristiana’, fa ritornare di molti secoli prima la datazione di un centro abitato saprese. Come si è visto dai nostri studi ed approfondimenti in base alla storiografia locale ed alla toponomastica dei luoghi indicati come ad esempio sulle antiche carte nautiche, oltre alle evidenze storiche che derivano dalle preesistenze archeologiche in località S. Croce e quelle sparse per le colline sapresi, soprattutto i rinvenimenti in località ‘Cordici‘, oppure le notizie riportate da alcuni storici del ‘600 come Costantino Gatta (31) e del ‘700 come l’Antonini (24), dopo la caduta dello Impero romano, le notizie storiche riguardo Sapri ed il Gofo di Policastro in genere, si fanno labili e scarse, tanto da far ritenere alcuni studiosi che questi siti, come ad esempio il porto romano di Sapri, dopo la caduta dello Impero romano, fossero stati del tutto abbandonati. Del VII secolo, il Duchesne (14), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno, scrive in proposito: Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese.” Di quegli anni, il registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, ecc..”. Dal punto di vista storiografico, qual’è l’ori-gine dell’interessantissima notizia riferitaci dal Tancredi (4), secondo cui: “Sapri, aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.” . Il Tancredi (4), riguardo questa notizia, non cita nessuna fonte storica o archivistica. Credo che il Tancredi, tragga l’interessante notizia da una delle lettere del papa Gregorio Magno citate dal Laudisio (6-7) e poi dal Duchesne (32). Infatti, il Romanelli (33) ed il Troyli (34), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (11)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (25-11). Sempre riguardo la notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649 (a cui faceva riferimento il Tancredi), ne fa me-moria il Laudisio (6) che, parlando di Blanda (Visconti, op. cit. , nota 10, p. 88-89), dice: ” …e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino ( che si svolse nell’anno 649). Riguardo questa notizia, il Laudisio la trae da: “an. 649 ex Binnio, tomo IV, pag. 736”. Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo (di cui possediamo un suo scritto inedito e che aiutò G.G. Visconti alla stesura del suo libro sul Laudisio – 18) che, parlando della sede vescovile di Buxentum, afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice ‘S. Martino’, vi partecipò il suo vescovo Sabbazio, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Notizia che confermiamo avendo scaricato il testo scritto in latino del 1600. La notizia ci viene confermata poi in seguito dal Duchesne (34) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (35) e, aggiunge: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (34). Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalle loro situazioni marittime, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di Brutium (Calabria). Il Papa S. Gregorio Magno af-fidò la Diocesi di Bussento al vescovo Felice di Agropoli (34) ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (34). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blando. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte….di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (34).”.

Per Lanzoni l’ubicazione di Blanda Iulia, nel Porto di Sapri

Vorrei invece approfondire la notizia del Lanzoni (…), secondo cui al porto di Sapri, poneva la Diocesi di Blanda Julia. Il Lanzoni (…), a p. 323, parlando delle antiche Diocesi crisiane, oltre a citare quella di “Buxentum”, cita quella di “Blanda Julia (Porto di Sapri)” , in proposito scriveva che:

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(Fig….) Lanzoni (…), p. 323

Riguardo Sapri, il Lanzoni, a p. 323, in proposito scrive che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195).; 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanne” : 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse Bleranae (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”. Di questi argomenti ho parlato nel mio saggio ivi: ‘La città sepolta nelle campagne sapresi’ e in ‘L’opera di cristianizzazione, le prime diocesi, l’anacoretismo ascetico ed il monachesimo nel basso Cilento’. Nei due miei saggi, cerco di fare il punto su ciò che è stato ipotizzato e scritto circa la presenza e le testimonianze di monaci iconoduli e basiliani stanziatisi nella notra terra. Ma come abbiamo visto nella pagina 323, il Lanzoni (…), a p. 323, sebbene scrivesse “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): ecc..ecc.., non riporta vescovi nell’anno 640 o 649. Il Lanzoni, scrive di Blanda Iulia, e di un suo vescovo chiamato Romano, presente il 5 luglio al sinono romano dell’anno 595, ma non dice nulla del sinodo romano dell’anno 640 o 649 a cui invece partecipò un altro vescovo di Blanda Iulia. Nel 1985, il sacerdote Luigi Tancredi (2), nel suo ‘Sapri giovane e antica’, a p. 34, parlando del suo Porto e della sua chiesa, affermava che: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. La notizia è interessantissima perchè ci fa ritornare agli albori della storia di Sapri, al secolo VII, all’epoca delle incursioni vandaliche e della prima cristianizzazione dell’area. Il Tancredi (…), però non dice nulla a riguardo le fonti da cui avesse tratto l’interessante notizia. La notizia di un vescovo di Blanda Julia, che nell’anno 640-649, partecipò al sinodo romano, è del sacerdote Nicola Curzio (…), che nel suo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, pubblicato nel 1910, in proposito scriveva che: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743). “. Dunque, riepilogando, secondo il Curzio (…), nell’anno 640-649 (secolo VII d.C., epoca Longobarda), a Blanda Iulia, forse il “Portus” di Sapri, come credeva il Lanzoni (…), vi erano due vescovi: il primo chiamato “Pasquale”, presente al Sinodo romano di papa Martino, e nell’anno 743, l’altro vescovo chiamato “Gaudioso” presente al Sinodo romano di papa “Zaccaria”. Ma se è vero ciò che scriveva il Curzio (…), mi chiedo se si fosse tratto in inganno Pietro Ebner (15) che, sulla scorta del Duchesne (14), in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, si conoscono solo i nomi di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento, per aver partecipato al Concilio romano nel 649 che costò poi l’esilio a Martino I (649-653). La notizia, era stata confermata dal Duchesne (14) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (11). Dunque, alla citazione che faceva il Curzio (…), che nell’anno 640-649, vi fosse un vescovo di Blanda Iulia al Sinodo romano, il Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, che pure aveva scritto, nel suo ‘Sapri, giovane e antica’: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”, in un altro suo passo, parlando delle diocesi tirreniche nel VII secolo d. C., epoca Longobarda, in proposito scriveva che: il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”. Vi sono delle evidenti contraddizioni in Tancredi (…), in quanto egli ha scritto che nel VII secolo d. C., a Sapri, che il Lanzoni (…), crede essere il “Portus” di Blanda Iulia, altra diocesi del Tirreno, “aveva un porto chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel 649” e, dall’altra parte, sempre parlando delle diocesi tirreniche in quel periodo, scriveva che vi era stato un silenzio di notizie storiche dagli anni 640 al 743, in quanto a suo avviso, questa zona, era occupata dai Bizantini che includeva la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli e non dalla chiesa Romana.

Nel 787, nel Porto di Sapri la flotta bizantina dell’Imperatrice Irene contro Carlo Magno

Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riferitaci dallo scritto Gianni Granzotto (2), su una grande battaglia avvenuta nel Vallo di Diano, nell’anno ‘778, tra le truppe bizantine – la cui flotta di navi, sbarcò nella baia naturale del porto di Sapri – che si scontrarono contro le truppe franco-carolingie di Carlo Magno – venute in soccorso del Principato di Benevento. Nel 1987, pubblicavo a stampa, un saggio dal titolo “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“ (…), dove citavo un’interessante notizia che riferiva il giornalista e scrittore storico Gianni Granzotto. La notizia, che riguarda il porto di Sapri, all’epoca carolingia e della dominazione del Ducato Longobardo di Benevento prima e del Principato di Salerno, fu da me citata nello studio a mia firma che commissionò il Comune di Sapri per la redazione del nuovo Piano Regolatore Generale di Sapri. Nello studio “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a p. 13, in proposito scrivevo che: “Recentemente abbiamo ritrovato una interessantissima notizia (73) sulla quale nutriamo qualche dubbio ma che che, se confermata da riscontri più oggettivi, fa certamente invecchiare di molto le origini di Sapri. La notizia riferita nel racconto del Granzotto (74). Verso la fine dell’anno 788 (75) le truppe bizantine dell’Imperatrice Irene: “Assai più forti al Vallo di Diano, verso Sala Consilina, vennero fatte a pezzi; primo fra tutti il capo della spedizione, il generale Sergio, cui fu mozzata la testa. Sulle navi che attendevano a Sapri, per riportarlo vincitore a Bisanzio…, solo poche decine di fuggiaschi riuscirono a scampare.” L’episodio ci viene confermato dal Capasso (76) secondo cui, a causa della lite sorta tra Costantino, figlio di Irene e promesso sposo a Rotrude, figlia di Carlo Magno che non volle stare ai patti, Irene spedì una grande armata militare e flotta di navi, per mare, comandata dal Sacellario e logoteta Giovanni a cui si unirono lo stratega di Sicilia Teodoro e l’ex re longobardo Adelchi (figlio di re Desiderio, ex re longobardo spodestato) che muovendo dalla Sicilia invasero la Calabria per risalire e conquistare il Ducato di Benevento. L’armata bizantina penetrata nella Lucania, si trovò di fronte l’esercito carolingio dei Franchi di Carlo Magno e di Grimoaldo III, comandate dal legato reale Guinigisio o Vinigisio, i quali, in una battaglia di estrema violenza (77) sconfissero i greci.”. Nella mia nota bibliografica (73), postillavo che: (73) La notizia del Granzotto dovrà essere ulteriormente indagata. Credo sia un’invenzione del Granzotto poichè in nessuna delle fonti vi è traccia di Sapri e del Vallo di Diano. Il luogo della battaglia è incerto: è Eginardo che lo pone in Calabria (Annales Einhardi, stà in Pertz, “Monumenta Germanicae Historiae, tomo I, ss. p. 175).”. Nella mia nota bibliografica (74), postillavo che: “(74) Granzotto G., Carlo Magno, ed. Mondadori, p. 127.”. Nella mia nota bibliografica (75), postillavo che: “(75) Theophane – Chronographia, tomo I, p. 718; tratta gli avvenimenti del mese di Novembre nell’indicazione XII, che corrisponde a Novembre dell’anno 788.”. Nella mia nota bibliografica (73), postillavo che: “(76) Capasso B., Monumenta ad Neapolitani ducatos Historiam pertinentia II, Napoli, pp. 65, 66.”. Nella mia nota bibliografica (76), postillavo che: “(77) Annales Regni Francorum, stà in Pertz, “Monumenta Germanicae Historiae, p. 82; Crhonicon Moissiacense, ibidem, p. 350; Annales Maximiani, ibidem, tomo XIII, p. 22; Annales Sithiense, ibidem, tomo XIII, p. 36; Annales Laurissenses, ibidem, tomo I, ss. p. 174; Poeta Saxo, ibidem, p. 245; Anonimo Salernitano, ibidem, parte II, tomo II, Reg. Ital.; Anastasi bibliotecarii, Historia ecclesiastica sive Crhonographia, stà in “Scriptorem Byzanti. Collct.”. Un’interessantissima notizia che farebbe invecchiare di molto le origini del porto di Sapri, testimoniandone la presenza anche intorno al secolo IX (2). Stando alle fonti, la notizia riferita al IX sec., e più precisamente nell’anno ‘787 (2), Sapri sarebbe stato conosciuto e aveva un porto. Se la notizia fosse confermata, nell’anno ‘787 (2), Sapri, non solo esisteva ed aveva un porto conosciuto ma la sua baia e porto naturale si trovarono al centro delle operazioni militari tra le armate bizantine di Irene d’Atene ed i Franchi di Carlo Magno. Durante la guerra tra Carlo Magno ed i Longobardi per la conquista dei territori del Mezzogiorno d’Italia, Sapri, la sua baia ed il suo porto naturale insieme ai territori del Golfo di Policastro dovevano dipendere da una forte influenza dei monaci iconoduli greci-bizantini che ivi si stabilirono provenienti dall’Asia minore (5) e, dovevano dipendere ed appartenevano al Ducato longobardo di Benevento che in origine, comprendeva il Ducato longobardo di Salerno. In seguito, solo i ducati lon-gobardi di Benevento e di Salerno si riunificarono nel Principato longobardo di Salerno, posto sotto il protettorato e l’autonomia concessa da Carlo Magno. I duchi longobardi, sempre in lotta tra loro, a causa dell’orografia del nostro territorio e del suo atavico isola-mento, scelsero e preferirono il porto e la baia naturale di Sapri per l’approdo delle flotte che portavano le loro armate che, sbarcate a Sapri, si scontravano sul campo di battaglia da sempre preferito, il Vallo di Diano. Verso la fine dell’anno ‘787 (2) (nel IX sec.), il porto naturale di Sapri, fu teatro delle operazioni militari sorte a causa dei continui dissidi tra le corti carolingia e quella bizantina. La notizia ci è data in un libro dello  scrittore Gianni Granzotto (2). Il Granzotto, afferma che verso la fine dell’anno ‘787 (2), il porto e la baia naturale di Sapri, furono scelte dalla flotta bizantina per attendere il loro generale Sergio per riportarlo vincitore a Bisanzio (2). Gianni Granzotto (2), racconta che, verso la fine dell’anno ‘787 (6) le truppe bizantine dell’Imperatrice (reggente) di Bisanzio, Irene d’Atene: Al Vallo di Diano, verso Sala Consilina, le truppe bizantine vennero fatte a pezzi; primo fra tutti il capo della spedizione, il generale Sergio, cui fu mozzata la testa. Sulle navi che attendevano a Sapri, per riportarlo vincitore a Bisanzio solo poche decine di fuggiaschi riuscirono a scampare.” (2). Il Granzotto (2), si riferisce ad una battaglia, combattuta nel Vallo di Diano tra le truppe della Imperatrice (reggente) di Bisanzio Irene d’Atene, contro le armate di Carlo Magno. Secondo il Granzotto, la flotta bizantina ancorata nella baia e nel porto naturale di Sapri, attendeva l’esercito bizantino ed il loro generale Sergio per riportarlo vincitore a Bisanzio (2).

Al Porto di Sapri, lo sbarco della flotta bizantina e la battaglia nel Vallo di Diano

Sebbene tutti i cronisti dell’epoca – che poi sono proprio quelli da cui sono state tratte alcune notizie storiche – cruciali per capire la storia del Mezzogiorno d’Italia nel secolo X, a cavallo tra la fine della dominazione Longobarda nel Ducato di Benevento e l’inizio del Principato di Salerno, poi divenuto in seguito Normanno – come ad esempio Eginardo o Teophane – indicassero la ‘Calabria‘, il luogo dello sbarco delle armate bizantine che doveva risalire e conquistare la Capitale del Ducato Benevento, il luogo dello sbarco è tutt’ora incerto. La citazione di uno sbarco a Sapri, è tutta del Granzotto (2), che avrà avuto dei validi motivi per affermalo ed escludere altri porti. La flotta bizantina dell’Imperatrice di Bisanzio Irene, è probabile che avesse scelto diversi porti o scali marittimi conosciuti e, controllati all’epoca ma, l’ipotesi del Granzotto non è poi tanto azzardata. Dobbiamo dire a riguardo che all’epoca Longobarda ed anche Normanna, è certo che sugli antichi docu- menti membranacei – privilegi ecc.. – i possedimenti nelle nostre terre ed il futuro ‘basso Cilento’ (che dopo gli Svevi sarà dei Sanseverino), erano detti ‘Calabrie’. Il nostro territorio – compreso una parte dell’attuale Lucania – si denominava ‘Calabrie‘. Non è quindi casuale la citazione del Granzotto (2) che immagina lo sbarco della flotta bizantina a Sapri. Inoltre, la baia ed il Porto naturale di Sapri, come pure la vicina Bussento (che ancora pare non avese mutato il suo nome in ‘Policastrum‘, facevano parte di un territorio di confine dell’antica Lucania, non del tutto controllata dal Principato Longobardo di Salerno e, forse, tutta la regione, non molto abitata, rappresentava un facile approdo per le armate greco-bizantine. Inoltre, è da considerare che Sapri, ha sempre avuto una baia naturale, facile approdo anche per una grande flotta, quale doveva essere quella greco-bizantina dell’Imperatrice reggente Irene. Non abbiamo notizie certe di approdi o porti o scali marittimi conosciuti all’epoca Longobarda (secolo X e XI) ma, dalle cronache dell’epoca, si evince che un simile episodio è accaduto poco tempo prima ad Agropoli che viene espressamente citato nelle cronache e, che quindi, se l’armata bizantina, fosse sbarcata ad Agropoli, sarebbe stata citata. Il porto o scalo marittimo di Sapri, all’epoca dello scontro, probabilmente non era conosciuto con un suo specifico toponimo ma la sua baia naturale, capace di ospitare alla fonda, grandi navi, era certamente conosciuta in atichità. La presenza dello scalo marittimo di Sapri e che esso fosse conosciuto all’epoca del Ducato di Benevento, non è attestato da documenti ma noi crediamo che lo fosse. Il Gaetani (16), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (18), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 21, proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva “Laonde questa città marittima e tanto fuor di mano da essi non fu assalita, ma fu posseduta da’ Greci Monarchi. Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia…”, riferendosi all’episodio dell’anno 915, allorchè anche Policastro fu distrutta dagli Arabi. La notizia della battaglia avvenuta tra l’esercito bizantino e quello franco di Carlo Magno, poi ripresa dal Granzotto (2) e, che andrebbe ulteriormente indagata, ci è pervenuta attraverso il racconto di alcuni cronisti dell’epoca (8,9,10,11,12,13, 14,15), ma in particolare la notizia ci è pervenuta attraverso il racconto di Eginardo (Einhardo), ritenuto il cronista di Carlo Magno. Eginardo nel suo Annales Einhardi (6), pone il luogo della battaglia in “Calabria”. Eginardo, ci parla dei confini del Ducato Longobardo di Benevento che erano costituiti buona parte del Cilento e della Calabria, sotto l’egida dei Greci-Bizantini. La notizia della furibonda battaglia tra i franchi ed i bizantini, poi ripresa dal Capasso (3), da Schipa (4) e, poi dal Granzotto (2), avevano riferito i cronisti dell’epoca (7, 8, 10, 11, 12, 13, 14, 15). Nel IX sec., i confini dell’ attuale ‘Calabria‘ erano leggermente diversi da oggi ed i nostri territori – l’attuale Golfo di Policastro, ‘basso Cilento’ e Sapri – erano detti ‘Calabria‘ o ‘Longobardia minore‘. Su alcuni documenti dell’epoca, questi territori, tra cui le ‘Calabrie‘, venivano chiamati ‘Longobardia minore’. Questi territori, all’epoca, facevano parte del Ducato di Benevento, Ducato Longobardo che comprendeva anche buona parte della Calabria. Secondo Di Meo (6), Teophane (8), tradotto, scriveva: “nell’anno 9, di Costantino, avendo rotto il trattato di matrimonio tra Costantino, e la figlia di Re Carlo; spedì Giovanni Sacellario, e Logoteta in Longobardia, insieme ad Adelgiso, che fu un tempo Re della Longobardia maggiore, il quale da’ Greci fu detto Teodoto.”. Riguardo il luogo dello sbarco delle armate e della flotta bizantina, Teofane (8), parla di Longobardia minore’che corrisponde a buona parte di quello che sarà in seguito il Principato Longobardo di Salerno di Gisulfo II –  non parla di ‘Calabria‘. Il Di Meo (6), scriveva in proposito: “I Greci in poi dissero Longobardia minore gli Stati, che di lor dominio restavano in Puglia, e Calabria.”. Quindi, secondo la bibliografia antiquaria, dal Muratori in poi, il luogo della battaglia è stato la ‘Longobardia minore’ così detta dai Bizantini, ovvero buona parte dell’attuale Calabria che, all’epoca – secolo VIII – era controllata dai Bizantini di Bisanzio. Il Porfirio (19), parlando delle probabili origini della sede vescovile di Policastro, scriveva: “Fin dai primi tempi della Chiesa, Calabria e Lucania non suonassero che una stessa regione, fin dal 315 nella Sinodo ecumenica di Nicea tra i nomi dei 318 vescovi che v’intervennero, si trovasse quello di un Marco vescovo di Calabria, pure noi avvisiamo essersi la cattedra episcopale busentina installata dopo la celebrazione del Concilio di Nicea.”.

Nel 1079, il ‘Portum‘ (Sapri ?), nella bolla di Benedetto Alfano I°, primate di Salerno

Un’altra interessante notizia su Sapri, ci viene dalla più antica fonte archivistica in nostro possesso, la lettera pastorale (bolla) dell’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, datata all’ottobre 1079 (Tancredi scrive 1099), ove Sapri figura al 7° posto delle trenta parrocchie della Diocesi di Policastro restaurata con un Portum. Secondo l’antico documento (6, 7), nel 1079, (Tancredi scrive 1099), Sapri figura con il toponimo di ‘Portum’ nell’elenco delle trenta parrocchie della Diocesi di Policastro, nella lettera pastorale (bolla) datata ottobre 1079, di Benedetto Alfano I, Arcivesco di Salerno che, a seguito della licenza per la nomina di nuovi vescovi ricevuta con la protezione longobarda nel 1058 da Papa Stefano IX (6), veniva restaurata l’antica sede episcopale bussentina “quae modo Paleocastren dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”, ordinando Vescovo della restaurata sede episcopale bussentina (rimasta vacante per diverso tempo), il monaco cavense Pietro Pappacarbone. Il documento diocesano dell’ottobre 1078 è la più antica fonte archivistica in nostro possesso. Scrive in proposito l’Ebner (6): “La notizia più antica circa l’esistenza di un locale abitato, almeno finora, è nella nota lettera (a. 166/67), dell’Arcivescovo Alfano di Salerno, con la quale ricostituiva l’antica “quae modo Paleocastren dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae” ed elevava a Vescovo il monaco cavense Pietro Pappacarbone da Salerno, destinandolo a quella sede. Nel definire i confini della ricostituita diocesi, l’arcivescovo v’includeva con ‘Cammarota’ (…), Caselle, Turturella, Turraca, anche “Portum” da identificare appunto con Sapri. Nei confini, erano incluse tutte le pertinenze e cioè case, terre, vigneti, campi, prati, pascoli, boschi, saliceti, ruscelli, acque, mercati del pesce, pievi, fattorie con servi, terre coltivate e corti e tutti gli appartenenti al clero con i loro beni.”. 

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(Fig. 3) La Bolla di Alfano I – trascrizione del testo latino pubblicata dal Tancredi (…)

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Il documento considerato dal Racioppi (6 bis) non autentico e dal Cesarino (6 tris) apocrifo, è la più antica fonte archivistica fino a noi giunta. Il documento oltre ad essere una testimonianza dell’esistenza dei centri che vi si elencano, è anche un interessante fonte per la toponomastica dei luoghi. Ma non siamo certi che l’antico toponimo di Portum che figura nell’antico documento del 1079, stesse ad indicare il luogo di Sapri.

Nel 1271, Sapri non figura in un documento angioino

In un mio saggio ho cercato di dimostrare i motivi per i quali Sapri non figura sull’interessante documento del 1271 tratto dalla Cancelleria Angioina. Sapri esisteva all’epoca ed il suo porto e l’ampia baia naturale, unica al mondo, era già conosciuta ai naviganti come si evince dallo studio cartografico degli antichi portolani e carte nautiche conosciute. All’epoca Angioina, il piccolo villaggio di Sapri doveva appartenere alla Contea di Policastro ed ai suoi feudatari e dunque rintrava nella popolazione focatica o di Torraca o di Policastro.

Nel 1200, lo scalo marittimo di Sapri ed i suoi diversi toponimi figura nelle carte nautiche più antiche conosciute

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(….) Almagià Roberto, Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in “Monumenta Italia Cartographica”, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Tav. n. …., p…..

Nel 1290, Sapri nella Carta Pisana, la più antica carta nautica conosciuta

La notizia andrebbe ulteriormente indagata in quanto due secoli dopo un Portum’ figura nella carta Pisana subito prima di Scalea. Certo è che due secoli dopo, il toponimo di Portum’ appare sulla più antica carta nautica oggi conosciuta, la Carta Pisana, risalente a forse prima del 1290 (Fig. 1). Infatti,  nella carta Pisana, sotto i porti di Policastro e Sapra o Saprà, si può leggere un Portum. Il toponimo di Portum è posto tra ‘Sapra’ e Scalea (Fig. 1). Il toponimo di Maratea nella Carta Pisana non figura. Di sicuro, il toponimo che nella ‘Carta Pisana’ indicava un porto, non corrisponde a Sapri in quanto nella carta Pisana, Sapri, figura con il toponimo di Sapra o un Saprà. Inoltre il Portum in questione si vede più vicino al toponimo e porto di Maratea essendo posto prima di Scalea (Fig. 1). Nutriamo dei seri dubbi che il Portum del documento diocesano del 1078 si riferisse a Sapri. La notizia andrebbe ulteriormente indagata in quanto due secoli dopo un Portum figura nella carta Pisana subito prima di Scalea.

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(Fig. 1) La “Carta Pisana”, portolano della metà del XIII secolo, ingrandimento dell’Italia meridionale

Nel 1320, la popolazione dell’Università di Torraca nel “Generalis Subventio Angioino”

Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 35, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: Nel ‘Generalis Subventio Angioino’ del 1320 vengono riportati per ciascuna “università”, ovvero per ogni attuale comune della provincia di Salerno, i valori dell’imposta applicata in proporzione al numero dei nuclei familiari e del loro reddito. Ogni nucleo familiare rappresentava un “fuoco”. Per risalire dal dato finanziario espresso in moneta del tempo, ossia “Once”, “Tari” e “Grana” a quello del numero dei fuochi, occorre adottare un moltiplicatore pari a circa 35 grani che rappresentava la tassazione focatica per ogni nucleo familiare di un piccolo centro come il nostro paese. Poichè ogni fuoco era composto da 6 persone è possibile ricavare il numero degli abitanti. Dal predetto documento si ricava che Torraca (e quindi anche il territorio di Sapri che ne faceva parte) nel 1320 veniva tassato per 1 oncia, 27 tarì e 10 grana. Poichè: 1 Oncia = 30 Tari = 600 Grana, nel nostro caso si ha per 1.27.10 1 Oncia = 600 Grana; 27 Tari = 540 Grana; 10 Grana = 10 Grana; Tot. = 1.150 Grana. Come si è già precisato, ogni fuoco era tassato con 35 Grana, si ottiene così: 1.150: 35 =32,86, ossia circa 33 fuochi che moltiplicato per 6, otteniamo: 33 fuochi x 6 (persone per fuoco) = 198 abitanti. Da quando sopra esposto è possibile tentare una stima del totale di abitanti; aggiungendone un 10 % di quelli non considerati nella tassazione focatica, arriviamo ad un numero complessivo di circa 220 anime.”. Il prelievo dell’imposta diretta rappresenta un tassello importante della politica fiscale angioina. La generalis subventio o colletta fu formalmente richiesta come tassazione straordinaria per la difesa del Regno ; tuttavia per la frequenza dell’esazione, essa si configurò, sostanzialmente, come un vero e proprio tributo ordinario e annuale. Nel solco dei cambiamenti già apportati dalla monarchia normanno-sveva, furono i primi due sovrani angioini, Carlo I e Carlo II, a intervenire nel sistema fiscale, precisando più compiutamente le funzioni degli ufficiali preposti alla riscossione dell’imposta e le procedure legate al prelievo. Le pratiche fiscali messe in atto nel corso del XIII secolo sono state ampiamente studiate nei lavori di Romolo Caggese, Giuseppe Galasso, Jean-Marie Martin, Serena Morelli e Giovanni Vitolo. Meno note sono invece le situazioni che si vennero a creare con i sovrani successivi, i quali non intervennero in maniera significativa in ambito fiscale, ma adottarono la politica già tracciata dai loro predecessori, declinandola secondo i contesti e le contingenze. Il presente lavoro si propone, pertanto, di offrire una panoramica sulle diverse modalità di applicazione del prelievo diretto nelle ancora poco studiate periferie del regno tra XIV e XV secolo, soffermandosi in particolare sulle due province di Terra di Bari e di Terra d’Otranto, sulla scorta della documentazione offerta dai Registri ricostruiti della Cancelleria Angioina, dai Libri Rossi e dai Codici Diplomatici. Verranno presi in considerazione alcuni interessanti aspetti dell’amministrazione fiscale : le competenze degli ufficiali preposti alla riscossione ; la serrata contrattazione tra la monarchia e le università ; le concessioni di riduzioni e remissioni di una parte o dell’itera somma da versare e infine la ripartizione dell’onere fiscale all’interno delle comunità.

Nel 1300, la tassazione fiscale in epoca Angioina

Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Il lungo conflitto angioino aragonese ebbe come teatro di combattimento il basso Cilento, e gli effetti disastrosi si perpetueranno per diverso tempo in tutto il territorio. La stessa Policastro, ed i castelli del circondario, compreso quello di Torraca, dopo il conflito, vengono defiscalizzati in virtù delle misere condizioni i  cui erano precipitati. Un dato preciso si ricava dagli archivi Vaticani, nei quali viene riportata la tassa cosiddetta dei “servizi comuni” pagata dai vescovi, infatti, negli anni successivi al conflitto la diocesi di Policastro risultava la più povera, poichè pagava appena 84 fiorini l’anno, contro i 350 di Capaccio e i 1.500 di Salerno.”.

Nel 1310, Torraca, Tortorella e Policastro nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae

Nicola Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Del ‘casti Turticelle’ viene fatto menzione anche nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”.

Foglio 250 IN EPISCUPATU POLICASTRENSI (38)

  • Mensa episcopalis policastrensis valet unc. XXV solvit unc. II.
  • Capitolum policastrensie, clerus castri Rocce gloriose, clerus casalis ipsius, clerus Gamarote, clerus castri Turticelle, clerus castri Rivelli, clerus castri Lacinigri, clerus Baccaglione, clerus casalis Bonati abbates omnes subiecti policastrensi episcopo, solverunt unc. III tar. XXV

Foglio 250 (v)

  • Presbiteri et clerus policastrensis ecclesie tar. XII
  • Archidiaconus policastrensis pro bonis, que habet in Rocca gloriosa, que valent unc. II tar. VII, tar. III gr. XV

Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”.

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Nell’8 agosto 1324, il “Tenimentum et Portus Sapri”, in un documento di re Roberto d’Angiò

Pietro Ebner (…), parlando di Sapri in età Angioina, in proposito scriveva che: “Mancano notizie in età normanna ed angioina del villaggio e del suo approdo monopolizzato dal vicino e più importante porto di Policastro.”. Ebner, a p. 592, dice che per quanto riguarda Sapri, il ‘Cedolario’, rinvia a Policastro. Ma non è così come vedremo. Probabilmente Ebner non si era accorto dell’interesante citazione di cui stò accennando. I due studiosi Natella e Peduto (…), citano Matteo Camera (…), che nei suoi ‘Annali delle Due Sicilie’ per l’anno 1333, vol. II, a pp. 309-314, ci parla della colonia di Genovesi e di Bartolomeo Roveti. All’epoca Angioina, Sapri aveva un porto che doveva essere conosciuto in quanto lo ritroviamo menzionato in un documento del 1324 tratto dai Registri della Cancelleria Angioina e pubblicato da Matteo Camera, nei suoi “Annali”, nel 1860. L’antico documento (…) si riferisce ad un editto di re Roberto d’Angiò che concedeva la città di Policastro al soldato Bartolomeo Roveti, dopo l’avvenuta distruzione della città di Policastro che nel 1320 fu distrutta dalla flotta Aragonese al comando dell’ammiraglio genovese Corrado Doria. A Sapri, che in quegli anni doveva essere un piccolo villaggio marinaresco, doveva esistere un porto marittimo avendo la sua ampia baia un approdo e riparo sicuro per i vascelli che operarono durante la terribile guerra del Vespro tra gli Angioini e gli Aragonesi. La notizia di un porto a Sapri in epoca Angioina è provata e testimoniata proprio da questo documento di cui parlo. Il documento del 1324, “storico e inedito”, pubblicato dal Camera (…) nei suoi “Annali”, è di notevole importanza anche per Sapri in quanto in esso si cita più volte il Porto di Sapri (“portus Sapri”). Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 313, parlando della città di Policastro e continuando il suo racconto sull’editto di re Roberto d’Angiò che donava Policastro al milite genovese Bartolomeo Roveti (di cui ho parlato in un altro mio saggio sulla guerra del Vespro e la nostra terra all’epoca Angioina), in proposito aggiungeva e scriveva che: “Non appena fatto passaggio la nuova colonia genovese in Policastro, nacquero varie questioni petitoriali, possessoriali ec. su di esso territorio, alle quali re Roberto con suo editto pose termine – Rapportiamo questo altro documento storico anche inedito: “Robertus etc. Bonofiglio de Guardia militi magne nostre Magistro Rationali consiliario familiari et fideli suo gratiam etc….“. Il Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 314, trascrive il testo finale del documento: “Datum apud castrum–maris de Stabia per Iohannem Grillum de Salerno etc. anno domini MCCCXXIIII die octavo augusti VII Indictionis. Regnum nostrorum anno XVI (1).”. Re Roberto d’Angiò scriveva dal castrum di Castellammare di Stabia a Giovanni Grillo di Salerno. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ex regest. Reg. Roberti an. 1324 lit. C. fol. 22 fol. 208.”.

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(Figg….) Documento del 1324, tratto dalla Cancelleria Angioina e pubblicato da Matteo Camera (…), nei suoi ‘Annali’, vol. II, pp. 313-314 per l’anno 1333 (Archivio Storico e digitale Attanasio)

Il documento del 1324, “storico e inedito”, pubblicato dal Camera (…) nei suoi “Annali”, è di notevole importanza anche per Sapri in quanto in esso si cita più volte Item est in dictis tenimentis portus Sapri et Sici quidem mons magnus etc…“. Come si può leggere dal testo in latino dell’editto di re Roberto d’Angiò (…), trascritto integralmente da Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a pp. 313-314: Item est in dictis tenimentis portus Sapri et Sici quidem mons magnus cum nemore magno ubi sunt venationes animalium silvestrium et glandes dossent percipi usque ad pretium sex unciarum per annum quem dictus Bonusfilius locare non potest dictis Ianuensibus nisi ex dominica jussione ad quod toliter ecc…” e, ancora: “…antiquo demanio certa tenimenta et terras que censuerunt pro certis pecuniis et victualium quantitatibus inter que est tenimentum Squisi et Portus Sapri qui locari possunt, dictum tenimentum Squisi pro unciis duabus et tenimentum portus Sapri qui locari potest annuis unciis auri quatuor petunt inde aliquid minui, ad quod taliter respondemus quod gratiose concessimus usque ad quindecim annos ad dictum vel alium consuetum censum seu pecuniam minime teneantur, ad sextum quod incipit Item terre demanii et tenimentorum prefatorum locari non possunt singulariter et divisim omnibus illis personis que apte essent ad recipiendum titulo locationis easdem eo quod persone ipse nondum venerunt omnes etc…”. Da cio che leggo si comprende che il re Roberto d’Angiò con questo editto indirizzato a Giovanni Grillo di Salerno, oltre a Policastro dona al capitano Genovese Bartolomeo Roveti anche il tenimento e porto di Sapri. Sulla notizia della colonia dei Genovesi al comando di Bartolomeo Roveti che doveva ripopolare Policastro, ha scritto il canonico Luigi Tancredi (…) che però non si accorse dell’interessante citazione di un “tenimenti e Portus Sapri”. Purtroppo questo documento angioino di Roberto d’Angiò non è stato possibile reperirlo sui registri ricostruiti da Riccardo Filangieri e pubblicati dall’Accademia Pontaniana a cura di altri autori. L’ultimo registro della Cancelleria Angioina andata distrutta e ricostruito è il n. 50 a cura di Riccardo Palmieri del 2010 che va dagli anni 1267 al 1295.  Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 29 e s. scrive in proposito che: Sulla ricostruzione di Policastro abbiamo alcuni documenti nei registri angioini. Altro decreto dispone che le case e i beni degli abitanti che non tornano entro 18 mesi alle loro abitazioni di Policastro, passano in proprietà dei nuovi coloni (78). Per vent’anni nessun barone dovrà costruire casa a Policastro e gli abitanti dei dintorni devono accorrere in difesa della città, in caso di pericolo (79). Questi sono i decreti del re. Non sappiamo in che misura furono osservati nell’allegra anarchia nel regno angioino, ma la ricostruzione ci fu.”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (78) postillava che: “(78) Archivio di Stato di Napoli, Reg. 255, Carte nn. 22-25 (8 luglio 1324).”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (79) postillava che: “(79) Ibidem.”.

Nel 1300 (?) o 1569 (?), la “Torre Scilandro”, lungo la costa che corre verso Acquafredda ed il canale di Mezzanotte o confine con la Basilicata

Torre dello Scialandro............

Torre di Scialandro

(Fig….) “Torre Scilandro” – oggi erroneamente segnata su google maps come “Torre Mezzanotte” – probabilmente Torre angioina, posta poco distante dalla spiaggia e dal Canale di Mezzanotte, da cui fu avvistato il gruppo del Carducci dagli sgherri del prete Vincenzo Peluso.

Verso la fine del ‘500, si trovano le prime notizie sulle torri costiere costruite lungo le pendici del litorale costiero del Regno di Napoli. In particolare in questio saggio vorrei parlare delle Torri conosciute lungo il litorale saprese, alcune delle quali oggi non visibili perchè abbattute o distrutte o chissà cosa, come ad esempio la Torre detta del Bondormire che si trovava lungo la costa ad occidente da Sapri, dove oggi si trova il Faro “Pisacane” antistante l’Ospedale Civile di Sapri. La documentazione in nostro possesso ci permette di avere alcune notizie sicure sulle Torri esistenti, da costruire o costruite in epoca Vicereale. I primi documenti risalgono all’anno 1569. Posso dire che ancora oggi nella tradizione orale le torri cavallare e di avvistamento, che ritroviamo visibili lungo i crinali del litorale delle nostre coste vengono dette “Torri Normanne”. Eppure molte di queste sono Torri Vicereali, overo Torri quadrangolari fatte costruire alla fine del ‘500 dai Vicerè Spagnoli. E’ singolare che nella tradizione popolare le nostre torri vengano dette Normanne. Credo che molte di esse esistessero già a i tempi dei Normanni e che in seguito furono fatte rinforzare da Federico II di Svevia. Le torri preesistenti avevano forma diversa da quelle come oggi appaiono.  Delle torri preesistenti però, si conosce molto poco. Si sa poco cioè delle Torri costruite prima dell’epoca Vicereale, di cui disponiamo una buona documentazione. Delle torri preesistenti lungo il litorale costiero del basso Cilento dovevano certamente esistere in epoca Federiciana e poi ancora in seguito in epoca Angioina. Molte di queste torri furono poi in seguito fatte rimaneggiare e rinforzare dagli Aragonesi che dominarono a lungo sul Regno di Napoli. Sappiamo che Federico II di Svevia avocò a se molti castelli e torri esistenti nel Regno allora detto di Sicilia che comprendeva pure le nostre coste. Sull’epoca di fondazione della ‘torre dello Scialandro’, come pure di altre torri come quella della ‘Petrosa’ a Villammare, questa pure citata dal Pasanisi, o della ‘torre del Buondormire’ a Sapri, non abbiamo notizie documentate ma credo si tratti di torri molto più antiche risalenti all’epoca anteriore della guerra del Vespro tra Angioini ed Aragonesi. Le Torri di guardia o di avvistamento (guardiole), più piccole, con pochi uomini di guardia ed un solo cannone, erano disposte sulle alture, oppure lungo la costa, spesso in località difficilmente raggiungibili, ma in ottima posizione per sorvegliare molte miglia di mare. ogni torre era in vista delle due limitrofe, in modo da poter comunicare, sia durante il giorno (segnali di fumo) che di notte (con l’accensione di fuochi). Il numero di fuochi corrispondeva a quello delle navi in arrivo e la fumata, (nei limiti delpossibile…..) era rivolta nella direzione da cui queste provenivano. entrambi i tipi di segnalazione erano preceduti da un suono di campana. Le Torri angioine, più antiche, di forma cilindrica, con basamento a tronco di cono che rappresenta i 2/3 dell’altezza dell’intera torre ed è sormontato da una cordonatura (redondone o toro) di tufo grigio in piperno (roccia vulcanica proveniente dalle cave napoletane poste ai piedi dei Camaldoli) o materiale simile, e mura poco spesse. Avevano funzione, essenzialmente “di avvistamento”. Le torri circolari, quelle d’epoca Angioina, caddero in disuso con l’avvento della polvere a sparo. Fu l’avvento dell’artiglieria a segnare il passaggio dalla forma circolare a quella quadrata, per meglio resistere alle cannonate. Le nuove Torri, costruite con criteri più moderni, erano così in grado di assolvere a funzioni di avvistamento, riparo ed anche offesa. Talvolta, due o più Torri venivano unite da ballatoi. L’ingresso veniva aperto sul lato a monte, al piano superiore (3-6 m. di altezza) e poteva essere dotato di una scala retraibile., anziché in muratura. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo pregevole studio sui ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, nel capitolo III: “Le Torri costiere nel Viceregno”, a p. 45, mostrava un disegno tratto dalle Carte e stampe, conservate all’Archivio di Stato di Napoli, da cui io stesso, trassi diversi documenti inediti:

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(Fig….) Disegno della forma delle Torri marittime di avvistamento tratto dal Vassalluzzo (…), op. cit.

In questo disegno, si vedono le due principali tipologie di torri costiere. La torre dello Scialandro, appartenente al sistema difensivo costiero del Regno di Napoli, ma di sicuro non faceva parte del programma di costruzione promosso dal Governo Vicereale. Situata su uno sperone roccioso nei pressi del “Canale di Mezzanotte”, non conosciamo l’epoca di fondazione, ma essendo la sua struttura di foma a pianta e sezione circolare, dunque con base e tronco cilindrico, rappresentando ed assumendo la quasi perfetta forma di un cilindro, essa si configura tra le tipologie costruttive usate molti secoli prima dell’epoca Vicereale. Io credo che la sua forma cilindrica, può avvalore l’ipotesi che essa sia una Torre molto più antica e forse risalente al periodo Angioino. Per le torri Vicereali, ovvero le torri costiere, oggi in parte ancora visibili anche se dirute, al contrario è stato scritto molto. Le torri costiere vicereali sono le torri costruite lungo la costa del Regno di Napoli ed in particolare quelle Tirreniche, dal Governo dei Vicerè Spagoli, ce tra gli anni 1555 e 1582, intrapresero un programma di costruzione molto vasto.  Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, racconta della richiesta che Don Sancio Martinez, nel 1554, fece alle Università del luogo per la costruzione di due nuove Torri a Molpa e Palinuro. Il Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta dell’Alfano (…), a p. 197, scriveva in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni.“. Dunque, secondo il Vassalluzzo (…), ad oriente di Sapri, l’unica Torre esistente e costruita era quella di Capobianco, anticamente detta Torre dell’Obertino. Dal sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nessuna citazione delle torri costiere più antiche ed in particolare della ‘Torre di Scialandro’, di cui parlerò. Nel 1978, e nel 1991, Angelo Guzzo (…), pubblicò due libri di estremo interesse per la ricostruzione storiografica delle nostre zone. Nei suoi ‘Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia‘ e, nel postumo ‘Sulla rotta dei Saraceni –  La difesa anticorsara sulla costa del Cilento’, il Guzzo, anche sulla scorta del Pasanisi e del Vassalluzzo, fa una disamina della costruzione delle Torri marittime Vicereali costruite sul finire del XVI secolo, lungo le noste coste, da tempo oppresse dalle incursioni barbaresche. Secondo la ricostruzione che il Guzzo (…) fa, anche sulla scorta dei documenti di Archivio raccolti e citati dal Pasanisi (…) “Solo nel 1566 venne l’ordine della costruzione delle torri nelle rimanenti parti del Principato Citra, nel tratto cioè, che da Agropoli si estende fino a Sapri e non comprese nel precedente bando. Le torri da edificarsi o da accomodarsi ed indicate dall’Ingegnere Tortelli, che era stato inviato in quella provincia dal Duca d’Alcalà, furono le seguenti: 35) Una allo Scialandro, presso Sapri”. Dunque, il Guzzo (…), a p. 247, scriveva che la Torre dello Scialandro, veniva costruita a seguito dell’orinanza vicereale del 1566. Ma rileggendo il Pasanisi (…), abbiamo visto che l’epoca di costruzione di quella torre non si evince. Dal documento citato a p. 429 nella sua nota (1), si evince che l’università di Rivello, nel 1567, veniva esentata dal pagamento dei pesi per la Torre dello Scialandro, ma non si evince da nessun documento che la ‘Torre dello Scialandro’ rientrasse nel programma dell’ordinanza del 1566. Ancora il Guzzo (…), a pp. 248-250, in proposito scriveva che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località (e continua l’elenco delle torri a p. 250): “alla Petrosa, a Villammare; al Buondormire, presso Sapri, alla foce del torrente Rubertino, presso Sapri, allo Scialandro, presso Sapri.”. Il Guzzo, racconta che, sebbene la richiesta di tasse per la costruzione delle due nuove torri fosse stata negata dalle Università del posto, queste due nuove torri erano operanti nel 1557. Il Guzzo (…), a p. 248, scriveva in proposito che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località:………………….”. Anzi il Guzzo (…), a p. 250, scriveva che: “Alla fine del 1570 sulla costa cilentana, di tutte le torri progettate e comprese nel bando del 1566, solo le seguenti erano effettivamente compiute, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati: – ………………. (35).”. Il Guzzo (…), a p. 252, nella sua nota (35), sulla scorta del Vassalluzzo (…), che a p. 197, del suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, nella sua nota (…), postillava la stessa cosa “……………………. Il Guzzo (…), nelle pagine seguenti, parla del programma di costruzione attuato nel Regno di Napoli dal governo Vicereale Spagnolo e a p. 250, a proposito della Torre del Buondormire, dice che questa era una delle torri che furono completate alla fine del 1570 e a p. 252, nella sua nota (35), postillava che: “(35) La Torre del Buondormire ora del tutto scomparsa, era ancora visibile nel 1888. Vi furono come torrieri: ecc..ecc..”. Il Guzzo (…), riguardo la documentazione attestante la notizia che alla fine del 1570, ricavata dal Pasanisi (…), la costruzione della Torre del Buondormire, presso Sapri, era effettivamente compiuta, in proposito postillava che: “(22) Perc. Prov. Fascio 119, fol. 138- citato da Pasanisi O., op. cit., pag. 433.”. Dunque, se notiamo bene, il Guzzo, sulla scorta del Pasanisi e dei documenti di Archivio citati, scrivendo che detta suffraga la costruzione “effettivamente compiuta”, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati”. Dunque, il Guzzo, sulla scorta del Pasanisi (…), comprendeva nell’elenco delle torri che venivano costruite nel 1566, anche quella dello Scialandro. Il Guzzo, nel suddetto elenco, citava la ‘Torre dello Scialandro’ e la citava dopo la Torre alla foce del torrente Rubertino che abbiamo visto essere poi stata chiamata Torre di Capobianco che è ancora visibile davanti lo scoglio dello Scialandro. Dunque, stando a ciò che lo stesso Guzzo scrivesse a p. 250, la Torre dello Scialandro seguiva in successione quella del torrente Rubertino, e dunque, questa torre doveva essere una torre posta lungo la costa dopo quella del torrente Rubertino. Sempre il Guzzo (…), a p. 253, scriveva che con la nuova tassa imposta nel 1582, e per effetto di essa furono portate a termine anche la torre alla foce del torrente Rubertino, presso Sapri. Dunque, della torre dello Scialandro, non si dice più nulla. Forse perchè era una torre già preesistente, come io credo, ma in rovina e dunque giudicata non idonea al programma di costruzione portato a termine dall’Ingegnere Tortelli. Dalla documentazione della Camera della Sommaria Vicereale del Regno di Napoli, pubblicata dal Pasanisi (…), si evince che la costruzione delle Torri cavallare fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli per la difesa delle coste e delle umili popolazioni dell’epoca, non interessavano alcune Torri costiere che già dovevano essere preesistenti, se non per il solo loro rafforzamento. Ma se il Guzzo (…), sulla scorta di Onofrio Pasanisi, a proposito di questa torre, a pp. 248-250, in proposito scriveva che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località (e continua l’elenco delle torri a p. 250): “alla Petrosa, a Villammare; al Buondormire, presso Sapri, alla foce del torrente Rubertino, presso Sapri, allo Scialandro, presso Sapri.”. Dunque, anche in questo caso il Guzzo (…), ci dà un quadro distorto della realtà dei fatti, in quanto secondo quanto asserisce, la torre dello Scialandro, si costruiva nel 1567. Come ho avuto già modo di ribadire, la torre dello Scialandro, nel 1567, era già preesistente ma dal documento citato dal Pasanisi non si evince che fosse in costruzione. Forse nel 1567, la Torre dello Scialandro, come altre torri già preesistenti, erano state oggetto di interventi di manutenzione. Sempre il Guzzo, a p. 253, scrive che nel programma di costruzione attuato nel Regno di Napoli dal governo Vicereale Spagnolo, per effetto della nuova tassa imposta nel 1582, fu portata a termine alcune torri ma nel suo elenco non figura quella dello Scialandro. Infatti, se la Torre dello Scialandro, veniva citata da Scipione Mazzella Napolitano, nella sua prima edizione del 1568, mi chiedo come fosse possibile che questa torre, pur essendo compresa nel programma di ricostruzione del 1566, non fosse stata ultimata a seguito del programma attuato a seguito della tassa del 1582. L’unica spiegazione logica è quella, come io credo, che la Torre dello Scialandro, fosse una torre già peesistente ancora prima della costruzioni vicereali e che poi in seguito, fu compresa nel programma di ricostruzione per rinforzarla ma, come io credo, i lavori non furono del tutto ultimati a causa del fatto che mancavano i fondi per ricostruirla o rinforzarla. Infatti, il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta del Pasanisi (…), a p. 197, scriveva in proposito che: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni.. Dunque, secondo l’elenco che fa il Vassalluzzo (…), tra il 1568 e il 1584, sulla ‘Torre dello Scialandro’, a sua guardia non risulta nessun torriere ma risultano torrieri a guardia delle torri di Buondormire e di Capobianco. Ovviamente il fatto che non risultassero torrieri a guardia della ‘Torre dello Scialandro, nel secolo XVI, non significa che questa torre non fosse già preesistente.  Il Guzzo (…), sulla scorta del Pasanisi (…), a p. 253, scriveva che nel 1580, la vicina Università di Maratea, “ricorreva al Vicerè per la mancata costruzione di una torre, già ordinata dal Governatore Conte di Briatico, nel luogo detto di Acquafredda, presso la grotta della Scala, approdo e dimora dei corsari (39).”. La “Grutta d’a Scala” (il nome significa ‘grotta della scala’). Il Guzzo, a p. 253, in proposito a questa torre in Acquafredda, nella sua nota (39), postillava che: “(39) O. Pasanisi, op. cit. p. 435.”. Infatti, Onofrio Pasanisi (…), a p. 435, aveva scritto che: “Nel 1580 l’università di Maratea ricorreva al vicerè per la mancata costruzione d’una torre già ordinata dal governatore Conte di Briatico nel luogo detto dell’Acqua fredda presso la grotta della Scala, approdo e dimora dei corsari (2).“. Il Pasanisi (…), a p. 435, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Proc. R. Cam. (p.a.) n. 3037, vol. 277.”. Ma in questo caso il Pasanisi (…), non si riferiva alla ‘Torre di Scialandro’, ma si riferiva ad una torre costruita ad Acquafredda, nel luogo, dove io credo, oggi vi è la Villa Nitti. La vicina spiaggetta della grotta della Scala si trova ad Acquafredda di Maratea in Provincia di Potenza, ed è molto probabilmente la spiaggetta dove sbarcò il gruppetto al seguito di Costabile Carducci. Non sappiamo se il 10 marzo 1577, secondo quando scrive Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, a p. 281: “il regio misuratore delle Torri delle cinque provincie di Terra di Lavoro, Principato Citra (il nostro) Basilicata, Terra di Bari e Capitanata, Liberato Lucido, ecc..”, l’avesse visitata insieme alle altre preesistenti lungo il litorale costiero del nostro Principato Citra. Certo è che se fosse ritrovato l’antico verbale di visita di Liberato Lucido, Regio misuratore del Regno di Napoli al tempo del governo dei Vicerè Spagnoli, sarebbe un ulteriore testimonianza dell’esistenza, anzi preesistenza della ‘Torre di Scilandro‘. A tal proposito stò cercando i registri ‘Quinernioni’, dove si annotavano le Sentenze e delibere della Regia Corte della Sommaria, come ci dice il Capasso. Riguardo la torre marittima della Molpa, requisita dal duca d’Alcalà, al De Leyna, e in seguito, il 10 marzo 1577, dunque dopo la prima edizione del Mazzella, secondo quanto il Pasanisi postillasse nella sua nota (3), si riferiva al “(3) Proc. R. Camera, n. 3749, vol. 315, p.a.”. Come pure, potrebbe risultare interessante il documento citato dal Guzzo (…), a p. 258: “Carta n. 41 del Volume 104 dell’Archivio di Stato di Napoli, Sommaria Diversi, I numerazione, in cui è ben chiaro il numero ed anche la dislocazione di tutte le torri marittime del Regno.”. Forse la ‘Torre dello Scialandro’ era una torre già preesistente, come io credo, ma in rovina e dunque giudicata non idonea al programma di costruzione portato a termine dall’Ingegnere Tortelli. Mazzella (…), a p. 87, elencava le torri costiere esistenti nel 1568, ed in proposito citava solo la torre dello ‘Scialandro’, scrivendo: “37 T. di Scilandro in Territorio di Policastro”. Scipione Mazzella (…), nel suo elenco delle Torri di Principato Citra, citava anche la “58 T. del Crivo di Scilandro in territorio di Cammerota”, confondendola con l’altra ‘Torre del Crivo‘, e confondendola il luogo, dicendola a Camerota. La torre dello Scialandro è una torre molto più antica delle altre visibili che la tradizione popolare orale chiama ‘Normanne’ ma, costruite in epoca Vicereale. Le torri vicereali,  non sono di forma circolare come quella dello Scialandro, ma esse hanno una sezione a base quadrata e, in elevato assumono una quasi perfetta forma cubica. La Torre dello Scialandro, invece, diversamente dalle altre e unico esempio esistente fino a Novi Velia, ha una sezione a base circolare ed in elevato, assume una forma quasi cilindrica, rastremandosi verso l’alto, forma questa tipica delle Torri d’epoca Angioina, dunque molto più antica delle altre. Inoltre, molti scrittori che l’anno citata, l’hanno confusa con la vecchia Torre dell’Obertino poi detta di Capobianco. La Torre dello Scialandro, come si può ben vedere in tutte le altre carte geografiche citate, è sempre segnata lungo la costa che da Sapri va verso Acquafredda ma posta in successione alla Torre di Capobianco. Credo che la Torre di Scialandro, sia la seconda torre ad oriente di Sapri e del fiume Lubertino, che si vede disegnata in rosso nella carta d’epoca Aragonese. Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848′, edito nel 1909, parlando dei fatti che accaddero nel 1848, e sul Carducci, nel suo vol. II, a p. 5, in proposito alla torre che io credo fosse dello Scialandro, scriveva che: “Alcuni corsero ad avvertire le guardie doganali in una antica torre posta a ridosso della collina e addetta a caserma. Il brigatiere delle guardie, Salvatore Miggiani, raccolti i suoi pochi dipendenti ecc..”. A tal proposito, devo però citare il racconto dell’episodio e dei luoghi che fa Franco Maldonato (…), nel suo ‘Teste mozze’, edito recentemente, che a p. 104, in proposito allo sbarco di Carducci ad Acquafredda scriveva che: “Messo al sicuro il gozzo, si inerpicano in cerca di cibo verso l’abitato, un borgo di duecento anime, noto come Acquafredda perchè nelle acque rivierasche affiora, una bolla visibile solo in tempo di bonaccia, una sorgente sotterranea di acqua dolce, più fredda delle altre correnti in ogni periodo dell’anno. Quivi si era rifugiato il sacerdote Vincenzo Peluso, che in gennaio ..”. Maldonato (…), a p. 105 continuando il suo racconto scriveva che: “ritenne più prudente ritirarsi ad Acquafredda, poco più di cinque chilometri da Sapri, in una casina a forma circolare situata su un colle che guarda direttamente verso il mare ma dal lato opposto del Porticello.”Dunque, secondo il Maldonato, il vecchio prete Vincenzo Peluso, nel gennaio del 1848, si era ritirato o “rifugiato” in una una casina a forma circolare situata su un colle che guarda direttamente verso il mare ma dal lato opposto del Porticello.”.

Due torri costiere, in una carta inedita d’epoca Aragonese

In particolare per i casali citati, ci conforta l’immagine Fig…. (…), della carta d’epoca aragonese – dove essi vengono citati. La carta inedita, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, riveste una particolare importanza per i nomi dei luoghi o toponimi in essa citata, inoltre essa, è forse l’unica testimonianza cartografica dei due toponimi in questione che, ritroviamo solo in questa carta. Come si può vedere, nell’immagine sopra che illustra la carta in questione, nelle campagne poste a ridosso della fascia costiera di Sapri, e dopo il centro abitato di Sapri, andando verso Acquafredda, si possono leggere alcuni nomi di luogo, dei quali non conosciamo l’origine e che oggi sono del tutto scomparsi o di cui rimangono pochi ruderi. Nella carta in questione sono segnate con il colore rosso dei piccoli centri urbani o gruppi di costruzioni, che stanno ad indicare piccoli casali o borghi. Guardando la carta corografica: ‘Principato Citra – Regno di Napoli’, d’epoca Aragonese, dunque molto più antica del ‘Croquì’, ci accorgiamo che, all’altezza e di fronte lo scoglio dello Scialandro, che pure è segnato, vediamo riportata solo la figura colorata in rosso di una torre ma senza l’indicazione del suo nome. Nella stessa carta d’epoca aragonese, all’altezza dell’attuale Canale di Mezzanotte, vediamo indicata un’altra torre (sempre di colore rosso) che anche quì non è scritto il suo nome ma io credo fosse propio la Torre dello Scialandro. Le due torri, segnate lungo la costa ad oriente di Sapri e sul monte Ceraso, nella carta d’epoca Aragonese, indicate solo con il disegno di una torre ma senza i nomi, io credo siano proprio le torri citate da Scipione Mazzella Napolitano (…), segnalate nel suo ‘Descrittione del Regno di Napoli’, edito nel 1568.

Sapri nella carta del Cilento

(Fig…..) Carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (…) e, citata nel 1987 (…) – particolare dell’entroterra e del litorale Saprese

Riccardo Cisternino (…) in un suo studio sulle Torri costiere nel Regno di Napoli, a pp. 107-108 in proposito scriveva che: “I disegni di recente rinvenuti presso la biblioteca nazionale di Napoli (nota 63) Vittorio Emanuele, riguardano esclusivamente i castelli dell’allora capitale ecc….Non potendosi, pertanto, trarre dei disegni o piante elementi di attribuzione di epoche, per le torri preesistenti se ne può fissare dalle forme esteriori l’origine se longobarda, normanna o angioina. Quella che scompare nella metà del seolo XVI è la forma cilindrica, mentre prevale quella quadrangolare, trasformazione dovuta a motivi pratici delle nuove torri destinate non solo alla difesa, ma anche a rigugio in caso di incursioni. Ecc…”. Dunque secondo il Cisternino, la forma esteriore cilindrica era diffusa nelle Torri preesistenti a quelle Vicereali, a quelle più antiche, come ad esempio le torri Angioine. E’ il caso della Torre detta dello “Scilandro” o “Scelandro”, che ritroviamo a circa due chilometri da Sapri. Questa Torre è una delle cose più antiche che si possono vedere sul nostro territorio. Appartiene sicuramente al Demanio in quanto non ci risulta sia stata ancora venduta come tante Torri del nostro litorale e si trova ancora nel nostro territorio Comunale di Sapri. Come ci fa notare Antonio Scarfone (…),  nel suo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri” che, segnalava alcune notizie tratte da Scipione Mazzella Napolitano (…) e che in proposito affermava che: “nell’elenco dei centri abitati del Principato di Citra, così come nell’elenco delle torri costiere, viene segnalata solo una struttura litoranea, Scilandro nel territorio di Policastro (Guzzo, 1999) senza nessun accenno a Sapri come elemento di scalo.”, la prima citazione in assoluto di una ‘Torre dello Scialandro’ è di Scipione Mazzella Napolitano (…), che la citò a p. 87, del suo elenco delle Torri costruite nel Principato Citra, del suo ‘Descrittione del Regno di Napoli’, edito nel 1568. Scipione Mazzella Napolitano, nel 1568, citava l’antica Torre dello Scialandro. Antonio Scarfone (….), nel suo studio……………………………….. afferma, a supporto della sua tesi, che: “Un ultimo aspetto arricchisce di ulteriore mistero l’antica storia di Sapri: risale al 1586, quando il toponimo di Sapri non viene mai riportato da Scipione Mazzella Napolitano nella sua opera Descrittione del Regno di Napoli. Infatti, nell’elenco dei centri abitati del Principato di Citra, così come nell’elenco delle torri costiere, viene segnalata solo una struttura litoranea, Scilandro nel territorio di Policastro senza nessun accenno a Sapri come elemento di scalo.”. Scipione Mazzella Napolitano (…), nel suddetto elenco che vediamo illustrato nell’immagine della Fig…, citava due torri dello Scialandro ed in proposito scriveva che: “37. Torre di Scilandro in territorio di Policastro” e, poi scriveva pure: “58. Torre del Crivo di Scilandro in territorio di Camerota”. Dunque, il Mazzella, citava e le chiamava Torri di “Scilandro” , sia in territorio di Policastro e sia in territorio di Camerota. Non mi risulta che a Camerota o a Palinuro, vi sia una “58. Torre del Crivo di Scilandro”. Nell’elenco delle Torri costiere costruite a seguito delle ordinanza dei Vicerè spagnoli, non risulta questa torre nel territorio di Camerota. Certo la citazione di Scipione Mazzella (…), che scriveva nel 1568 è di esrema importanza per la ricostruzione storiografica di alcune torri preesistenti sul nostro territorio già in epoca, io credo, angioina:

Mazzella Napolitano, p. 83, sulle Torri del Principato Citra

(Fig….) Scipione Mazzella Napolitano (…), op. cit. (ed. 1568) p. 87, elenco delle Torri nel Principato Citra

Nel 1609, Enrico Bacco Alemanno (….), nel suo ‘Il Regno di Napoli diviso in dodici Provincie, con una breve descrizione delle cose più notabili ecc…’, pubblicato a Napoli, per i tipi di Giacomo Carlino e Costantino Vitale, pubblicava l’elenco delle Torri marittime e cavallare e dei castelli visibili lungo la costa del Regno di Napoli. Bacco Alemanno a p. 25 pubblicava l’elenco delle Torri in Principato Citra e per il “Territorio di Policastro” citava le seguenti torri: “37 Torre Scilandro. 38 Torre della Petrosa. 39 Torre di Capitello. 40 Torre di Capobene.”.

Bacco Alemanno, p. 25, torri

Estendendo l’indagine geo-storica ai documenti di archivio, nel 1954, Riccardo Cisternino (…), nel suo ‘Torri costiere e torrieri del Regno di Napoli (1521-1806)’, pubblicato per l’Archivio di Stato di Napoli e poi in seguito, nel 1977 ripubblicato dall’Istituto Italiano dei Castelli, pubblicò una serie di interessanti documenti da lui ordinati e tratti dalla Sezione Amministrativava, Registri Torri, Castelli, per le Torri (vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Questo studio, insieme ad altri saggi come quello di Onofrio Pasanisi (….) e quello di Angelo Guzzo (…), offre diversi spunti di indagine ulteriore sulla storia delle Torri cavallare e di avvistamento costruite prima di quelle Vicereali di cui pure parlerò. Cisternino (…), nell’edizione del 1977 per l’I.I.C, a pp. 98 in proposito scriveva che (elenco solo quelle in prossimità della costa vicino Sapri): “Dalla documentazione oggi esistente presso l’archivio di stato di Napoli si può dedurre che il numero delle torri e dei castelli esistenti nel periodo del viceregno era di 431, sottolineando immediatamente che l’impiego contemporaneo di esse fu sempre di molto inferiore, per evidenti motivi di economia. La suddivisione per provincia delle torri era la seguente: nota 38, p. 99. Basilicata – 2) torre dell’Arno alias Prezzame l’Asino (Maratea); 4) Caja (Maratea); 5) Crivo a Capo Filicosa (Maratea) ecc..Principato Citra: , p. 100. nota 39: 15) Bondormire (Policastro); 2) Capo Bianco (Policastro); nota 40., p. 101: 79) Petrusa (Bonati); 91) Scelandro (Policastro); ecc….”. Dunque, il Cisternino, riguardo il Principato Citra, in prossimità di Sapri ci dice di tre torri che sono le seguenti: la n. 15) Torre del Buondormire, la n. 2) Torre di Capo Bianco e la n. 15) torre ‘Scelandro‘. Queste torri sono tutte poste sotto l’Università (il comune di quei tempi che doveva provvedere al finanziamento per la loro costruzione) di Policastro. Credo che le tre torri citate dipendessero dall’Università di Policastro in quanto pur trovandosi queste tre torri (quella di Buondormire oggi scomparsa) nel territorio di Sapri e dunque nel subfeudo di Torraca, appartenevano alla più vasta contea dei Carafa di Policastro. Il Cisternino (…), nel suo pregevole lavoro a pp. 110 e s. cita le torri, l’anno ed i relativi suoi “Torrieri” ed a p. 119 e s. elenca i Torrieri che figurano nel Principato Citra, ovvero i Torrieri che stavano a guardia delle torri che qui elenco limitandomi a solo quelli che riguardao il litorale saprese: “Torrieri di Principato Citra. – p. 120.: 46) Cappellano Giuliano 1569 Scelandro. Policastro; 67) Cavaczicales Pietro 1569. Bondormire. Policastro; p. 121: 81) della Torraca Biagio, 1576, Bon Dormire. Policastro; 128) de Calis Giovanni, 1584, Capo Bianco, Policastro; 147) d’Ocha Giovanni, 1578, Petrusa, Bonati; p. 122: 195) Mangia Giulio, 1598 Scilandro, Policastro; 197) Magaldo Luca, 1599, Capo Bianco, Policastro; p. 123: 240) Prando Francesco, 1598, Bondormire, Policastro; 242) Pugliese Carlo, Petrosa, Libonati; p. 124: 305) Timpanello Attilio, 1577, Scilandro, Policastro; ecc…”. Questi i torrieri citati da Cisternino (…). Dunque, riepilogando abbiamo che: per la torre del Buondormire troviamo come torrieri nel 1569, Pietro Cavaczicales; nel 1576, Biagio della Torraca e, nel 1598, Francesco. Per la Torre detta dello ‘Scilandro’, nel 1569, Giuliano Cappellano; nel 1598 Giulio Mangia e, nel 1577 Attilio Timpanello. Riguardo la Torre di Capo Bianco, troviamo nel 1584 Giovanni de Calis; nel 1599, Luca Magaldo. Dunque, come leggiamo dai documenti citati dal Cisternino, la torre oggi detta di Mezzanotte, era quella dello “Scilandro” a volte detta “Scelandro”. Poi vi è la torre oggi detta di Capobianco, un tempo detta di “Capo Bianco” ed ancor prima torre di “Lubertino” dal nome del fiume carsico che ivi scorre nel monte Ceraso. Ancor prima e più antica di tutte era la torre detta del “Bon Dormire”, o torre del “Bondormire” non distante dall’omonima spiaggetta. Io credo che queste tre torri già esistessero ai tempi della costruzione delle torri vicereali. Furono certamente rinforzate ai tempi dei Vicerè Spagnoli. Anche il Cisternino estese l’indagine dei documenti di Archivio ad alcuni autori del ‘600 come ad esempio Scipione Mazzella Napolitano (…) nel suo ‘Descrittione del Regno di Napoli di Scipione Mazzella Napolitano’, Napoli, Giovan Battista Cappelli, 1601 ad Enrico Bacco Alemanno (….), ovvero al suo ………………………..del 1611, ed a Mario Cartaro (….) del 1613, ovvero al cartografo Mario Cartaro che insieme a Giovanni Stelliola (…), riportano nella carta illustrata in fig…..le torri esistenti lungo la costa del Regno di Napoli. Il Cartaro (….) stese la delineazione della carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm. 36 x 51, riprodotta da Mazzetti Ernesto, op. cit., (….), vol. II, tav. XVII. Cisternino, a p. 140 elencava le Torri esistenti nel Principato Citra secondo il Mazzella, l’Alemanno e il Cartaro. Per il Mazzella a p. 140 per il Principato figurano le seguenti Torri: “37) Torre dello Scilandro (Policastro); ; 42 Torre Capobene (Policastro); 58) Torre Crivo di Scilandro (Camerota); 62) Torre Crivo del Capo Filicara; ecc..”. Riguardo il Cartaro (…), a p. 140, per il Principato e per la costa di Sapri si elencano le seguenti Torri: “84) Petrosa; 85) Bondormire; 86) Capo Bianco; 87) Scilandro; 88) Crivo.”. Dunque, dall’analisi di quanto fin quì detto si può concludere che in tutti i casi, lungo la costa o il litorale saprese figura sempre la Torre detta del “Bondormire”, posta ad occidente ed ad oriente lungo la dorsale del monte Ceraso figurano le due torri dette una di “Capobene” in Mazzella e in Cartaro detta di “Capo Bianco” (dall’omonimo Capo Bianco’, in prossimità dello scoglio dello Scialandro). Inoltre, sia in Mazzella (1601) che in Cartaro (1613) figura la torre detta dello “Scilandro”. L’altra torre segnata in queste due carte, all’altezza di Acquafredda, come io credo, è l’antichissima “Torre dello Scilandro”, citata nel 1568 da Scipione Mazzella Napolitano. Recentemente, nel 2008, i due studiosi, Ferdinando La Greca (recentemente scomparso) e Vladimiro Valerio (…), in un loro pregevole studio, ‘Paesaggio antico e medioevale nelle mappe aragonesi di Giovanni Pontano – Le terre di Principato Citra’, edito nel 2008, a p. 30, pubblicavano uno stralcio della carta corografica o geografica del ‘Principato Citra’ (Fig. 1.16) di Nicola Antonio Stigliola (…), delineata tra il 1583 e il 1595. Dunque, i dati statistici di cui si servì lo Stelliola (…), nel delineare la carta del Regno, venivano raccolti poco dopo quelli pubblicati da Scipione Mazzella Napolitano (…), nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli’, la cui prima edizione risale al 1568. Come si può ben vedere anche in questa carta corografica del Regno di Napoli delineata nel ‘600 (…), la carta di Mario Cartaro-Stelliola (…), delineata dai due cartografi del Regno di Napoli, nel 1613. Nell’immagine illustrata pubblico la carta corografica del ‘Principato Citra’, con l’indicazione di tutte le torri vicereali costruite lungo le coste al 1613. In questa carta, oltre a citarsi la “Torre del bondormire”, e “Torre lo Scilandro”, si citava anche l’altra torre esistente lungo la costa saprese ad oriente del porto, la “Torre del Capobianco”, che è quella attualmente visibile ed esistente e, possiamo leggere chiaramente, a seguire la “Torre lo Scilandro” e, la “Torre lo Crivo”.

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(Fig….) Mario Cartaro – carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm. 36 x 51, riprodotta da Mazzetti Ernesto, op. cit., (….), vol. II, tav. XVII

Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, racconta della richiesta che Don Sancio Martinez, nel 1554, fece alle Università del luogo per la costruzione di due nuove Torri a Molpa e Palinuro. Ma, l’opera più esaustiva che al momento sia stata scritta sulla costruzione delle Torri costiere nel periodo Vicereale è quella di Onofrio Pasanisi (…): ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI’, pubblicata nel 1926. Infatti, Onofrio Pasanisi (…), è l’unico che riporta una notizia storica interessante e documentata sulla ‘Torre dello Scialandro’. Il Pasanisi (…), a p. 428, in proposito scriveva che: “Nel 1567 infatti venne imposta per la fabbrica una tassa di grana 22 per tutti i fuochi del regno (3), ecluse le terre lontane 12 miglia dalla marina ed alcune categorie di abitanti, schiavoni ed albanesi che pagavano la metà (4). L’aveva preceduta il 1° maggio 1566 una tassa di grana 7 ed 1 cavallo per il servizio di una guardia (5). L’adozione di questo sistema apportò immediatamente immensi benefici. Non solo permise una giusta ed ecqua ripartizione di questi pubblici pesi, non solo pose fine ai continui litigi delle università, ma quando, – e ciò fu assai notevole – col copioso affluire del danaro nelle casse dello Stato, diede modo a queste di essere rivalse delle spese di fabbrica e di quelle assai gravose del servizio di guardia, (queste ultime a datare dal 1° maggio 1566). Innumerevoli sono infatti gli ordini di rimborso dati dalla R. Camera ai percettori provinciali (1).”. Il Pasanisi (…), a p. 429, nella sua nota (1), postillava in proposito che: “(1) ad es. ‘Partium S., vol. 548, f. 150: rimborso dei ducati 93 a Guardiagrele pagati nel 1563 per la tassa del Sangro. Idem vol., fol. 122 per l’università di Rivello (Basilicata) per contribuzione torre Scialandro (Policastro).”. Il documento che cita il Pasanisi (…), è un documento tratto dai registri “Partium” della Real Camera della Sommaria del Regno di Napoli Vicereale. Dunque, questa notizia è di estrema importanza in quanto conferma la mia ipotesi circa l’esistenza (documentata) di una Torre dello Scialandro, che secondo questa notizia fornitaci dal Pasanisi che la cita, per la sua costruzione, le imposizioni fiscali pagate precedentemente dall’università di Rivello, il 1° maggio 1566, dovevano essere restituite a causa della nuova ordinanza emessa nel 1567, che escludeva dal pagamento tutte quelle università (i comuni dell’epoca) ed in questo caso l’università di Rivello, che distavano più di 12 miglia dalla torre costiera da costruire. Insomma, secondo quanto scrive il Pasanisi (…), nella sua nota (1), di p. 429, che cita il documento “Partium S., vol. 548, f. 150”, risulta che l’università di Rivello, prima del 1567, aveva contribuito al pagamento delle imposizioni fiscali per la “Torre Scialandro”. Tuttavia, non sono in grado di affermare il vero motivo per cui l’università di Rivello, pagava le imposizioni fiscali per la ‘Torre Scialandro’. Il Pasanisi (…), scrive che i motivi per i quali, nel 1567, il governo spagnolo Vicereale nel Regno di Napoli, imponesse il pagamento di pesi fiscali erano diversi. Infatti, i motivi addotti per il pagamento delle tasse poteva essere la: 1-  costruzione della torre (imposta per la fabbrica), 2 – servizio di guardia per le torri già funzionanti; 3 – la costruzione di opere di rifacimento e ammodernamento su fabbriche già esistenti. Dunque, alla luce del documento citato dal Pasanisi, posso solo affermare che dopo il 1567, a seguito della nuova ordinanza emessa per “tutti i fuochi del regno” (tutti i nuclei familiari presenti e rilevati nell’ultimo censimento), l’università di RIvello verrà esentata dal pagamento di qualsiasi tassa. Dal documento citato si può anche affermare che la ‘Torre dello Scialandro’, nel 1567, già esisteva, anche se non posso dire quando è iniziata la sua costruzione. Per l’epoca di fondazione o costruzione della Torre dello Scialandro, bisognerebbe trovare i documenti, semmai vi fossero, che ci dicono quando ne fu ordinata la sua costruzione. Inoltre, non possiamo dire quando l’università di Rivello, insieme alle altre università, contribuirono per la fabbrica o per il suo servizio di guardia. Il documento citato dal Pasanisi, ci dice quando furono restituiti i pesi pagati all’università di Rivello che probabilmente come altre università aveva presentato ricorso alla Real Camera della Sommaria. Inoltre, interessante è la citazione di “l’università di Rivello (Basilicata) per contribuzione torre Scialandro (Policastro).”. Il documento dunque, fa luce anche sulla citazione del Mazzella (…), che nel suddetto elenco scriveva che: “37 Torre di Scilandro in territorio di Policastro”. Il Mazzella, nel 1568, proprio l’anno dopo l’ordinanza vicereale del 1567, elencava le torri costruite ed esistenti nel Principato Citra e la torre dello Scialandro la poneva nel territorio di Policastro. Dunque, mi chiedo cosa centrasse l’università di Rivello ?. Nel 1567, l’università di Rivello, faceva parte della Diocesi di Policastro e forse apparteneva alla vasta contea dei Carafa della Spina di Policastro. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (14), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta dell’Alfano (17), a p. 197 e, pure il Guzzo (…), a p. 252 del suo “Da Velia a Sapri”, scrivevano in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni. “. Dunque, secondo il Vassalluzzo ed il Guzzo lungo la costa di Sapri vi erano le tre torri: 1- Torre del Buondormire ad occidente; 2 – Torre di Obertino ad oriente oggi detta Torre di Capobianco. Ma non citavano la Torre dello Scilandro. Inoltre, devo precisare delle non similitudini con i nomi dei Torrieri. Ad esempio il Cisternino scrive che a guardia della Torre di “Capo Bianco”, nel 1584 troviamo “de Calis Giovanni” mentre, il Vassalluzzo lo chiamano “De Colis Giovanni”.

Nel 1714, la torre dello Scialandro

Nella carta ‘Provincia del Principato Citra’, delineata dal Magini nel ‘600 e poi ampliata dal cartografo Domenico De Rossi (…), del 1714, si vede chiaramente una “Torre dello Scialandro”. In questa carta, non viene indicato Sapri, ma viene correttamente indicato il confine tra le due Regioni. Inoltre, nella carta, possiamo leggere un toponimo strano “Elcerosa” e poi anche un “S. Giorgio”, due casali di cui non abbiamo ben capito l’esistenza.

La Torre dello Scialandro figura pure nella carta dell’ “Atlante Geografico del Regno di Napoli” o“Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, in quattro fogli’, delineata nel 1769 (I° edizione) dal cartografo Filippo Rizzi-Zannoni. Dunque in questa carta si può vedere chiaramente il nucleo urbano di Sapri e le sue Torri.

Rizzi Zannoni

(Fig…) Rizzi-Zannoni – Particolare dell’“Atlante Geografico del Regno di Napoli” o“Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, in quattro fogli (1769) (Archivio Attanasio)

Come possiamo vedere nella carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. ‘Manoscritti e rari‘, Ba 5d (2, che pubblicai nel 1998), in essa vengono riportate le tre torri esistenti e visibili all’epoca della stesura della carta. La carta citata riporta le tre torri conosciute e posto lungo il litorale di Sapri, ovvero essa riporta la Torre di “T. Buon Dormire”, posta ad occidente di Sapri, oggi località Fortino; la Torre di “T. Capobianco”, la “Foce Obertino”, entrambi toponimi segnati sul Monte Ceraso; a mare poi troviamo segnato “Lo Scoglio” e un pò distante troviamo infine la Torre “T. Scialandro” e subito dopo, poco distante la Torre “T. delle Grive”. Questa carta è interessantissima in quanto essendo del primo quarto del secolo XIX, ovvero 1815 testimonia che nel 1815, lungo la costa di Sapri ancora erano visibili le tre torri cavallare e di avvistamento di cui si è parlato e che la Torre detta oggi di “Mezzanotte”, all’epoca invece era detta con il suo toponimo originario ovvero Torre “T. Scialandro”. Dunque, l’attuale denominazione di “Torre di Mezzanotte” è errata.

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carta Golfo di Policatro

(Fig…..) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita ed è stata da me pubblicata nellAnalisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri)

Nel 1400, la formazione dei primi nuclei urbani: località e borghetto delle “Mocchie” e la “Marinella”

Paradossalmente, proprio negli anni in cui il toponimo di  Sapri và gradualmente scomparendo sulle carte nautiche manoscritte, ma citato su quelle a stampa, vanno aumentando le testimonianze sulla presenza di un centro abitato. Finito il fenomeno saraceno e cresciuta la popolazione, il  paese incominciò ad incrementarsi sull’arenile in luogo più vicino al mare e si formò l’antico villaggio del Timpone, sulla collinetta omonima non molto distante dall’odierno centro abitato. Contestualmente, andava allargandosi anche il piccolo borgo marinaro della ‘Marinella‘ che, dalla contrada delle ‘Mocchie’ andava sviluppando il suo centro abitato con case sparse sino al vallone dello ‘Ischitello‘. Sorsero poi ad occidente le contrade del ‘Rosario‘ e di ‘San Giovanni’ il piccolo borgo marinaro della ‘Marinella’ con poche case sparse lungo le colline, si andò poi successivamente ingrandendosi lungo la vecchia linea di costa arretrata rispetto a quella attuale e che nella zona delle ‘Mocchie‘ formava una piccola insenatura, sicuro riparo per le poche e piccole barche di pescatori. Il piccolo borgo marinaro chiamato ‘Portus Saprorum‘ si formò dapprima con piccoli raggruppamenti di case sulla china detta ‘Difesa‘ e ‘Fenosa‘ e del Timpone e sulla dorsale della collina di ‘San Martino’ (‘Santu Martin’) con case sparse e più giù, in località ‘Mocchie’ e poco distante da essa, un cospicuo raggruppamento di case si formò nella ‘Marinella’. Il piccolo nucleo della ‘Marinella‘, posto ad occidente della piccola insenatura formatasi nei secoli tra il torrente oggi detto ‘Brizzi‘ (‘Vrizz’) dell’arenile posto ai piedi della collina del Timpone, nacque come piccolo borgo marinaro. La sua posizione nascosta era quella più sicura per il ricovero delle piccole barche di pescatori, per la difesa dalle incursioni saracene, a quel tempo frequenti. Sicuramente il piccolo borgo della Marinella, era il luogo più salubre e, man mano, andò ingrandendosi insieme al gruppo di case sorte alle Mocchie ed al Timpone. In questi anni, oltre ad alcuni reperti, alle fonti archivistiche ed alla storiografia del tempo, si sono rivelati utili alcuni documenti diocesani e parrocchiali. Dai primi del ‘400, allorquando sorse il primo centro abitato alla marina del torrente Brizzi, oggi individuabile con la località detta le “Mocchie”, e poi sviluppatesi con la “Marinella”, era molto diffusa la produzione della calce viva che serviva a diversi usi nelle costruzioni di edifici e delle murature. Questo tipo di produzione locale era molto antica e abbastanza diffusa. Dalle informazioni che raccolsi nelle interveste a diversi anziani di Sapri appurai che al “Timpone”, oggi piccola frazione di Sapri, abbarbicata su una piccola altura prospiciente l’antica marina di Sapri, lungo il torrente Brizzi, vi era in passato una forte produzione di calce che avveniva con la costruzione delle cosiddette “carcare”. La “carcara” nel dialetto saprese era una piccola costruzione realizzata nel terreno e a forma di una piccola torretta di grosse pietre, una specie di fornace, cava all’interno che serviva alla cottura della pietra locale che una volta raggiunta una certa temperatura diventava calce viva. La calce viva così prodotta veniva in seguito posta all’intern di grosse vasche per farla spegnere e poterla così utilizzare nelle costruzioni edilizie. Forse il Primicerio Gennaro Guida avrà fatto un pò di confusione. Inoltre, dal Pesce (…) sappiamo che già alla sua epoca era diffusa a Rivello la produzione di caldaie di rame.

Credo che il borgo marinaro di Sapri si sia sviluppato in località “Mocchie”, dove oggi si possono notare un piccolo gruppo di edifici antichi che sono posti un pò sopraelevati rispetto al piano di campagna. Oggi li vicino è sorta la zona Industriale di Sapri ma un tempo quest’area era collegata con le vicine colline da una strada detta “Verdesca” che anche questa un toponimo di derivazione marinaresca. La strada della “Verdesca”, una strada mulattiera interna che si inerpica nei spuntoni rocciosi ed arriva più o meno dove oggi si trova l’edificio della Piscina Comunale di Torraca. Un tempo in quell’area sorgeva, già da molti secoli, la grancia di S. Fantino che è descritta dalla “Platea dei Beni e delle rendite ecc…” del 1595-96 che appartenevano all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, cenobio Basiliano. La grangia o grancia era un piccolo monastero alle dipendenze dell’Abbazia che sorgeva proprio in quei luoghi. La testimonianza della strada detta della “Verdesca” ci viene dal Giudice borbonico Gaetano Fischetti (…) e dal suo ‘Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857′, pubblicato nel 1877.

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(Fig….) Località Mocchie – piccolo borgo con vecchi edifici ed una rampa per il ricovero delle piccole barche

Credo che in quel luogo, non molto distante dal letto naturale dell’attuale torrente Brizzi, all’epoca vi fosse una piccola rada e insenatura naturale che permetteva un facile e sicuro ricovero dei piccoli legni ormeggiati per il trasporto delle derrate e per la pesca, un piccolo porto naturale. Quell’area è stata poco indagata e si trova di poco prospiciente all’altura o collinetta dove oggi si vedono abarbicati edifici del borgo del “Timpone”. Fu in quell’area delle “Mocchie” che nell’antichità si sviluppò il piccolo centro abitato di pescatori e marinareschi che solo in seguito si sviluppò nell’altro borgo detto della “Marinella”. Infatti, dalle evidenze storiche credo che il piccolo brogo marinaro delle “Mocchie” fosse più antico della “Marinella”. Oggi, oltre ad un piccolo gruppetto di case antiche, in località Mocchie a Sapri si può vedere ancora una scalinata ed una rampa che molto probabilmente serviva per il ricovero delle piccole barche. Infatti, io credo che anticamente il letto del torrente Brizzi, soprattutto in certi periodi dell’anno fosse diverso da quello attuale. In quel luogo esisteva una vera e propria insenatura che si collegava al mare aperto della baia di Sapri. L’ipotesi di un’insenatura è suffragata da un’attenta analisi ed indagine geologica. In quel punto, la Carta Geologica di Sapri ……………

Nel ‘400, Sapri e l’epoca della dominazione Aragonese

Dell’epoca della dominazione aragonese nel Regno di Napoli, Sapri, il suo porto ed il suo entroterra, doveva appartenere alla Contea aragonese di Policastro, costituitasi a seguito della donazione concessa da Re Ferrante d’Aragona al suo primo ministro Antonello de Petruciis, il quale, con il consenso del re, associò il figlio Giovanni Antonio de Petruciis alla Contea di Policastro che ormai si estendeva, in un unico complesso da Novi (Novi Velia) oltre Policastro (9). Il Di Luccia (12) affermava che, l’Abbazia di San Giovanni a Piro, possedeva a Sapri la Grancia di San Nicola, senza specificare però l’epoca di fondazione. Dopo la ‘Congiura dei baroni‘ e, la fellonia di Ferrante d’Aragona e, l’arresto e la decapitazione del Petrucci, il 25 ottobre 1496, la Contea aragonese di Policastro e quindi anche Sapri, furono avocate al fisco per fellonia e poi concessa da Re Ferrante d’Aragona a Giovanni Carafa (9).

La ‘Carta del Cilento’ d’epoca Aragonese

Nel lontano 1987 pubblicai a stampa in alcuni miei scritti uno studio (1) frutto di anni di ricerca e di fatiche che mi portarono a rintracciare alcune notizie storiche su Sapri e sul ‘basso Cilento‘ ed una serie di carte manoscritte inedite e sconosciute (1). Ancora studente iscritto alla Facoltà di Architettura  dell’Università ‘Federico II’ di Napoli frequentavo spesso l’Archivio di Stato di Napoli che, al suo interno custodiva tesori di inaudita bellezza per la nostra storia. Verso la fine degli anni ’70, nell’Archivio di Stato di Napoli rinvenni la carta in questione ivi custodita in una cartellina cartacea insieme ad altre mappe e disegni nella “Raccolta Piante e disegni” della Sezione ‘Diplomatico – Politica’. Si tratta della carta corografica con toponomastica che rappresenta parte del Regno di Napoli. Alla segnatura la carta era segnata come  ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘. Questa carta, già studiata e citata nel lontano 1973 da Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), non era completamente dimenticata. Mai pubblicata ma solo parzialmente citata, io penso che si tratti di una carta geografica d’epoca Aragonese (Fig. 1) (2).

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In seguito, il 16 maggio 1981 chiesi ed ottenni la fotoriproduzione in b/n (come da ricevuta), che pubblicai citandola, insieme  ad altri interessantissimi documenti su alcuni articoli a stampa (1), alcuni dei quali sono stati quì riproposti riveduti ed approfonditi. La carta in questione, di cui parlerò, da me scoperta e rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN), che tutt’ora la conserva, fu da me pubblicata nel 1987 (1). Recentemente, nel 2015, ho richiesto ed ottenuto dall’Archivio di Stato di Napoli, che la conserva, la sua fotoriproduzione digitale (Fig. 1). In questi miei studi (1), frutto di ricerche durate anni, pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri ed in particolare la carta corografica in questione (Fig. 1). In particolare, nel lontano 1987, la citai in un mio studio pubblicato a stampa sulla rivista “I Corsivi”, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, del Dicembre 1987. Questa carta inedita e manoscritta, non datata e di anonimo, ci consente di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano. La carta corografica d’epoca Aragonese, illustrata in Fig. 1, forse è appartenuta alla ricca biblioteca di Alfonso V, Re di Napoli. Nel 1987 (1), in un mio studio pubblicato a stampa, a proposito di questa carta, così scrivevo: “…di cui sappiamo che una copia fatta riprodurre dal cartografo Ferdinando Galiani, è conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi.(1).

Sapri nella carta del Cilento

(Fig….) Particolare tratto dalla carta corografica: ‘Principato Citra – Regno di Napoli’, carta manoscritta e dipinta a colori, d’epoca Aragonese, di autore Anonimo e non datata, inedita e da me rintracciata all’Archivio di Stato di Napoli il 16 maggio 1981 e pubblicata nel 1987, in un mio saggio a stampa (…)

La carta in questione, che segnalava Tancredi (…) ed il Guzzo (…) è una carta inedita di probabile epoca Aragonese, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (…), nella Sezione ‘Manoscritti e Rari’, i cui riferimenti bibliografici corretti sono:  “Raccolta di piante e disegni, C. XXXII, n. 2”. La “C” stà per Cartella. Dunque, la Cartella n. XXXII = 32, n° 2. La carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto “‘1756’ ?, sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.. Nel 1987 (1), in un mio studio pubblicato a stampa, a proposito di questa carta, così scrivevo: “…di cui sappiamo che una copia fatta riprodurre dal cartografo Ferdinando Galiani, è conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi.(1).

Nel 1455, la Terra di Torraca e forse anche il territorio di Sapri

Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino. Il figlio del povero Gaspare, Francesco, che si era schierato apertamente con Alfonso d’Aragona, riuscì a recuperare la maggior parte delle terre tolte dai D’Angiò-Durazzo al padre. Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), che nel 1445 Francesco Sanseverino era duca di Scalea, 3° Conte di Lauria e signore di Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Verbicaro, Trebisacce, Laino, Orsomarso. A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria:

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Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Dunque, secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della contea dei Sanseverino di Lauria. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza.

Nel 1455, Torraca, la sua popolazione ed il suo territorio in epoca Aragonese

Secondo Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura dei Baroni’, a p. 39, in proposito all’epoca aragonese scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV sec., Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che venivano tassati.”. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), che nel 1445 Francesco Sanseverino era duca di Scalea, 3° Conte di Lauria e signore di Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Verbicaro, Trebisacce, Laino, Orsomarso. A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria:

Liber Focorum ...

(Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova

Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Dunque, secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della conte dei Sanseverino di Lauria. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Sicuramente i 40 fogli manoscritti, conservati a Genova, costituivano il registro generale della Numerazione, mentre tutte le numerazioni comunali sono andate perdute. Queste 40 pagine manoscritte sono state, ignorate per secoli. Solo nel 1979 è stata pubblicata ”La popolazione del Regno di Napoli a metà quattrocento (Studio di un focolario aragonese)” da Giovanna Da Molin, attualmente professore ordinario di Demografia Storica e Sociale e di Storia Moderna nell’Università di Bari mentre un’altra pubblicazione è stata edita nel 1986 “Mezzogiorno e demografia nel secolo XV” di Fausto Cozzetto, attualmente professore associato di Storia Moderna nell’Università di Calabria. Dal momento che per alcune terre sono riportati due dati il primo indicato come “erat” (era), l’altro come “est” (è), sembra che  il documento citi con “erat” i dati del 1443 e con “est” quelli del 1447, periodo in cui regnava a Napoli Alfonso I d’Aragona, detto il Magnanimo, che nel 1443 ordinò che fosse eseguita la prima delle numerazioni dei fuochi. Nel documento sono riportate tutte le Terre (città e casali, anche quelli abbandonati), tutte le province del regno, tutti i feudi con relativi possessori,  le diocesi, le arcidiocesi, il numero dei fuochi e la tassazione. Il Malamaci però, sulla scorta del Gaetani si ferma al secolo XVI quando si hanno notizie dei baroni di Torraca che acquistano il feudo o il suffeudo. Stessa cosa devo dire per Pietro Ebner (…), che nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Torraca all’epoca Aragonese non riporta significative notizie. Oltre alle notizie demografiche della popolazione di Torraca e del suo territorio per l’epoca aragonese riportate dal Mallamaci sula scorta del ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova, notizie di Torraca, del suo territorio e del porto di Sapri, si hanno a partire dal 1500 in poi. Tuttavia, una notizia che riguarda il territorio saprese incluso nel suffeudo di Torraca all’epoca post-angioina e della metà del ‘400 è quella della citazione di un cimitero di fanciulli a “S. Fantino“, grancia dell’Abbazia di S. Giovanni a S. Giovanni a Piro, una grancia oggi scomparsa ma che probabilmente esisteva nel territorio saprese anche grazie alla presenza del porto da cui partivano le barche per i traffici dei monaci dell’Abbazia. La citazione viene nell’art. 41 degli Statuti del 1466 dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro redatti dall’allora Abate Commendatario dell’Abbazia Teodoro Gaza nel 1466. L’articolo n° 41, forse è uno di quelli aggiunti dagli altri abbati commendatari proprio in epoca aragonese. Oltre a questa notizia di cui parlo innanzi vi è l’altra dell’anno 1481 della bolla vescovile di Gabriele Guidano che concesse la costruzione di una cappella nel teritorio saprese allora unito a quello di Torraca.

I ‘Quinternioni’ feudali del Regno di Napoli

I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc…..Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.

Il toponimo ‘Casale del Confine’, citato in una carta d’epoca Aragonese

Andrebbero meglio indagati due toponimi (nomi di luogo) indicati in una carta di probabile epoca Aragonese, inedita e da me rinvenuta nell’Archivio di Stato di Napoli. Si tratta di due toponimi, nella carta in questione indicati in direzione del Monte Ceraso che dopo Sapri, si affaccia lungo la fascia e la linea di costa che va verso Acquafredda. Come possiamo leggere nella Carta in questione, il primo dei due toponimi è citato come “Casale del Confine”. Come possiamo vedere, dall’immagine ivi pubblicata, i caratteri usati nella carta in questione denotano l’epoca di delineazione della carta in questione. I caratteri della carta, simili alla ‘minuscola gotica’, sono molto simili a quelli che si possono vedere in un altro documento inedito da me pubblicato ivi, la bolla del vescovo Guidano del 1481, che concedeva a mastro Santillo Grandi di costruire nel territorio saprese una cappella dal titolo di S. Maria di Porto Salvo. La carta in questione, è stata probabilmente delineata all’epoca Aragonese (1400) per motivi fiscali. Per i dettagli che sono citati, nomi di luoghi (toponimi), le torri costiere esistenti all’epoca lungo la fascia costiera, i fiumi, le isole ecc.., fanno pensare che il delineatore si sia avvalso dei dati censuari raccolti nei primi censimenti della popolazione eseguiti all’epoca Angioina di cui si sono perse le tracce.

L’indagine demografica e geo-storica, condotta anche attraverso l’indagine cartografica, delle prime mappe delineate conosciute, se confrontate con le recenti vedute satellitali, può dare buoni frutti. In particolare per i casali citati, ci conforta l’immagine Fig…. (…), della carta d’epoca aragonese – dove essi vengono citati. La carta inedita, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, riveste una particolare importanza per i nomi dei luoghi o toponimi in essa citata, inoltre essa, è forse l’unica testimonianza cartografica dei due toponimi in questione che, ritroviamo solo in questa carta. Come si può vedere, nell’immagine sopra che illustra la carta in questione, nelle campagne poste a ridosso della fascia costiera di Sapri, e dopo il centro abitato di Sapri, andando verso Acquafredda, si possono leggere alcuni nomi di luogo, dei quali non conosciamo l’origine e che oggi sono del tutto scomparsi o di cui rimangono pochi ruderi. Nella carta sono segnate con il colore rosso dei piccoli centri urbani o gruppi di costruzioni, che stanno ad indicare piccoli casali o borghi. Di questi possiamo leggere i piccoli casali o borghi del “Lucerosa”, piccolo borgo segnato nelle campagne, non lontano da e sopra il centro abitato di Sapri (credo un luogo sopra il vicino monte Olivella). Sempre nella carta in questione, lungo il coro del “fiume Lubertino”, risalendo sempre sulle colline e le campagne sopra Sapri, come se volessimo andare verso la “Medichetta” (casale di S. Costantino di Rivello) e, sempre sul versante ad occidente del monte Ceraso, è segnato un piccolo borgo dal nome di “Luberfino”. Il toponimo “Luber fino”, non è molto chiaro anche facendone un ingrandimento della carta. Il toponimo indicato nella carta, anche se non si legge chiaramente,  potrebbe assomigliare anche a un “Fantino”, forse la grangia di S. Fantino di cui parla anche la ‘Platea dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro’, che il delineatore della carta aragonese doveva conoscere in quanto questo era uno dei tanti possedimenti dell’antica abbazia di S. Giovanni a Piro, che nella ‘Platea’, del 1657-58, si dice essere nel territorio di  Torraca ma che in realtà era nel territorio di Sapri, come ho cercato di dimostrare in un altro mio saggio ivi. Anche in questo caso, la carta che ci sembra essere molto dettagliata, informandoci di alcun luoghi e casali ormai scomparsi del tutto. Toponimi e casali, indicati in quell’area, nei pressi di Sapri e, lungo il corso di questo fiume carsico non visibile all’occhio nudo, il fiume Lubertino, sono diversi ma non si riesce a decifrarne la reale esistenza. Ad esempio, dove poi il fiume si dirama, sulla carta vediamo segnati due distinti casali o borghi, “S.to Jorio” e un “S. Stephano”. A quali luoghi, corrispondono questi due casali chiamati sulla carta “S. Jorio” e “S. Stephano” (S. Stefano)?. Forse il “S.to Jorio” starebbe a significare un “S. Giorgio” e, ricordiamo a tal proposito che un “S. Giorgio”, anche se i due luoghi hanno una posizione geografica molto distinta, vi era anche quello indicato lungo la costa ad oriente di Sapri, dove oggi si trova un noto ristorante. Confrontando la posizione del toponimo “S.to Stephano”, indicato sulla carta d’epoca aragonese e guardano le ultime vedute satellitali, vediamo che oggi, a quella posizione, vi è il casale di S. Costantino di Rivello. Mentre invece, riguardo il “S.to Jorio”, non saprei quale attuale o vecchio borgo stia ad indicare.  Proprio nel punto antistante il “fiume lubertino”, in mare è indicato lo “Scilandro scoglio”. La zona è ricca di sorgenti carsiche e ivi, non molto distante si trova il ‘fiume Lubertino’ (che l’Antonini chiamava ‘Obertino’), un fiume di natura carsica e sotterraneo che scorre dalla montagna e sversa le sue fresche e limpide acque nel tratto di mare antistante la fascia costiera più o meno all’altezza dello scoglio dello ‘Scialandro’. L’area è stata oggetto di ritrovamenti archeologici di manufatti d’epoca romana segnalati in due opuscoli a stampa del Gruppo Archeologico Golfo di Policastro (G.A.S.)(…) e, poco più avanti, scendendo verso la costa si trova il cosiddetto ‘Riparo Smaldone’, un ritrovamento d’epoca preistorica. L’area in questione, fino ai primi anni dell’800, fu frequentata anche per la presenza della vecchia postale borbonica che da Sapri proseguiva verso Maratea. Riguardo l’epoca Aragonese e forse prima ancora all’epoca angioina della Guerra del Vespro, è interessante un documento del 1481, recentemente acquisito in digitale dall’Archivio dell’Abbazia di Cava de Tirreni. Dunque, secondo la carta d’epoca aragonese, il fiume ‘Lubertino’ o ‘Obertino’ (per l’Antonini), sfocia nel tratto di mare dove vi è lo scoglio dello ‘Scialandro’ e questo è un particolare corretto in quanto un po’ più a oriente dello scoglio dello ‘Scialandro’, navigando e non molto distante dalla linea di costa, sul pelo dell’acqua del mare si può vedere quello che la tradizione popolare chiama “u’ vull’ j l’acqua”. Osservando ancora la carta d’epoca aragonese, al di qua del “Fiume Lubertino”, sulle alture e, proseguendo ad oriente verso la costa che va verso Acquafredda, vediamo segnato anche l’altro piccolo borgo del “Casale del Confine”. Questo toponimo, è segnato sulla carta in questione molto vicino al “fiume lubertino” e non molto distante dal tratto di costa e soprattutto si vedono segnati con il colore rosso un gruppetto di edifici che stanno a significare l’indicazione di un piccolo borgo. Questo toponimo, non figura fra quelli indicati nelle più antiche mappe catastali conosciute esistenti nel Comune di Sapri e, questo dato potrebbe significare la totale scomparsa di questo antico borgo che probabilmente esisteva all’epoca aragonese ma che all’epoca della delineazione delle successive carte conosciute, già non era più visibile. Questo antico borgo o casale, non era visibile all’Antonini, che nel 1745, nella sua prima edizione della ‘Lucania’, descrive molto bene anche il “vullo dell’acqua” e Tait Cromfurt Ramage (…), che nel suo ‘………………………’, nel 1789, descrive bene il nostro paese. Nella carta in questione, di probabile epoca Aragonese (v. Fig…), il ‘Casale del Confine’, oltre all’indicazione del toponimo, è segnato con il colore rosso anche il gruppo di edifici che indica un piccolo borgo o un casale. Da una recente segnalazione dell’amico Domenico Smaldone, esperto dei luoghi, e interprete della aereofotogrammetria militare, che recentemente, alcuni escursionisti, nel corso di alcune escursioni, hanno rinvenuto alcune costruzioni, sul monte Ceraso sul crinale in località ‘Scifo’. L’amico Smaldone, mi ha fatto pervenire dei disegni molto interessanti che rappresentano un sito abbandonato che purtroppo, per ragioni di spazio digitale non riesco a pubblicare. Da un’indagine più accurata attraverso il satellite Landsat di google maps o Earth, ho individuato un sito che forse corrisponde a quello segnalato dagli amici Smaldone e Massimilla e, forse è proprio il sito indicato sulla carta d’epoca aragonese citata, il “Casale del Confine”. L’immagine che pubblico, illustrata sotto, è un’immagine satellitale, tratta da google maps o Earth, che illustra delle costruzioni, forse il piccolo borgo o casale indicato nella carta d’epoca aragonese, il “Casale del Confine”, forse un riparo costruito per ospitare la piccola guarnigione di soldati adibiti alla guardia di alcune torri cavallare di avvistamento che ivi furono costruite lungo la costa, e di cui oggi si può vedere solo la Torre di Capobianco. Credo che il gruppo di edifici segnato sulla carta d’epoca aragonese, come ‘Casale del Confine, sia il “Posto doganale” (così lo chiamava il Pesce (…)), di cui parlerò in seguito e, citato in alcuni libri a stampa che ci parlano dell’eccidio di Costabile Carducci del 1848 e della Spedizione di Carlo Pisacane dopo. Credo che il toponimo di “Casale del Confine”, citato nella carta in questione, riguardi un piccolo ‘Casale’ o piccolo aggregato urbano o di edifici, che indicava un piccolo borgo o aggregato di edifici detto “del Confine” perchè posto sul confine geografico e politico delle due Provincie o addirittura delle due Regioni confinanti, la Campania e la Basilicata. Infatti, il luogo citato con il toponimo del “Casale del Confine”, citato nella mappa d’epoca Aragonese, è posto sul vecchio confine geografico e politico delle due Regioni di Campania e di Basilicata, che all’epoca borbonica (non aragonese), le due Province del Regno delle due Sicilie erano il Principato Citra (Salerno), di cui Sapri è l’ultimo Comune, e quella della ‘Terra di Basilicata’. E’ molto probabile, come io credo, che il toponimo di “Casale del Confine”, citato sulla mappa in questione, attesti e testimoni la presenza di un confine geografico e politico delle due Province all’epoca della dominazione Aragonese nel Regno di Napoli.

Nel ‘400, il toponimo “Casale del Corbo” nella ‘Carta del Cilento’

Sempre nella citata carta d’poca Aragonese (…), spostandosi con lo sguardo verso le colline che da Sapri, dopo lo scoglio dello Scialandro vanno verso Acquafredda, non molto distante da un’antica torre cavallara di avvistamento d’epoca Vicereale, spostandoci più verso la costa di Acquafredda e, vicino ad un gruppo di costruzioni segnate con il colore rosso, vediamo segnato il toponimo di “Casale del Corbo”. Riguardo questo antichissimo casale citato nella carta d’epoca Aragonese di cui ho parlato, lo storico cilentano Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848′, edito nel 1909, parlando dei fatti che accaddero nelle campagne tra Acquafredda e Sapri, nel 1848, durante lo sbarco di Costabile Carducci, diretto a Sapri ma costretto a fermarsi nella rada di Acquafredda, a causa di una violenta tempesta di mare, e la sua cattura da parte della fazione dei Pelusiani di Sapri, a p. 4 del vol. II, in proposito scriveva che: “A l’improvviso una raffica violenta spinse il legno, a lo svoltare di una piccola punta, in una insenatura detta il Porticino o Canale della Monaca, sotto il pitoresco villaggio di Acquafredda, estremo lembo del comune di Maratea e della Provincia di Potenza.”. Poi ancora il Mazziotti (…), continuando il suo racconto sulla cattura del Carducci, a p. 5, in proposito scriveva che: “Alcuni corsero ad avvertire le guardie doganali in una antica torre posta a ridosso della collina e addetta a caserma. Il brigatiere delle guardie, Salvatore Miggiani, raccolti i suoi pochi dipendenti in armi e vari contadini provvisti di zappe e di scuri, ascese su un lieve rialzo di terreno detto la ‘Rotondella’ che sovrasta la spiaggia.”. Sempre il Mazziotti (…), proseguendo il racconto cita il casale del Corbo e a p. 6, in proposito diceva che: “II A breve distanza, dal lato opposto della collina, sorgeva la casa rurale di un certo Giovanni Florenzano (2). Ivi dimorava da parecchi mesi il vecchio prete Peluso, che fuggito da Sapri nel gennaio a l’avvicinarsi delle bande cilentane, si era dipoi sdegnosamente appartato in quella casa solitaria.”. Il Mazziotti (…), a p. 10, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Trasformata in un elegante villino dopo il 1896 dal nuovo proprietario sig. Giovanni Marsicano.”. Ma quì il racconto si riferisce sempre ad Acquafredda. Il Mazziotti (…), continuando il suo racconto, a p. 8, in proposito scriveva che: “Dunque era proprio lui! Occorreva adunare gente. Frenando il tumulto dell’animo, inviò un giovanetto, Domenico Florenzano, nella vicina tenuta detta ‘del Conte’ a chiamare i molti contadini che vi mietevano il grano ed a Sapri la sua domestica, Emanuelina Liguori, con una lettera ai suoi congiunti ecc….Dopo una lunga attesa giungevano da la campagna i mietitori: i fratelli Giambattista e Biagio Florenzano, un altro Biagio Florenzano ecc…”.

La ‘Torre lo Crivo’ era nel Principato Citra e dunque appartenente al territorio di Sapri ?

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I due cartografi Stelliola e Mario Cartaro (…), addirittura segnano la Torre del Crivio, all’interno dei confini geografici del “Principato Citra”, tanto che ci fa pensare che la linea di confine tra le due Regioni di Campania con il Principato Citra e la Basilicata (si vede la Torre di Acquafredda), all’epoca del 1613, sia stata diversa da quella attuale. Oggi la linea di Confine tra le due Regioni, corrisponde al vallone o Canale di Mezzanotte, come si può ben vedere sull’immagine del satellite di googgle maps, ma la carta in questione, include la “Torre lo Crivo” nel ‘Principato Citra’, che corrisponde all’attuale Campania.

Nel 1466, a Sapri un cimitero di fanciulli a “S. Fantino” citato nello Statuto n. 41 degli Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro redatti da Teodoro Gaza

Le origini dei possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, e delle Grancie di San Nicola a Sapri e di S. Fantino sita nel porto di Torraca (o di Sapri), sono molto più antiche del documento del Notaio Domenico Magliano, la “Platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a piro del 1695-96” (3), citata dal Gaetani (4) e, di cui il Gaetani (…) pubblicò alcuni passi dei documenti ivi contenuti, manoscritti. Riguardo alcuni possedimenti nelle “Località Extra”, come quelli nel “Portus Saprorum” (all’epoca territorio di Torraca), come le Grangie di S. Fantino e quella di S. Nicola a Sapri – citate nell’antico documento notarile del 1695-96 (3)), venivano citate anche in uno dei 9 Statuti o Capitoli aggiunti ai 47 Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, pubblicati dal Di Luccia (…) e dal Cataldo (…). Il Cataldo (…), sulla scorta del Di Luccia (…), segnala che Teodoro Gaza (…), il 7 ottobre 1466, compilò gli Statuti o Capitoli della Terra di S. Giovanni a Piro. Il Cataldo (9), dice che gli Statuti “…comprendevano 47 articoli”, redatti dal Gaza in qualità di Abbate pro-tempore, per regolare la vita dell’Università (Comune Aragonese) di S. Giovanni a Piro e dell’Abbazia e, a cui ne vennero aggiunti altri 9 capitoli dagli Abati d’Aragona e De Bacio – successori del Gaza –  e tolti due da Monsignor De Nigro. Scrive sempre Ebner (…), sulla scorta del Di Luccia (…), a p. 490 che “…chiamato a Roma, il Gaza venne sostituito temporaneamente dal canonico di Policastro Francesco del Nero (20) che per ordine dell’abbate commendatario cancellò i capp. 46, 47 e 49. L’abate de Vio modificò il cap. 37, Alfonso d’Aragona sostituì il cap. 44 con il 54……Il 27 dicembre 1468 venne nominato abate mons. Andrea del Nero, per rinuncia del cardinale Bessarione con breve di Paolo III (21). Seguì Alfonso d’Aragona, figlio naturale di re Ferrante (22).”. Sulla visita di Atanasio Calkeopulos ho dedicato ivi un mio saggio. Ebner (…), nel vol. II, a p. 490, nella sua nota (20), postillava che:“(20) Ebner, Economia e società cit., II, p. 415 sg. Capp. 46-48. A p. 416, manca, per errore tipografico, il cap. 48: “Costituimo, che nulla persona si ponga ecc..ecc..”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 491, nella sua nota (21), postillava che: “(21) Dal processo anzidetto conservato nell’Archivio della Cappella romana (f 152). Cfr. Di Luccia, p. 17 sgg.”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 491, nella sua nota (22), postillava che:“(22) Ebner, Storia cit., p. 449. Alfonso d’Aragona era stato nominato dal re vescovo di Chieti, ma la nomina non venne mai confermata dalla santa Sede. Alfonso fu poi (1489) anche abate commendatario della badia di S. Maria di Pattano (v.) che, con suo decreto, il re aveva avocata alla sua giurisdizione.”. Al capitolo o Statuto n. 41, pubblicato dal Di Luccia a p. 39, si scrive: “Constituimo, che li peccerilli dasette anni in giuso, che moreno siano sepelliti a S. Fantino, & chi se mette dentro l’Ecclesia paga tarì…. Dunque, lo statuto n. 41, parla di un cimitero a S. Fantino. Secondo gli Statuti (aggiunti) dell’Abbazia di San Giovanni a Piro, alla Grancia di San Fantino (a Sapri), doveva esserci un cimitero dove si dovevano seppellire i bambini morti al di sotto dei sette anni. Ma si trattava del S. Fantino di cui l’Abbazia possedeva una Grangia a Torraca (o territorio saprese)?. Era il S. Fantino di cui parla il Di Luccia (…) ?. Scrive il Tancredi (…), a p. 60 che Teodoro Gaza “Fu il grande organizzatore del Cenobio Basiliano, in fase di decadenza. Procurò ogni mezzo per ricondurre all’antico splendore. Per regolare la vita dei due enti, dettò i celebri “Statuti”, che costituirono il “Diritto positivo” dell’Abbadia e dell’Università poichè contenevano norme di diritto Civile, Penale, Amministrativo, di Pubblica sirurezza ed altre norme relative alla tutela della proprietà, dell’igiene, al sistema tributaro ed all’amministrazione della giustizia, che, con il concorso degli esperti di diritto era nelle mani dell’Abate….Detti statuti del 7 ottobre 1466, Ind. XI, contenevano 49 articoli con altri 7 aggiunti dagli altri commendatori e una nota notarile, per opportune modifiche agli articoli precedenti. Esaminando questi provvedimenti di natura prettamente economica, ecc…”. Ecco ciò che scriveva il Tancredi sugli Statuti del Gaza da cui si evince che nel 1466, vi era un S. Fantino. A S. Giovanni a Piro, vi era una località chiamata S. Fantino, ma non è dimostrato che il S. Fantino a cui è riferito il cimitero di fanciulli citato nello statuto n. 41, sia da riferire a S. Giovanni a Piro. Se come io credo si tratti di un possedimento dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, posto nelle “località Extra”, come si evince dalla “Platea dei beni etc…” del 1695-96, siccome gli Statuti, tra l’Università di S. Giovanni a Piro e la Baronia ecclesiastica dell’Abbazia basiliana – compilati da Teodoro Gaza – pubblicati dal Di Luccia (…) – risalgono al 1466 e, lo Statuto n. 41 che riguarda proprio la  Grancia di S. Fantino, dimostra che la grangia di S. Fantino nel territorio Saprese esisteva già nel 1466, epoca di fondazione degli Statuti redatti dall’Abbate pro-tempore Teodoro Gaza. Ma la grancia di S. Fantino a cui si riferiva lo statuto n. 41 era la Grancia di S. Fantino posta nel territorio saprese citata anche nella “Platea dei Beni e delle rendite etc..” redatta dal notaio Magliano nel 1695-96 ?. Io credo che lo Statuto n. 41, si riferisca ad una grancia dipendente dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro, posta nel territorio saprese (di Torraca all’epoca) e non si riferisse alla chiesa di S. Fantino posta nella terra di S. Giovanni a Piro. Infatti, Pietro Ebner (…), sulla scorta del Di Luccia, parlando di S. Giovanni a Piro, nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 493 scriveva in proposito che: “Il Di Luccia (p. 479 trascrive la “Instruccione et ordinatione date a voi Donno Ieronimo Sursaya per nui Antonio Terracina Apostolico protonotario et Commendatore de l’Abbatia de S. Ianne a Piro e S. Pietro de Lycusate” per cui il predetto doveva che eseguiate le volontà testamentarie di certo Francesco di cui manca il cognome; di “far acconciare e reparare dall’Università la Ecclesia de S. Fantino”. Dunque il Di Luccia ci parla di una chiesa di S. Fantino posta nel territorio di S. Giovanni a Piro e non ci parla di una Grancia e dunque come io credo lo statuto n. 41 si riferisce alla grancia di S. Fantino posta nel territorio di Torraca (ma in realtà si tratta del territorio saprese. Di certo si ha un ulteriore documento dell’epoca degli statuti che confermerebbe una grangia nel territorio saprese.

Nel 1466 (anno degli Statuti compilati da Teodoro Gaza), l’antico Camposanto o “cimitero di fanciulli” a Sapri

Il Gaetani (2) nel suo libro su Torraca  ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, riporta uno stralcio dell’antico documento notarile manoscritto del 1695 (4) il quale, parla della Grancia di San Fantino, che apparteneva in origine all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, quindi confermando la notizia del Di Luccia (3), descrivendone limiti e confini nel territorio saprese. Il Gaetani (2), scrive in proposito: “tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia “. Sia i documenti del Di Luccia (3), che quello del Notaio Domenico Magliano (4) pubblicato dal Gaetani (2), non ci danno informazioni sul luogo dove erano costruiti questi due edifici. Riguardo il documento notarile del Magliano (4), pubblicato dal Gaetani (2), si parla della “Cappella di S. Infantini sita et posita in Terra Torracae… Nota sul Porto di Sapri. Sappiamo che questo antico edificio sorgeva a Sapri o nel suo limitrofo territorio che apparteneva ai Baroni Palamolla. Il Gaetani (2), in proposito alla Grancia di San Fantino, traendo alcune notizie dal docu-mento notarile del Magliano (4) e, pubblicandone un breve stralcio, parla e descrive la Cappella di San Fantino, di cui abbiamo dedicato uno studio quì pubblicato. Dalla descrizione delle terre annesse alla Grancia di S. Fantino, dei suoi confini e dei proprietari confinanti che riporta il Gaetani, non siamo riusciti ad individuarne l’esatta sua localiz-zazione nel 1689. Possiamo solo dire in proposito che la Grancia di S. Fantino si trovava nel territorio saprese a ridosso del vallone di S. Martino o di Ischitello, un tempo chiamato “piscitello” – come ci dice lo stesso Gaetani e, che detti terreni confinavano con i possedimenti del Barone Palamolla da cui dipendeva l’intero territorio saprese. Possia-mo aggiungere che la Grancia di S. Fantino, nel 1689, non dipendeva più dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro – come era stato in origine – i cui beni erano stati però incamerati dalla Cappella del SS. Presepe eretta dentro la sacrosanta Basilica di S. Maria Maggiore – quindi gestiti dalla Chiesa. Il Gaetani (2): “L’Abbadia basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina”. Le origini dei possedimenti della Abbazia di S. Giovanni a Piro, e delle Grancie di San Nicola a Sapri e di S. Fantino sita nel porto di Torraca (o di Sapri), sono molto più antiche del documento del Notaio Domenico Magliano (4),  pubblicato dal Gaetani (2) che riportava uno stralcio dell’antico documento notarile ma-noscritto (4). La Grancia di S. Fantino – citata nell’antico documento notarile del 1695-96 (4)), veniva citata in uno dei 9 Statuti o Capitoli aggiunti ai 47 Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, pubblicati dal Di Luccia (3) e dal Cataldo (5). Il Cataldo (5), afferma sulla scorta del Di Luccia che Teodoro Gaza, il 7 ottobre 1466, compilò gli Statuti o Capitoli della Terra di S. Giovanni a Piro. Il Cataldo (5), dice che gli Statuti “…comprendevano 47 articoli”, redatti dal Gaza in qualità di Abbate pro-tempore, per regolare la vita dell’Università (Comune Aragonese) di S. Giovanni a Piro e dell’Abbazia e, a cui ne vennero aggiunti altri 9 capitoli dagli Abati d’Aragona e De Bacio – successori del Gaza –  e tolti due da Monsignor De Nigro. Al capitolo o Statuto n. 41, pubblicato dal Di Luccia a p. 39, si scrive: “Constituimo, che li peccerilli da sette anni in giuso, che moreno siano seppelliti a S. Fantino, & chi se mette dentro l’Ecclesia paga tarì…. Siccome gli Statuti, tra l’Università di S. Giovanni a Piro e l’Abbazia basiliana – compilati da Teodoro Gaga- pubblicati dal Di Luccia – risalgono al 1466, e lo Statuto n. 41 che riguarda proprio la  Grancia di S. Fantino, se ne deduce che la Grancia di S. Fantino nel territorio saprese era presente nel 1466 – epoca di fondazione degli Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro – che la possedeva, già molto prima che fosse citata nell’antico documento notarile del 1695-96 (4). Inoltre, secondo gli Statuti (aggiunti) dell’Abbazia di San Giovanni a Piro, alla Grancia di San Fantino (a Sapri), doveva esserci un cimitero dove si dovevano seppellire i bambini morti al di sotto dei sette anni. Sulla scorta di queste notizie citate, a Sapri, nel 1466 – epoca di fondazione degli Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, vi erano le Grancie di S. Nicola, di San Infantino dove secondo lo Statuto n. 41, dovevano essere sep- pelliti i bambini morti al di sotto dei sette anni. In un libretto del 1928 il Magaldi (6), scriveva in proposito: “In contrada S. Giovanni, a ridosso della collina d’Ischitello, sorse anche un piccolo tempio che appartenne fino all’anno 1778 al clero di Torraca e il cui sotterraneo divenne cimitero antico del luogo: la fossa comune.”. Riguardo il vecchio cimitero “Camposanto”, nel 1891, il dott. Gallotti (7), così scriveva: ”Il Camposanto di Sapri, non solo è in posizione antigienica….io credo non avesse neppure la distanza dall’abitato….verso il 1825 proponevo al Consiglio Comunale di provvedere al più presto a spostare il Camposanto di Sapri in altro luogo che sia distante dal centro abitato. Debbo pur far notare come la ferrovia, di cui si è già parlato, lambisce quasi il Camposanto di Sapri.”. Il Gallotti che era medico, lamentava la posizione del preesistente e vecchio cimitero di Sapri e ne auspicava il suo spostamento in luogo più salubre, ma conferma il fatto che il vecchio cimitero o “fossa comune” fosse ubicato lungo la dorsale ferroviaria, sulle colline che traguardano il centro abitato. Mia zia Maria, racconta che il vecchio cimitero fosse posto ove oggi è la chiesetta della Madonna della trovatella. Certo è che la notizia di un vecchio cimitero sito nella Grancia di S. Fantino (o San Infantino; fantintino o infante = bambino), tratta dallo Statuto n. 41 dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro che nel 1466, la possedeva a Sapri, non è strana se consideriamo che il vecchio cimitero o camposanto o fossa comune, di Sapri, non era dove si trova attualmente ma si trovava proprio sulle colline di Sapri, sulla dorsale che sale verso Torraca, dove oggi viene chiamata la località ‘Trovatella. Fino ai primi dell’’800, il vecchio cimitero di Sapri era dove oggi si trova una chiesetta dedicata alla Madonna della Trovatella, da cui prende il nome l’omonima borgata di Sapri. Quando in seguito all’ultimo conflitto mondiale, in mezzo al cimitero ed alla piccola cappella annessa e l’ossario, fu ritrovata intatta una statuina della Madonna, che la popolazione venera chiamandola ‘Trovatella’, venne poi costruita la piccola chiesetta proprio dove sorgeva il vecchio cimitero di Sapri. Dobiamo prendere per buone le tre notizie, ovvero che un vecchio camposanto si trovava nella tenuta o grancia di S. Infantino, il cui territorio è descritto dallo stralcio dell’antico documento notarile (4), riportato dal Gaetani (2) e, poi si è spostato dove è descritto dal Magaldi (6). Sarà poi in seguito, nel 1891, che il Gallotti (7) parlerà del Cimitero di Sapri e poi in seguito ne parlerà anche il Tancredi (8).

Secondo gli Statuti (aggiunti) dell’Abbazia di San Giovanni a Piro, alla Grancia di San Fantino (a Sapri), doveva esserci un cimitero dove si dovevano seppellire i bambini morti al di sotto dei sette anni. Lo studioso locale Josè Magaldi (…), nel 1928, nel suo libretto inedito ‘Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni’, che scrisse su incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, in proposito scriveva che: “In contrada S.Giovanni, a ridosso della collina d’Ischitello, sorse anche un piccolo tempio che appartenne fino all’anno 1778 al clero di Torraca e il cui sotterraneo divenne cimitero antico del luogo: la fossa comune.”. Dunque, Josè Magaldi (…), che si occupò degli scavi archeologici a S. Croce scriveva che a ridosso della collina del vallone “Ischitello” nella contrada saprese di S. Giovanni, sorse un piccolo tempio che era appartenuto fino al 1778 al clero di Torraca e che il cui sotterraneo divenne cimitero antico del luogo: la fossa comune.”. Vi era un cimitero a San Fantino? Lo Statuto n. 41 non sembra così strano se consideriamo che il vecchio cimitero o camposanto o fossa comune, di Sapri, non era dove si trova attualmente ma i defuni venivano seppelliti in una fossa comune posta sotto l’antica chiesetta di S. Giovanni che come scriveva il Magaldi (…), fino al 1778 apparteneva al clero di Torraca.  Già molti anni prima, nel 1891, il dott. Nicola Gallotti (…), nel suo ‘Condizioni igienico sanitarie di Sapri’, riguardo il vecchio cimitero “Camposanto”, scriveva che: ”Il Camposanto di Sapri, non solo è in posizione antigienica….io credo non avesse neppure la distanza dall’abitato….verso il 1825 proponevo al Consiglio Comunale di provvedere al più presto a spostare il Camposanto di Sapri in altro luogo che siadistante dal centro abitato. Debbo pur far notare come la ferrovia, di cui si è già parlato, lambisce quasi il Camposanto di Sapri.”. Il Gallotti che era medico, lamentava la posizione del preesistente e vecchio cimitero di Sapri e ne auspicava il suo spostamento in luogo più salubre, ma conferma il fatto che il vecchio cimitero o “fossa comune” fosse ubicato lungo la dorsale ferroviaria. Mia zia Maria, nata nel 1923, racconta che il vecchio cimitero fosse posto ove oggi è la chiesetta della Madonna della ‘Trovatella’. Ai primi del ‘900, il cimitero di Sapri, si trovava sulle colline di Sapri, sulla dorsale che sale verso Torraca, dove oggi viene chiamata la località ‘Trovatella’. Fino ai primi dell’800, il vecchio cimitero di Sapri era dove oggi si trova una chiesetta dedicata alla Madonna della Trovatella, da cui prende il nome l’omonima borgata di Sapri. Quando in seguito all’ultimo conflitto mondiale, in mezzo al cimitero ed alla piccola cappella annessa e l’ossario, fu ritrovata intatta una statuina della Madonna, che la popolazione venera chiamandola ‘Trovatella’, venne poi costruita la piccola chiesetta proprio dove sorgeva il vecchio cimitero di Sapri.

Nel ‘400, “Dimera di Sapri” in un pavimento maiolicato in S. Pietro a Majella a Napoli

Lo studioso della maiolica napoletana Guido Donatone (….), si è interessato ad un pavimento napoletano del ‘400, attualmente conservato nel Museo dell’Istituto d’Arte di Napoli, che reca la firma del suo esecutore: un certo ‘Dimera’ di Sapri.

La notizia di un certo ‘Dimera di Sapri’, probabile esecutore di un pavimento del XIV secolo a Napoli

Nel 1998, nella mia Relazione sull’ “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, redatta su incarico del Comune di Sapri per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) redatto dal Prof. Francesco Forte, a p. 16 in proposito scrivevo che: “Lo studioso della maiolica napoletana Guido Donatone (117), si è interessato ad un pavimento napoletano del ‘400, attualmente conservato nel Museo dell’Istituto d’Arte di Napoli, che reca la firma del suo esecutore: un certo ‘Dimera’ di Sapri. Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, ecc…”. Dunque, la notizia interessantissima riguardava un pavimento maiolicato napoletano del ‘400 che racava la firma del suo probabile esecutore, un certo “Dimera” di Sapri e, riferita da Felice Cesarino (…) che, nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione della storia antica di Sapri” (…) (stà in “L’attività archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, pubblicato nel lontano 1979), a p. 28 informava che: “Il prof. Guido Donatone, uno studioso della maiolica napoletana (10), si è interessato ad un pavimento napoletano del ‘400 (attualmente conservato presso l’Istituto d’Arte di Napoli) che reca la firma del suo esecutore: un certo DIMERA di Sapri.”. Il Cesarino a p. 28, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Vedi “La maiolica napoletana dalle origini al sec. XV” in “Storia di Napoli”, vol. IV, Napoli, 1975.”. Dunque, una notizia tratta da Guido Donatone (…) che ha scritto diversi testi sulla maiolica Campana, nel Regno di Napoli. Ho cercato di indagare ulteriormente sull’interessante notizia riferita dallo studioso napoletano Guido Donatone.

pavimento

(Fig…..) Pavimento del ‘400 ove vi è la piastrella (riggiola) maiolicata con la scritta “Dimera de Sapri” nella cappella Campanile (…) nella chiesa di S. Pietro a Maiella a Napoli – immagine tratta dalla rete http://www.nobili-napoletani.it/Campanile.htm

Felice Cesarino traeva l’interessante notizia dal saggio sulla maiolica napoletana del ‘400 del prof. Guido Donatone (…). Il Cesarino (…), nella sua nota (10) citava il riferimento bibliografico, ovvero il testo del Donatone ma non diceva altro. Certo la notizia era ed è interessantissima essendo all’epoca pure fresca di stampa. Il volume IV della “Storia di Napoli” (Edizioni Scientifiche Italiane) contiene il saggio di Guido Donatone (…), “La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV”. Il volume IV della “Storia di Napoli”, fu pubblicato nel lontano 1974 ed ivi troviamo il saggio dello studioso napoletano Guido Donatone (…): “La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV” che, a pp. 579 e s. parla dei pavimenti maiolicati del XV secoli in Campania. Nel saggio di Guido Donatone “La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV” non appare mai la parola “Dimera di Sapri” e, nel testo scritto non pare vi sia un riferimento diretto al maiolicaro Dimera di Sapri. Il Donatone però, riporta alcune immagini di pavimenti ed una in particolare, la fig. n. 232, si può leggere “Dimera de Sapri”. La fig. 232 del saggio di Donatone (vedi Fig. n. 1) illustra un pavimento maiolicato. Per saperne di più dobbiamo riferirci alla didascalia. Infatti, nella didascalia della fig. 232) è scritto che: “232) Avanzi del pavimento un tempo nella cappella del Crocifisso in S. Pietro a Maiella. Fabbriche napoletane del secolo XV. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”, mentre nella didascalia dell’altra immagine fig. n. 233) si postillava che: “233) Avanzi di impiantito con lo stemma di Poderico. Fabbriche napoletane del secolo XV. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”; la didascalia della fig. 235) postillava che: “235) Avanzi del pavimento della cappella Brancaccio della chiesa di S. Angelo a Nido. Fabbriche napoletane del secolo XV. L’autore dell’impiantito si rivela in maniera palmare uno dei ritrattisti che dipinsero i vasi con personaggi della corte aragonese più innanzi illustrati. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”.

Nel 1481, la cappella “extra moenia” di Santa Maria di Portosalvo

Mia zia, Maria Attanasio racconta che sua nonna Teresa Eboli (la “vava”), gli diceva che andava con sua madre a pregare nella Cappella di Santa Maria di Porto Salvo, sita nelle contrade sopra le colline di Sapri, nei pressi della Madonna dei Cordici e poco dopo l’attuale locale chiamato “le Capannelle”. In quei luoghi, vi era anticamente una chiesetta intitolata a “Santa Maria di Porto Salvo”. Mia zia Maria, racconta che, molte famiglie Sapresi, si recavano a piedi, a far visita alla Madonna di Porto Salvo, una statuetta lignea di cui si sono perse le tracce, per farsi benedire. Oggi, di quella cappella si sono perse le tracce e sono rimati in piedi i suoi ruderi. Nel 1914, Rocco Gaetani (3), nel suoGian Giacomo Palamolla detto il Palemonio, il barone di Torraca e di Sapri, accenna ad una ricostruzione storico-urbana e alle origini della cittadina di Sapri. Il Gaetani (…), riporta alcune notizie e documenti interessantissimi e ci parla anche di questa antichissima cappella o chiesetta di campagna di Santa Maria di Porto Salvo, costruita nelle campagne sapresi facenti parte del feudo della Baronia di Torraca. Secondo il racconto che ci fa il sacerdote Luigi Tancredi (10) “La chiesa, che era situata in collina, a 4 miglia da Torraca e custodita da Giovanni Barra, ora non esiste più, come non esiste quella di S. Francesco di Paola, che sorgeva appunto in località S.Francesco: andò in rovina durante la guerra 1940-43.”. Il Sacerdote Luigi Tancredi (10), nel suo libro “Sapri giovane e antica”, nel cap. III “Sapri sacra”, anche sulla scorta del sacerdote di Torraca, Rocco Gaetani (….), a pp. 53-54, ci parla dell’antica cappella di Santa Maria di Porto Salvo. Il Tancredi (10), a p. 53, parlando di “Santa Maria di Portosalvo”, in proposito scriveva che: “Figura già nel primo ‘600; con la sua costruzione, il Sig. Decio Palamolla, Barone di Torraca e del feudo di Sapri, volle venire incontro ai contadini dimoranti nel Porto, per la coltivazione dei campi, ove i prodotti, per il clima mite, maturavano prima. Il Vescovo Mons. Giovanni Santonio, versò 23 ducati e mezzo a Don Filippo Cavalieri, Arcidiacono della Cattedrale, per l’acquisto di un quadro della madonna e di alcuni arredi: croce, candelieri, palio, cuscini in oro-pelle e tovaglie. Vi era l’onere della celebrazione di una Messa settimanale da parte del clero e del Parroco di Torraca, D. Ferdinando Magaldi, secondo le intenzioni del Barone. La dotazione offerta dal Barone, con annuo assegno, fu ritenuta molto utile a vantaggio dei fedeli, sia di quelli stabilmente dimoranti, sia di quelli che affluivano di sopra. La cappella era coperta con tegole e l’altare, ben mantenuto, era convenientemente ornato (1). Quale bene immobile, la chiesa possedeva un vigneto, venduto da Domenico Biondo, da Maratea, a Ferdinando Caporale, torriere addetto alla Torre di Buondonno, presso il Porto; la somma di 20 ducati, ricavati quale rendita di detto fondo, serviva per la manutenzione del sacro edificio (2). Nel 1632, D. Filippo Cavalieri riceveva 32 ducati, con la cui rendita si provvedeva all’acquisto di nuovi arredi, ai necessari restauri ed alla sostituzione della vecchia porta, ridotta in cattivo stato. La chiesa, che era situata in collina, a 4 miglia da Torraca e custodita da Giovanni Barra, ora non esiste più, come non esiste quella di S. Francesco di Paola, che sorgeva appunto in località S.Francesco: andò in rovina durante la guerra 1940-43.”. Dunque, secondo il racconto di Luigi Tancredi (10), la cappella di S. Maria di Portoalvo non esiste più. Luigi Tancredi scrive pure che nel 1978 non esisteva più neanche la “cappella di S. Francesco di Paola” che sorgeva nell’omonima località di San Francesco e che fu distrutta durante i bombardamenti che Sapri subì in occasione dell’ultimo conflitto mondiale. Il Tancredi, a p. 53, nella sua nota (1) postillava che: “(1) A.D.P. SS. Visite Pastorali di Urbano Feliceo: Torraca, Cappella “extra moenia”, 22 settembre (fol. 89) e 16 dicembre (fol. 98), 1629. Gaetani Rocco: o. p., pagg. 42-43. Così leggiamo nelle SS. Visite Pastorali “in dicto loco est necessarissima Cappella, quia confluunt gentes in dicto portu, praeter eos cui permanent”. Sempre il Tancredi, a p. 54, nella sua nota (2) postillava che: “(2) A.D.P.: idem: ‘Sante Visite Pastorali U. Feliceo (2 dicembre 1630).: “invenit in era altare decentissime ornatum de omnibus necessariis pro Missae sacrificio”.”. Sempre il Tancredi a p. 54, nella sua nota (3) postillava che: “(3) A,D.P.: SS. ‘Visite Pastorali di Urbano Feliceo (5.3.1632). In quest’anno era parroco di Torraca D. Giovanni Antonio Brando.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906 (v. ristampa a cura della nipote Rossella Gaetani, 2015), nell’Appendice II, a p. 293, postillava che: “Traduzione da pag. 42”: Visita del Vescovo Felicei, 2 dicembre 1635: visitò la cappella dal titolo di S. Maria di Porto Salvo con soffitto ed archi e trovò in essa l’altare molto ben preparato con tutto il necessario per il sacrifio della Messa. Nella parete sopra l’altare è dipinta l’immagine della SS.ma Vergine e si celebra una sola Messa nei giorni festivi per devozione del Barone della Terra di Torraca e del faudo di Sapri, D. Decio Palamolla. Nel detto luogo è necessarissima una detta cappella, perchè confluiscono genti nel detto porto, oltre quelle che già dimorano per la cura dei vigneti. Perciò pregò il Signor Barone che si facesse una assegnazione annua da parte di chi avrebbe buone intenzioni. Similmente il signor Barone assicura il b.m. Vescovo Santorio di aver dato 23 ducati all’ill.mo e Rev.mo D. Filippo Cavalieri, arcidiacono di Policastro per spendere questi 23 ducati per un’icona e per altre necessità di detta cappella; che non ancora erano stati spesi perchè detto arciprete è assente e che quando lui ritornerà, sarà fatto. Il barone sostenne Domenico Biondo di Maratea che vendesse la vigna nel feudo di Sapri al caporale Ferdinando Turriero della torre del Buondomire presso il porto (di Sapri) e ordinò, essendo debitore con lo stesso Ferdinando di veni ducati per i suoi della cappella che pretende invece dal Clero di Torraca, di preparare, al più presto, lo strumento di vendita “ad finem previdendi”.”.

cattura

(Fig….) Forse i ruderi della cappella “extra moenia” di S. Maria di Portosalvo sulla via S. Paolo, nei pressi del locale “Le Capannelle”. L’immagine è tratta da una foto postata su fb da Sergio Massimilla

Il Sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo  ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, scriveva a p….. (v. ristampa a cura della nipote Rossella Gaetani, 2015), nella sua nota (2) scriveva: “Visitatio Episcopi Felicei 16 dicembre 1629. Santa Maria de Porto Salvo. Si trovano venti docati e mezzo in mano al Vescovo “quibus exactis ecc..ecc..”. Nella visita dello stesso , 2 Decembre 1635, “Visitavit Cappellam sub titulo S.to Mariae de Portu Salvo, quae cappella est fornicata ecc..ecc..”. Il documento (2), citato dal Gaetani (3) è tratto dal documento: “Visitatio Episcopi Felicei, datato 16 dic. 1629 (9), cioè il documento della visita episcopale del Vescovo Urbano Feliceo, che però il Laudisio (6), dice essere stato il 37° vescovo di Policastro, nominato Vescovo di Policastro nel 1630, è confermato dal Tancredi (10). Il Vescovo Feliceo, appena nominato Vescovo, visitò le parrocchie della sua Diocesi e riguardo Sapri, cita il documento (2) del 1481, in cui si dice che il Vescovo di Policastro dell’epoca aragonese, nel 1481, concedeva a Mastro Santillo Grandi, di costruire a Sapri la “Cappella di Santa Maria di Portosalvo”. Ne il Gaetani (…), e il Tancredi (…), fanno riferimento al documento del 1481, citato da Ebner. Il Gaetani (3), a p. 43, affermava che la Cappella di S. Maria di Porto salvo fu costruita per volontà del Barone di Torraca Decio Palamolla. In seguito, l’Ebner (5), citerà questa notizia, scrivendo in proposito: “Nell’Archivio della Badia di Cava vi è la bolla del vescovo di Policastro che concede (14) a mastro Santillo Grandi di costruire (a. 1481) una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. L’Ebner (…), a p. 592, nella sua nota (14), postillava che: “(14) I, ABC, aprile 1481, XV, LXXXV 98.”. Pietro Ebner (…), postillando “I, ABC”, si riferiva ad un documento “I = inedito” e proveniente dall’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni (ABC). Dunque per l’Ebner (5), il titolo della Cappella che doveva costruire mastro Santillo Grandi non era come afferma il Gaetani (3): ‘S. Maria di Porto Salvo’ ma era: ‘…di costruire una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri’. Cercheremo con il tempo il documento originale conservato all’Abbazia di Cava dei Tirreni, sperando di trovarlo intatto e leggibile. Sappiamo tuttavia che, alcune cappelle dal titolo di Santa Maria di Porto Salvo’ si trovano a Villammare e al porto di Palinuro. Nel 1982, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa baroni e popolo nel Cilento’, a p. 592, citava un documento del 1481. Pietro Ebner (…), invece, scriveva in proposito ad un altro documento datato 1481. Ebner (…), scriveva che: “Nell’archivio della Badia di Cava vi è la Bolla del vescovo di Policastro che concede (14) a mastro Santillo Grandi di costruire (a. 1481) una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. L’Ebner (…), a p. 592, nella sua nota (14), postillava che: “(14) I, ABC, aprile 1481, XV, LXXXV 98.”.

Nel 1471 al 1485, Gabriele Guidano di Lecce, vescovo della Diocesi di Policastro

Nell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni esiste un documento datato anno 1481, di cui parlerò per quell’anno e citato da Pietro Ebner (…). Pietro Ebner (…), a p. 592 del vol. II, in proposito scriveva che: “Nell’archivio della Badia di Cava vi è la Bolla del vescovo di Policastro che concede (14) a mastro Santillo Grandi di costruire (a. 1481) una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. L’Ebner (…), a p. 592, nella sua nota (14), postillava che: “(14) I, ABC, aprile 1481, XV, LXXXV 98.”. Ma Pietro Ebner (…), non dice chi fosse il vescovo che nell’anno 1481 fosse a capo della cattedra Vescovile della Diocesi di Policastro. La notizia ed il documento riguarda proprio l’epoca in cui nel Golfo di Policastro diversi feudi erano in mano ai Petrucci ed è di estrema importanza per la storia di Sapri. Riguardo il vescovo della Diocesi di Policastro, a cui si riferisce un documento del 1481, di cui parlerò innanzi, io credo si trattasse del vescovo Gabriele Guidano, come del resto attesta lo stesso documento in questione e il sacerdote Giuseppe Cataldo, la cui cronostassi non coincide con quella di Ebner e soprattutto con quella del Laudisio che in quel periodo poneva Vescovo di Policastro Mons. Gabriele Altilio. Di sicuro, sappiamo da un documento notarile redatto dalla Curia Vescovile di Policastro, citato dal Gaetani (…), che nel 1481, il vescovo di Policastro Gabriele Guidano (…), concesse di costruire la Cappella di Santa Maria di Porto Salvo nel territorio di Torraca, sulle colline limitrofe a Sapri, all’epoca chiamata “Porto di Torraca” e, il suo feudo. Da mie personali ricerche, effettuate presso l’archivio dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità a Cava de Tirreni, risulta che l’antico documento, fosse collocato in ‘Arca’ (le Arche sono dei grandi manoscritti eseguiti dai monaci, dove essi registravano e sistemavano tutti i documenti), LXXXV (n. 85), n. 98. inoltre, come ho già detto, Ebner, non diceva chi fosse il vescovo di Policastro. Da mie personali ricerche nel prestigioso archivio Cavense, si trattava di “Gabriele Guidano” (così lo riporta il Laudisio a p. 77, della sua ‘Synopsi’ vedi versione curata dal Visconti), essendo sul documento citato un certo “Gabriel Godanus. Infatti, il Laudisio (…), scriveva: “XXII. Gabriel Guidanus Licensies, episcopus anno 1491.”. Dunque, secondo il Laudisio (…), Mons. Gabriele Guidano venne eletto nell’anno 1491 e dunque non poteva essere il vescovo della Bolla del 1481 (il documento di cui parlerò innanzi che riguarda Sapri. Io credo , invece che il Laudisio abbia confuso la data di elezione alla cattedra vescovile di Policastro di Mons. Guidano. Credo che la data riportata dal Laudisio non fosse 1491 ma fosse 1481. Infatti, padre Leone dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, assicura che Gabriele Guidano (così l’ha chiamato lui), fosse stato vescovo di Policastro dall’anno 1481 al 1484. Secondo la cronostassi dei vescovi riportata dal Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis)’, edita nel 1831, a p. 76 (si veda la versione curata dal Visconti), all’epoca del documento, datato anno 1481, il vescovo di Policastro,  doveva essere il n. XX Gabriele Altilio, lucano che, nell’anno 1471,  successe ad Enrico Languaro che era stato nominato vescovo della Diocesi Paleocastrense il 1467. Il Laudisio (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “L’Altilio, dopo essere stato precettore del principe Ferrandino, figlio del re Alfonso II, fu nominato vescovo di Policastro nel 1471.”. Dunque, secondo la cronostassi del Laudisio, nell’anno 1481, l’anno del documento citato da Ebner, doveva essere vescovo di Policastro Gabriele Altilio. Ma quì c’è un errore. Se secondo la cronostassi del Laudisio (…), il vescovo della Diocesi di Policastro nel 1481 doveva essere Mons. Altilio che fu nominato vescovo nel 1471. Secondo il Laudisio, Mons. Altilio rimase Vescovo di Policastro fino alla nomina del suo successore XXI, ovvero fino all’anno 1491 quando fu eletto Mons. Gabriele Guidano. Forse il Laudisio confuse il nome di “Gabriele” Guidano con quello di Mons. Gabriele Altilio. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, in un suo datiloscritto inedito del 1973, a p. 40, in proposito scriveva che: “Nell’8 gennaio 1493 Mons. Altilio veniva eletto vescovo di Policastro, come si rileva da due lettere di Ferdinando II (9 e 14 gennaio) e dalla bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano.”. Dunque, anche la versione del Cataldo discordava da quella del vescovo Laudisio.Secondo la cronostassi riferita dal Cataldo, Mons. Altilio veniva eletto Vescovo di Policastro nell’8 gennaio del 1493, come si rileva da due lettere di re Ferdinando II (due lettere del 9 e del 14 gennaio 1493 e dalla Bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 171, nel suo capitolo dedicato alla serie dei vescovi di Policastro, in proposito scriveva che: “21, Gabriele Guidano, di Lecce, 1471-1485.”. Dunque, secondo la cronostassi del Cataldo, archivista della Diocesi di Policastro, Mons. Gabriele Guidano, di Lecce, fu vescovo di Policastro dal 1471 al 1485, e dunque ciò che afferma il Cataldo, sconfessa quanto sia scritto nella ‘Synossi’ del Laudisio e conferma l’antico documento d’epoca aragonese, citato da Ebner. Il Laudisio (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “XXII. Gabriele Guidano, di Lecce, nominato vescovo di Policastro nel 1491.”. Forse un errore di stampa ?. Sempre il Laudisio, continuando la sua cronostassi dei vescovi Policastrensi, in proposito scriveva che: “XXIII. Bernardino Laureo, di Spoleto, nominato vescovo ed assegnato alla diocesi di Policastro nel 1504.”. Dunque, se la cronostassi del Laudisio è corretta, il vescovo di Policastro Gabriele Guidano, dovette esserlo fino al 1504. Siccome che, l’Ebner, che lesse il documento inedito del 1481, forse proprio sulla scorta del Laudisio, notando l’erore nella sua cronostassi, non citò il vescovo Gabriele Guidano, come invece assicura essere scritto, padre Leone. Tuttavia, il padre Leone, assicura che sul documento è scritto il nome del vescovo di Policastro “Gabriel Godanus”. Infatti, per l’errore del Laudisio (…), riguardo l’esatta cronostassi dei due vescovi della Diocesi, l’Altilio ed il Guidano (..) e soprattutto riguardo il documento del 1481 che interessa la storia di Sapri, ci viene incontro il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 40, in proposito scriveva che: “Nell’8 gennaio 1493 Mons. Altilio veniva eletto Vescovo di Policastro come si rileva da due lettere di Ferdinando II (9 e 14 gennaio) e dalla Bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano. La data dell’elezione vescovile di Altilio è rilevata anche nella lettera del Signor Abate D. Gaetano Marini del 15 novembre 1803, ove è rettificata la serie dei Vescovi di Policastro, tramandata dall’Ughelli, secondo il quale Gabriele Altilio, per confusione di nome, sta al posto di Gabriele Guidano, Vescovo di Policastro nel 18 settembre 1471.”. Dunque, in questo passo a cui il Cataldo sriferiva del Vescovo Altilio, si dice chiaramente che la cronostassi del Laudisio è errata in quanto i riferiva a quella errata dell’Ughelli.

Nell’aprile 1481, “lo porto de Saprj” e “Sanctullus grangis de civitate Policastrj” nella bolla del vescovo Gabriele Godano o Guidano, che concesse a Mastro Santillo Grandi di costruire la cappella di S. Maria di Porto Salvo nelle campagne del “Porto di Sapri”

Pietro Ebner (…), postillando “I, ABC”, si riferiva ad un documento “I = inedito” e proveniente dall’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni (ABC). Da mie personali ricerche, effettuate presso l’archivio dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità a Cava de Tirreni, risulta che l’antico documento, fosse collocato in ‘Arca’ (le Arche sono dei grandi manoscritti eseguiti dai monaci, dove essi registravano e sistemavano tutti i documenti), LXXXV (n. 85), n. 98.  Ebner, non diceva quale fosse il vescovo di Policastro che aveva emesso la bolla nell’aprile 1481, inoltre, come Ebner stesso dice, il documento era inedito. La bolla del vescovo di Policastro, dell’Aprile 1481, citata da Ebner a p. 592, vol. II, e nella sua nota (14), non è citato dal Laudisio (…) e, neppure dal Gaetani (…), che pure riportò diverse notizie su Sapri e Torraca. Inoltre, Ebner (…) riporta la notizia così com’è senza specificare chi fosse il vescovo di Policastro. Recentemente ho ricevuto il file digitale dell’antico documento del 1481, inviatomi da padre don Leone Morinelli dell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni, che è inedito e che pubblico per la prima volta. Nell’Archivio della Badia benedettina di Cava dei Tirreni è conservato un documento del 1481, la ‘bolla’, del vescovo di Policastro che, concesse a Mastro Santillo Grandi di costruire una Cappella a Sapri dal titolo di ‘Santa Maria di Porto Salvo’ (10), di cui il Gaetani (11), affermava essere stata costruita per volontà del  Barone di Torraca Decio Palamolla:

ARCA LXXXV 98

(Fig….) Bolla del Vescovo di Policastro Gabriele Guidano del 1481, inedita e conservata presso l’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni (Arca, LXXV, 98) (Archivio Attanasio)

Nella bolla leggiamo che: “Gabriel Guidanus a filiu magister Sanctullus grangis de civitate Policastrj afferunt ………………..civitatis loro lo porto de Saprj que ad prie est Ristoperta ecc..”. Il documento del 1481, è di estrema importanza per la storia di Sapri e di Torraca, in quanto, esistono solo pochissimi documenti d’età precedente che riguardano Torraca, datati e precedenti all’anno 1481, o che riguardano un periodo antecedente a quello citato nella storia di Torraca dal Gaetani (…), che ci parla della baronia di Torraca degli ‘Scondito’, risalente al più tardi ‘1500. Come vedremo innanzi, prima del documento citato da Ebner, del 1481, vi sono alcuni documenti che come vedremo fanno risalire Torraca a Biancuccia Mercadante e al comune di Laurito, pubblicati dalla Jole Mazzoleni (…), tutti documenti sconosciuti al Gaetani (…). Infatti, come scrive il Gaetani (…), che non lo cita affatto, in proposito a Torraca, nel suo ‘La fede degli avi nostri ecc..’, nelle sue ‘Note storiche’, a p. 283, nella sua nota (24), in proposito scriveva che: “(24) Famiglia Palamolla (da G. Palamolla, pag. 19-20) del Can. Dott. Rocco Gaetani. Torraca fu feudo baronale sin dall’età angioina. Dal Cedularia del grande Archivio di Stato di Napoli, risultano i seguenti baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; ecc…”Il Gaetani (…), un erudito locale e sacerdote di Torraca, ci informa che detta cappella “fu fatta costruire anche dal nostro Barone, con sussidi ecc…”, ma il Gaetani, faceva riferimento al documento “Visitatio Episcopi Felicei”, del 1635, dove si citava Dezio Palamolla. Dunque, secondo il documento datato 1635, non possiamo dire, quale fosse il Barone di Torraca nell’anno 1481, anno in cui, secondo una ‘bolla’ del Vescovo di Policastro, fu concesso a Mastro Santillo Grandi di costruire una cappella di Santa Maria di Porto Salvo. Dai ‘Cedularia’ dell’Archivio di Stato di Napoli, risultano baroni di Torraca, nel 1500, fino al 1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca”, come scrive il Gaetani a p. 283 del suo ‘Giovan Giacomo ecc.’. Un documento del 1481, epoca aragonese, conservato nell’Archivio della Badia benedettina di Cava dei Tirreni (…), è stato citato da Pietro Ebner (…). Si tratta della bolla del Vescovo di Policastro  che concedeva a Mastro Santillo Grandi di costruire una Cappella a Sapri dal titolo di ‘Santa Maria di Porto Salvo’, di cui il Gaetani (…), affermava essere stata costruita per volontà del Barone di Torraca Decio Palamolla. La notizia fu da me pubblicata nel lontano 1987 in un mio scritto a stampa (1). Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel 1982, a p. 592, parlando di Sapri, citava la Cappella di S. Maria al porto di Sapri”, costruita delle campagne del territorio Saprese, all’epoca facente parte del feudo e della Baronia di Torraca e, di cui il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo  ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, a p. …, scriveva che fosse voluta dal Barone di Torraca Dezio Palamolla. Lo attesta un documento del 1535, la “Visitatio Episcopi Felicei”, di cui parlerò. Nel 1914, Rocco Gaetani (3), nel suoGian Giacomo Palamolla detto il Palemonioaccenna ad una ricostruzione storico-urbana e alle origini della cittadina di Sapri. Il Gaetani (…), riporta alcune notizie e documenti interessantissimi e ci parla anche di questa antichissima cappella o chiesetta di campagna di Santa Maria di Porto Salvo, costruita nelle campagne sapresi facenti parte del feudo della Baronia di Torraca. Dal sito dell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni, leggiamo che i documenti pubblici (Bolle papali o vescovili, diplomi di imperatori, re e signori feudali) si trovano nell’arca magna in numero di oltre 700, ordinati anch’essi cronologicamente. Dunque, la bolla del vescovo di Policastro citata da Pietro Ebner dovrebbe trovarsi nell’‘Arca Magna’. Ebner, riguardo gli antichi documenti provenienti dalla Badia di Cava de Tirreni, citava il Codice Diplomatico Cavense. Il Codex diplomaticus cavensis abbreviazione bibliografica CDC; in italiano: Codice diplomatico cavense, o cavese) è un progetto editoriale attivo nel campo della storia dell’Italia medioevale e della Langobardia Minor, iniziato nel 1873 e proseguito con andamento irregolare. Il progetto persegue l’obiettivo della pubblicazione esaustiva dell’intero corpus diplomatico e documentario custodito nell’archivio della Badia benedettina della Santissima Trinità, situata a Cava de Tirreni. La consistenza dell’archivio si dipana su oltre 15.000 pergamene, a partire dalla prima scrittura che risale al 792. A tale patrimonio membranaceo è da aggiungere una mole consistente di documenti su carta (1). Nella nota (1), si postillava che: “(1) Biblioteca e archivio della Badia dal sito ufficiale dell’Abbazia”. Il documento (…), citato da Ebner, è di estrema importanza per la storia di Sapri e del feudo di Torraca, essendo un documento datato all’anno 1481. In quell’anno, l’apprezzo di Sapri, era feudo della Baronia di Torraca. La cappella di Santa Maria di Porto Salvo, di cui parliamo in questo nostro saggio, era stata costruita, non sappiamo quando, nel territorio Saprese, facente parte all’epoca del feudo di Torraca che, insieme ad altri piccoli centri, faaceva parte della restaurata Diocesi Paleocastrense (la rinata Diocesi di Policastro Bussentino). Riguardo il vescovo di Policastro, a cui si riferisce l’antico documento del 1481, io credo si trattasse del vescovo Gabriele Guidano. Di sicuro, sappiamo da un documento notarile redatto dalla Curia Vescovile di Policastro, citato dal Gaetani (…), che nel 1481, il vescovo di Policastro Gabriele Guidano (…), concesse di costruire la Cappella di Santa Maria di Porto Salvo nel territorio di Torraca, sulle colline limitrofe a Sapri, all’epoca chiamata “Porto di Torraca” e, il suo feudo. Da mie personali ricerche, effettuate presso l’archivio dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità a Cava de Tirreni, risulta che l’antico documento, fosse collocato in ‘Arca’ (le Arche sono dei grandi manoscritti eseguiti dai monaci, dove essi registravano e sistemavano tutti i documenti), LXXXV (n. 85), n. 98. inoltre, come ho già detto, Ebner, non diceva chi fosse il vescovo di Policastro. Da mie personali ricerche nel prestigioso archivio Cavense, si trattava di “Gabriele Guidano” (così lo riporta il Laudisio a p. 77, della sua ‘Synopsi’ vedi versione curata dal Visconti), essendo sul documento citato un certo “Gabriel Godanus. Infatti, il Laudisio (…), scriveva: “XXII. Gabriel Guidanus Licensies, episcopus anno 1491.“. Padre Leone dell’Abbazia benedettina, assicura che Gabriele Guidano (così l’ha chiamato lui), fosse stato vescovo di Policastro dall’anno 1481 al 1484. Secondo la cronostassi dei vescovi riportata dal Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis)’, edita nel 1831, a p. 76 (si veda la versione curata dal Visconti), all’epoca del documento, datato anno 1481, il vescovo di Policastro,  doveva essere il n. XX Gabriele Altilio, lucano che, nell’anno 1471,  successe ad Enrico Languaro che era stato nominato vescovo della Diocesi Paleocastrense il 1467. Il Laudisio (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “L’Altilio, dopo essere stato precettore del principe Ferrandino, figlio del re Alfonso II, fu nominato vescovo di Policastro nel 1471.“. Dunque, secondo la cronostassi del Laudisio, nell’anno 1481, l’anno del documento citato da Ebner, doveva essere vescovo di Policastro Gabriele Altilio. Ma quì c’è un errore. Secondo il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, in un suo datiloscritto inedito del 1973, in proposito a p. 40, scriveva che: “Nell’8 gennaio 1493 Mons. Altilio veniva eletto vescovo di Policastro, come si rileva da due lettere di Ferdinando II (9 e 14 gennaio) e dalla bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano.”. Dunque, anche la versione del Cataldo discordava da quella del vescovo Laudisio. Sempre il Cataldo (…), a p. 171, nel suo capitolo dedicato alla serie dei vescovi di Policastro, in proposito scriveva che: “21, Gabriele Guidano, di Lecce, 1471-1485.”. Dunque, secondo la cronostassi del Cataldo, archivista della Diocesi di Policastro, Mons. Gabriele Guidano, di Lecce, fu vescovo di Policastro dal 1471 al 1485, e dunque ciò che afferma il Cataldo, sconfessa quanto sia scritto nella ‘Synossi’ del Laudisio e conferma l’antico documento d’epoca aragonese, citato da Ebner. Siccome che l’Ebner, che lesse il documento inedito del 1481, forse proprio sulla scorta del Laudisio, notando l’erore nella sua cronostassi, non citò il vescovo Gabriele Guidano, come invece assicura essere scritto, padre Leone. Il Laudisio (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “XXII. Gabriele Guidano, di Lecce, nominato vescovo di Policastro nel 1491.”. Forse un errore di stampa ?. Sempre il Laudisio, continuando la sua cronostassi dei vescovi Policastrensi, in proposito scriveva che: “XXIII. Bernardino Laureo, di Spoleto, nominato vescovo ed assegnato alla diocesi di Policastro nel 1504.”. Dunque, se la cronostassi del Laudisio è corretta, il vescovo di Policastro Gabriele Guidano, dovette esserlo fino al 1504. Tuttavia, il padre Leone, assicura che sul documento è scritto il nome del vescovo di Policastro “Gabriel Godanus”. Ma, a chi appartenesse o dipendesse il territorio nelle campagne Sapresi, dove Mastro Santillo Grandi, poteva costruire la cappella, nel 1481 ?. A chi appartenesse o da chi dipendesse il territorio di Torraca e quello Saprese negli anni della dominazione Aragonese ?.

Nel 1465, Antonello e Giovanniantonio Petrucci, conti di Policastro e del territorio di Sapri

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” parlando di Sapri a p. 592 in proposito scriveva che: “Dell’età aragone si intuiscono notizie dalla costituzione della contea di Policastro concessa da re Ferrante al suo primo ministro Antonello Petruciis, il quale, con il consenso del re, associò il figlio Giovanni Antonio alla contea che ormai si estendeva, in un unico complesso, da Novi oltre Policastro. Il ‘Cedolario’, a proposito di Sapri, rinvia a Policastro. Nell’archivio della Badia di Cava vi è la Bolla del vescovo di Policastro che concede (14) a mastro Santillo Grandi di costruire (a. 1481) una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. L’Ebner (…), a p. 592, nella sua nota (14), postillava che: “(14) I, ABC, aprile 1481, XV, LXXXV 98.”, ovvero sosteneva che la bolla del Vescovo fosse conservata nell’Archivio dell’Abbazia benedettina di Cava dè Tirreni. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), riguardo alla contea di Policastro ed ai Petrucci, sulla scorta di Matteo Camera (…), a p. 515, in proposito scrivevano che: “Nel 1465 il conte Antonello Petrucci, figlio di contadini di Teano, segretario di re Ferrante, acquistò Policastro per 5.000 ducati. Suo figlio Giovanni Antonio, prese le parti dei baroni cospiranti contro Ferrante nel 1485-86, e aprì le porte della città ecc..”. La congiura fu ordita nel 1485 dal principe di Salerno Antonello dei Sanseverino. Questi, consigliato da Antonello Petrucci, Francesco Coppola, Luigi dei Gesualdo da Caggiano riunì intorno a sé molte famiglie feudatarie di signori e baroni del regno della fazione guelfa favorevoli agli angioini, tra cui oltre i Sanseverino si ricordano i Caracciolo principi di Melfi. Dunque secondo Matteo Camera, e i due studiosi, la contea di Policastro e forse anche il territorio saprese, furono soggette ai Petrucci almeno fino al 1487, ovvero fino a qualche anno prima che scoppiasse la ‘Congiura dei Baroni’, in cui i Petrucci furono trucidati. Giovanni Antonio Petrucci, conte di Policastro. – Uomo politico e poeta (n. 1456 circa – m. Napoli 1486); secondogenito di Antonello. Fu accademico Pontaniano.  Il padre gli cedette la contea di Policastro e gli procurò la mano di Sveva Sanseverino, figlia del conte di Lauria e nipote del principe di Salerno, proprio quando costoro ordivano la congiura contro re Ferrante. Coinvolto nella caduta del padre, fu condannato alla decapitazione. Scrisse una collana di 83 sonetti ispirati alle sue drammatiche vicende e alla sua visione della vita, che furono pubblicati da Enrico Perito (…), nel suo ‘La Congiura de Baroni e il Conte di Policastro‘.

Nel 1496, la contea di Policastro ed il subfeudo di Torraca-Sapri a Giovanni Carafa conte di Policastro

Dopo la ‘Congiura dei baroni‘ e, la fellonia di Ferrante d’Aragona e, l’arresto e la decapitazione del Petrucci, il 25 ottobre 1496, la Contea aragonese di Policastro e quindi anche Sapri, furono avocate al fisco per fellonia e poi concessa da Re Ferrante d’Aragona a Giovanni Carafa della Spina (…). Pietro Ebner (…), a p. 592, aggiungeva che: “La contea di Policastro, avocata al fisco per fellonia, dopo l’arresto e la decapitazione di Antonello venne poi concessa da re Ferdinando (25 ottobre 1496) a Giovanni Carafa.”. Dunque, in seguito ai fatti della “Congiura dei Baroni”, la contea di Policastro ed il porto di Sapri, sarebbero appartenuti ai Petrucci solo fino al 1496, quando re Ferrante d’Aragona la concede in feudo ai Carafa che la possedette fino all’unità d’Italia. Il documento del vescovo Guidano, conservato negli Archivi dell’Abbazia di Cava dè Tirreni, è dell’Aprile del 1481, qualche anno prima (a. 1485), in cui i Petrucci parteciparono alla ‘Congiura dei baroni’ e, persero la contea di Policastro. Secondo i due studiosi Natella e Peduto (…), a p. 515, la contea di Policastro, fu rivenduta dal re, che demanializzò Policastro “nel 1496 a Giovanni Carafa, detentore del feudo nella prima metà del XVI secolo (81).”.

Nel 5 ottobre 1496, il diploma di re Ferdinando II° d’Aragona (“Ferrantino”) che concede a Giovanni Carrafa della Spina la Contea di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 340-341, parlando di Policastro scriveva che: “Giovanni Carafa (60), vice-cancelliere del re, acquistò Rofrano, Alfano e Policastro, Carlo comprò Campora e Antonio Castelnuovo. Il titolo di conte venne concesso da re Ferdinando nel 1496 a Giovanni Carrafa. Ecc..”. Ebner (…), a p. 340, nella sua nota (60) postillava su Giovanni Carafa della Spina scrivendo che: La Concesione ai Carafa venne fatta con Albarano rg. (Quint. 55, f. 221; Quint. 58, f. 62e 172; Quint. 77, f. 270). Seguì la conferma 4 febbraio 1496) da re Federico, il quale aggiunse i feudi di Alfano e Sanza, con diploma del 5 ottobe 1496, edito nel mio ‘Economia e società’ cit. I, p. 540 sgg.”. Dunque, Ebner (…), scrive che il 4 febbraio 1496, re Federico (credo si riferisca a Federico I d’Aragona), confermò la concessione ai Carafa. Credo che in Ebner vi sia un errore quando nella sua nota (60) postillava di re Federico. Però a pensarci bene potrebbe non essere un errore. Infatti, Federico d’Aragona, ramo di Napoli (Napoli, 16 ottobre 1451 – Castello di Plessis-lez-Tours, 9 novembre 1504), era un sovrano italiano. Fu re di Napoli dal 1496 al 1501. Era il figlio di Ferdinando I e di Isabella di Taranto; fratello di Alfonso II e zio di Ferdinando II, successe al nipote Ferdinando II, morto precocemente senza eredi nel 1496, all’età di 28 anni. Ebner dice che si trattava di re Federico mentre lo stesso Ebner (…), nel vol. I a p. 540 del suo ‘Economia e Società etc…’, in proposito pubblicava il diploma di Ferdinando II° d’Aragona. L’intestazione che riporta l’Ebner a p. 540 è: “DIPLOMA DI POLICASTRO – FERDINANDUS SECUNDUS DEI”. Dunque, Ferdinando II d’Aragona, ovvero Federico I° d’Aragona ?. Ferdinando II d’Aragona, ramo di Napoli, noto anche come Ferrandino (Napoli, 26 agosto 1469 – Somma Vesuviana, 7 settembre 1496), fu re di Napoli per poco meno di due anni, dal 23 gennaio 1495 al 7 settembre 1496. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 540, pubblicava la trascrizione del Diploma di Ferdinando Secundus Dei, la cui immagine originale è stata pubblicata dall’Ebner (…) a p. 431 del vol. I, di ‘Economia e Società etc..’ (vedi l’immagine ivi pubblicata) e, nel vol. I, a p. 539, parlando di Policastro (attuale Policastro Bussentino), in proposito scriveva che: Nel 1496 troviamo la contea concessa al benemerito patrizio napoletano Giovanni Carrafa della Spina. Il diploma che ne segue è appunto l’atto di concessione esistente nella Biblioteca del Senato della Repubblica (ms. n. 96), che ho potuto fotografare e trascrivere per la squisita cortesia del consigliere parlamentare dr. William Mondorsi. Trattasi (v. Catalogo, vol. V, p. 462) di un fascicolo membranaceo (350 x 240) di ff 10 (ultimo bianco), di cui il primo è inquadrato in un ricco fregio miniato con figure di donne e stemma. In alto, e a centro, la rappresentazione miniata del feudatario Giovanni Carrafa della Spina che riceve l’omaggio di Policastro (uomo inginocchiato). Al f 9 la firma autografa di re Ferdinando II. Il ‘ms.’ è strato scritto da una sola mano con caratteri gotico piccolo sul v e r dei ff di pergamena. Come giustamente si osserva sul Catalogo’, il documento è importante perchè in esso si può desumere “quale sia stato il governo di Policastro nel periodo della Signoria dei Carrafa”. Riguardo i possedimenti dei Carafa della Spina e l’acquisto di S. Giovanni a Piro e di Policastro, poi divenuti conti di Policastro, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, p. 492, nella sua nota (25) postillava che: “(25) Cfr. il Diploma originale in Ebner, Economia e Società, cit.,  vol. II, p. 541”, ma è la p. 491 che ivi pubblico:

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(Fig…) Diploma con il quale re Ferdinando II d’Aragona concede a Giovanni Carafa della Spina alcuni feudi tra cui quello di Policastro – tratto da Ebner, Economia e società etc…, vol. II, p. 491 è scritto: “Diploma di Policastro”.

Dopo la ‘Congiura dei baroni‘ e, la fellonia di Ferrante d’Aragona e, l’arresto e la decapitazione del Petrucci, il 25 ottobre 1496, la Contea aragonese di Policastro e quindi anche Sapri, furono avocate al fisco per fellonia e poi concessa da Re Ferrante d’Aragona a Giovanni Carafa (…). Nel 1496 venne investito della contea di Policastro il benemerito patrizio napoletano Giovanni Carafa della Spina, il quale, oltre Policastro, ebbe territoria Rocche gloriose ac casellae …. sancti Joanne ad pirum et Boschi, Turris et Alphani”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 540, pubblicava la trascrizione del Diploma di Ferdinando Secundus Dei, la cui immagine originale è stata pubblicata dall’Ebner (…) a p. 431 del vol. I, di ‘Economia e Società etc..’ (vedi l’immagine ivi pubblicata) e, nel vol. I, a p. 539, parlando di Policastro (attuale Policastro Bussentino), in proposito scriveva che: “Avocato poi al fisco per fellonia dei de Petruciis, ritroviamo il feudo in possesso dei Carrafa nel 1483 (Cola Carrafa denunciando la morte del padre Andrea ne chiese il rilievo-assenso nel 1491).”. Il Gaetani (…), nella sua nota (1) a p. 29 postillava che: “(1) Ughelli, Italia Sacra, tomo VII, col. 758.”Ferdinando Ughelli (…), nel suo tomo VII della sua “Italia sacra”, nella colonna 758, in proposito alla Diocesi di Policastro scriveva che: “Dinde Ferdinado Antonius Petruccius Antonelli filius Policastri Dominus fuit, qui una cum vita Maiestatis reus factus, dominatum amisit: tandem ex Regio dono Ferdinandi II Regis Comes Policastrensi dictus est Ioannes Carrafa de Spina vir clarissimus, & Regni benemeritus, euius posteri hactenus Comitatum possidèt; bis sub Carrafis à Turcarum classe capta ecc…ecc..”Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” parlando di Sapri a p. 592 in proposito scriveva che: “Dell’età aragone si intuiscono notizie dalla costituzione della contea di Policastro concessa da re Ferrante al suo primo ministro Antonello Petruciis, il quale, con il consenso del re, associò il figlio Giovanni Antonio alla contea che ormai si estendeva, in un unico complesso, da Novi oltre Policastro. Il ‘Cedolario’, a proposito di Sapri, rinvia a Policastro.. Dunque, proprio in questo passaggio l’Ebner ci fa riflettere sul fatto che, verso la fine dell’età Aragonese, ovvero quando la Contea di Policastro inizia a dipendere dai Carafa, anche il territorio di Sapri poteva dipendere dai Carafa di Policastro. Forse buona parte del territorio saprese. Giovanni Caraffa detto “la Morte” (pare per il suo aspetto disgustoso) (metà del XV secolo, 1530), era patrizio napoletano; signore di Rofrano e Mannia investito il 1 luglio 1490, ambasciatore a Venezia nel 1496 e in Ungheria nel 1498, 1° Conte di Policastro investito con privilegio datato: Sarno 4 febbraio 1496 (esecutivo dal 25 ottobre 1496), compra Roccagloriosa nel 1501, Signore di Rodio, Consigliere Regio, Provvisore Maggiore nel 1512, confermato di tutti i feudi il 31 ottobre 1518 (con l’aggiunta di Bosco e San Giovanni), Consigliere del Collaterale dal 22 maggio 1523. Sposa Giovanna, figlia di Arnaldo Sanchez castellano di Castelnuovo in Napoli. Dunque, Ebner scriveva che il 4 febbraio 1496 re Federico (forse si riferiva a Federico I d’Aragona) confermava i feudi concessi ai Carafa. Federico o Ferdinando II (detto Ferrandino) ? Pietro Ebner (…), però nel vol. I a p. 540 del suo ‘Economia e Società etc…’, pubblicava il diploma di Ferdinando II d’Aragona. L’intestazione che riporta l’Ebner a p. 540 è: “DIPLOMA DI POLICASTRO – FERDINANDUS SECUNDUS DEI”. Dunque, Ferdinando II d’Aragona, ovvero Federico I d’Aragona ?. Ferdinando II d’Aragona, ramo di Napoli, noto anche come Ferrandino (Napoli, 26 agosto 1469Somma Vesuviana, 7 settembre 1496), fu re di Napoli per poco meno di due anni, dal 23 gennaio 1495 al 7 settembre 1496. Inoltre dal febbraio al luglio del 1495 fu spodestato da Carlo VIII di Francia, calato in Italia per rivendicare l’eredità angioina. Era figlio di Alfonso II e Ippolita Maria Sforza, nipote di Ferdinando I°, titolare del trono di Gerusalemme.

Nel 25 ottobre 1496, re Ferdinando II° d’Aragona (“Ferrandino”) donò la contea di Policastro a Giovanni Carafa della Spina, che divenne conte di Policastro, Roccagloriosa, Caselle e Bosco, Castel Ruggiero e Torre Orsaia (giurisdizione criminale)

Riguardo il feudatario di Policastro, Giovanni Carafa della Spina, ne ha parlato Pietro Ebner (…), sulla scorta del Di Luccia (…). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 340-341, parlando di Policastro scriveva che: “Giovanni Carafa (60), vice-cancelliere del re, acquistò Rofrano, Alfano e Policastro, Carlo comprò Campora e Antonio Castelnuovo. Il titolo di conte venne concesso da re Ferdinando nel 1496 a Giovanni Carrafa. Ecc..”. Pietro Marcellino di Luccia (…), che nel 1700, scrisse il dotto ‘Trattato Historico-Legale etc‘, su S. Giovanni a Piro e a p. 8, parlando di Policastro scriveva che: “….nell’anno 1496 e che poi fosse passata in persona del celebre Guerriero Don Gio: Carrafa, come si legge nella descrittione del Regno di Napoli, & appresso il Summonte.”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo trattato a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, della ‘Congiura dei Baroni‘ e del passaggio della contea di Policastro ai Carafa della Spina. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e popoli del Cilento’, a p. 592, parlando di Policastro, aggiungeva che: “La contea di Policastro, avocata al fisco per fellonia, dopo l’arresto e la decapitazione di Antonello venne poi concessa da re Ferdinando (25 ottobre 1496) a Giovanni Carafa.”. Sulla data del 25 ottobre nutriamo dei dubbi. Ebner dice che il 25 ottobre re Ferdinando II, ovvero Ferrandino, concesse ai Carafa, ma Ferrandino morì il 7 settembre 1496 ed inoltre già nel 1495, fu spodestato dal Regno di Napoli da Carlo VIII re di Francia. Orazio Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: Dopo la congiura dei Baroni e il sequestro dei beni ai congiurati (86), la contea di Policastro che era stata avocata a sè dalla Corona, fu acquistata da Giovanni Carafa della Spina (87).”. Orazio Campagna, a p. 260, nella sua nota (86), in proposito postillava che: “(86) ASN, Privilegi della Sommaria, nei voll. 18 e sgg; E. Perito, ‘La congiura dè baroni etc…’, op. cit.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 340-341, parlando di Policastro scriveva che: “Giovanni Carafa (60), vice-cancelliere del re, acquistò Rofrano, Alfano e Policastro, Carlo comprò Campora e Antonio Castelnuovo. Il titolo di conte venne concesso da re Ferdinando nel 1496 a Giovanni Carrafa.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 390-391, parlando di Policastro e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro scriveva che il re Federico I d’Aragona, in seguito alla Congiura dei Baroni e all’arresto dei Petrucci, riferendosi all’Abbazia di S. Giovanni a Piro: “….concesse al bastardo suo figliuolo Alfonso che ne conservò le rendite fino al 1499. Dell’avocazione alla Corona dei beni di Antonello approfittarono i fratelli Carafa.”Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 491-492, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Nel 1496 venne investito (24) della contea Giovanni Carafa della Spina, il quale, oltre Policastro, ebbe “territoria Rocce gloriose ac Casellae (…) sancti Joanne ad pirum et Boschi, Turris et Alphani.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 492, nella sua nota (24), postillava che: “(24) Quinter. 1, f 43.”. Qui l’Ebner si riferisce ai libri della cancelleria Aragonese detti ‘Quinternioni‘. Ebner (…), a p. 340, nella sua nota (60) postillava su Giovanni Carafa della Spina scrivendo che: “….nella guerra tra Carlo VIII e re Ferdinando venne creato “general commissario sopra l’armata dè Vitiniani” assoldata da re Ferdinando. Si comportò così bene che il re nel 1496, per ringraziarlo “gli dona la città di Policastro col titolo di Conte”. Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Ecc…”. Pietro Ebner (…), riguardo il Carafa cita il Campanile (p. 50). Filiberto Campanile (…), nel suo ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (e non p. 50 come scrive Ebner) parla della nobile famiglia dei Carafa e, cita Giovanni  Carrafa. Secondo i due studiosi Natella e Peduto (…), a p. 515, la contea di Policastro, fu rivenduta dal Re, che demanializzò Policastro “nel 1496 a Giovanni Carafa, detentore del feudo nella prima metà del XVI secolo (81).“. Natella e Peduto (…), a p. 515, nella loro nota (81) postillavano che: “(81) Per queste notizie vedi E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il conte di Policastro, Bari, Laterza, 1926.”. Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a pp. 113-114, sulla scorta del Di Luccia (…), dedica un intero capitolo “Usurpazione dei poteri spirituali e temporali da parte del Vescovo e del Conte di Policastro”, e a pp. 110-111, scriveva che “….Conte di Policastro, Signor Carafa. Detto Conte – come abbiamo già detto – discendeva da cospicua famiglia napoletana, la quale, fra l’altro, aveva dato alla Chiesa un Papa (Pietro Carafa, 1555-1559), dodici Cardinali, due Patriarchi e ventidue Vescovi. La città di Policastro, …..fino a che non pervenne al “celebre Guerriero D. Giovanni Carafa (2). Il Conte di Policastro, adunque, che in quel tempo era – per diritto di successione – D. Ettore Carafa, marito di Donna Teresa Farau, dei Principi di S. Agata, detenendo l’esercizio del potere criminale, sul Convento e sulle Università di Bosco, ecc..”. Ferdinando Palazzo, a p. 114, nella sua nota (2) postillava a riguardo che: “(2) Di Lùccia: pag. 8, op. cit.”. Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, scrisse un trattato dal titolo: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Pietro Marcellino Di Luccia, nel 1700, pubblicò il suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, in cui a p. 8, scrive che la città di Policastro nel 1496 passò a Giovanni Carafa. Pietro Marcellino di Luccia (…), a p. 8, parlando di Policastro scriveva che: “….nell’anno 1496 e che poi fosse passata in persona del celebre Guerriero Don Gio: Carrafa, come si legge nella descrittione del Regno di Napoli, & appresso il Summonte.”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo trattato a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, della ‘Congiura dei Baroni‘ e del passaggio della contea di Policastro ai Carafa della Spina. Il Summonte (…), scrive della ‘Congiura dei Baroni’ verso p. 270 nel suo cap. III, dell’edizione del 1655, e lo fa anche sulla scorta dello Zurita e del Pontano. Pietro Ebner (…), riguardo il Carafa cita il Campanile (p. 50). Ebner (…), citando il Campanile (…) si riferiva al testo intitolato: “L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo, a pp. 49-50 parlando del Duca Gianfrancesco Di Sangro, in proposito a pp. 49-50 scriveva che: “Ritornato che fu il Duca, dopo questo fatto, il Re hauendo hauuta particolar informazione del valor, c’egli hauea dimostrato in tutta quella impresa, l’andò con più lettere ringraziando honorandolo anche con titolo di parente e diremunerazione il creò suo Consiglier di Stato nel Regno di Napoli.”. In un altro testo il Campanile (…) ci parla dei Carafa della Stadera e della Spina. Filiberto Campanile (…), nel suo Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 parlando della nobile famiglia dei Carafa, cita Giovanni  Carrafa e Carlo V nel 1523. Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (vedi II edizione), nel suo cap. II, a pp. 113-114, sulla scorta del Di Luccia, dedica un intero capitolo “Usurpazione dei poteri spirituali e temporali da parte del Vescovo e del Conte di Policastro”, e a pp. 110-111, scriveva che “Signor Carafa. Detto Conte – come abbiamo già detto – discendeva da cospicua famiglia napoletana, la quale, fra l’altro, aveva dato alla Chiesa un Papa (Pietro Carafa, 1555-1559), dodici Cardinali, due Patriarchi e ventidue Vescovi. La città di Policastro, …..fino a che non pervenne al “celebre guerriero Don Giovanni Carafa (2). Il Conte di Policastro, adunque, che in quel tempo era – per diritto di successione – D. Ettore Carafa, marito di Donna Teresa Farau, dei Principi di S. Agata, detenendo l’esercizio del potere criminale, sul Convento e sulle Università di Bosco, ecc..”. Ferdinando Palazzo (vedi II edizione), a p. 114, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di Lùccia: pag. 8, op. cit.”. Rileggendo Ebner, che a p. 668, parlava di Torre Orsaia, aprendiamo che “Nel 1524 Giovanni Carrafa, conte di Policastro, convenne innanzi la Real Camera della Sommaria il vescovo di Policastro assumendo di essere il legittimo feudatario di Torre Orsaia. I Carrafa….esibirono infatti, i capitoli originali concessi da Antonello de Petruciis…., le firme del re, che furono riconosciute autentiche da tre persone qualificate nel 1544. O. Pasanisi (9), che pubblicò gli statuti locali di Torre Orsaia, ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava su Giovanni Carafa della Spina scrivendo che: Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in atre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50). La Concesione ai Carafa venne fatta con Albarano rg. (Quint. 55, f. 221; Quint. 58, f. 62e 172; Quint. 77, f. 270). Seguì la conferma (4 febbraio 1496) da re Federico, il quale aggiunse i feudi di Alfano e Sanza, con diploma del 5 ottobe 1496, edito nel mio ‘Economia e società’ cit. I, p. 540 sgg.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” parlando di Sapri dopo la Congiura dei Baroni a p. 592, “La famiglia Carafa posedeva ancora la contea nel 700 il 3 ottobre 1770 la figlia di Gerardo Carafa e della congiunta Ippolita Carafa, Teresa, ebbe quale unica erede intestato Policastro con titolo di Conte, Forli con titolo di duca (il titolo era stato trasferito su Ispani con diritto al villaggio di denominarsi Forli), Libonati (Vibonati), Sapri e Santa Mericina o Marina e con i casali di S. Cristoforo e Capitello. Successivamente Teresa Carafa ebbe intestata varie giurisdizioni ecc..”. Dunque, Ebner scriveva che il 3 ottobre 1770, Teresa Carafa, figlia di Gerardo Carafa e della moglie Ippolita Carafa ebbe quale unica erede intestato Policastro con titolo di Conte, e di duca, Libonati, Sapri e Santa Mericina o Marina e con i casali di S. Cristoforo e Capitello. Pietro Ebner scriveva pure che secondo: “Il ‘Cedolario’, a proposito di Sapri, rinvia a Policastro.”. Cosa significa tutto questo ?. In primo luogo diciamo cos’è il ‘Cedolario’ ?. Il Cedolario è un documento d’epoca Aragonese ?. E’ un elenco inventario di documenti che riguardano soprattutto gli atti della Regia Camera della Sommaria in epoca Aragonese e Vicereale conservati oggi nell’Archivio di Stato di Napoli. Il Gaetani, a p. 283, nella sua nota (24), postillava le notizie sui feudatari di Torraca tratte dal ‘Cedularia’, del Grande Archivio di Stato di Napoli, e scriveva in proposito che: “Torraca fu feudo baronale sin dall’età angioina. Dai Cedularia del Grande Archivio di Stato di Napoli, risultano i seguenti baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1525, per Lucrezia Scondito il marito ecc..”.

Nel XV secolo, il “Portus Saprorum” insieme a Torraca

Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV secolo, Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che non venivano tassati.”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “Da questo periodo e per tutto il secolo XVI, la popolazione continuò nella sua crescita. Dai Cedolari angioini risulta che nel 1532, (Cedolari Angioini nel 1532 ?), il paese era tassato per 69 fuochi, quindi pari a 414 abitanti; nel 1545 crebbe a 76 fuochi, pari a 456 abitanti; nel 1561 a 86 fuochi, ossia 516 abitanti, fino a raggiungere i 100 fuochi nel 1595, che possono tradursi in ben 600 anime, che per quel periodo, era da considerarsi un centro di media importanza. Quello focatico era il sistema di tassazione, poichè si basava sul nucleo familiare ecc…”.

Dal 1500 al 1504, il “Portus Saprorum” insieme a Torraca passò al “Magnificus Franciscus Scondito”

Di sicuro il feudo di Torraca ed il porto di Sapri passarono alla famiglia Scondito ai primi del ‘500. Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio de Freda; nel 1579 succede Prospero de Freda figlio di Antonio; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che nel 1500 e fino al 1504 vi era un Magnifico Francesco Scondito. Recentemente Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “Di questo periodo, abbiamo notizie abbastanza precise sulle famiglie nobili di Torraca, grazie alla certosina ricerca effettuata da Rocco Gaetani, ………Si è cercato in questo testo di ampliare una lista dettagliata dei relativi baroni che hanno governato il paese dall’inizio del XVI sec. Tra questi: dal 1500 al 1504, compare un certo Magnificus Franciscus Scondito; ecc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Dal 1500 al 1504 Torraca è posseduta dal nobile Francesco Scondito, mentre nel 1524 risulta essere di Antonio De Freda, marito di Lucrezia Scondito, a pagare i prescritti diritti feudali.”. Dai ‘Cedularia’ dell’Archivio di Stato di Napoli, risultano baroni di Torraca, nel 1500, fino al 1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca”, come scrive il Gaetani a p. 283 del suo ‘Giovan Giacomo ecc.’. Tuttavia, bisogna segnalare che alcune notizie tratte dall’Ebner (…), cozzano con altre notizie dateci dal Gaetani (…). Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca. Ad un certo punto della storia, e questo però non viene chiarito ne dal Tancredi che dal Mallamaci, il vecchio “Portus Saprorum” diventa “Marina di Torraca” perche tutto il suo territorio apparterrà ai Palamolla, Baroni di Torraca.

Nel 1524, Antonio De Freda, marito di Lucrezia Scondito pagò i diritti feudali per il feudo di Torraca

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio ecc…”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che dal 1524 e fino al 10 gennaio 1524 vi era Lucrezia Scondito. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Dal 1500 al 1504 Torraca è posseduta dal nobile Francesco Scondito, mentre nel 1524 risulta essere di Antonio De Freda, marito di Lucrezia Scondito, a pagare i prescritti diritti feudali.”. Dunque, secondo il Gaetani, alla morte di Francesco Scondito, nel feudo di Torraca successe la figlia Lucrezia Scondito che aveva sposato Antonio De Freda. Antonio De Freda, nel 1524 pagò i diritti feudali del feudo di Torraca. Il Gaetani a p. 283, nella sua nota (24), postillava le notizie sui feudatari di Torraca tratte dal ‘Cedularia’, del Grande Archivio di Stato di Napoli, e scriveva in proposito che: “Torraca fu feudo baronale sin dall’età angioina. Dai Cedularia del Grande Archivio di Stato di Napoli, risultano i seguenti baroni: 1525, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio De Freda; nel 1579, succede Prospero De Freda, figlio di Antonio;”. Secondo il Gaetani (….), nel 10 gennaio 1525, Lucrezia Scondito muore e nel feudo di Torraca gli succedono il figlio Giovannantonio (o Giovanniantonio) De Freda. Dopo la morte di Giovannantonio De Freda, nel 1579, nei diritti feudali del feudo di Torraca subentra il figlio di Antonio De Freda, Prospero De Freda. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV secolo, Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che non venivano tassati.”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “Da questo periodo e per tutto il secolo XVI, la popolazione continuò nella sua crescita. Dai Cedolari angioini risulta che nel 1532, (Cedolari Angioini nel 1532 ?), il paese era tassato per 69 fuochi, quindi pari a 414 abitanti; nel 1545 crebbe a 76 fuochi, pari a 456 abitanti; nel 1561 a 86 fuochi, ossia 516 abitanti, fino a raggiungere i 100 fuochi nel 1595, che possono tradursi in ben 600 anime, che per quel periodo, era da considerarsi un centro di media importanza. Quello focatico era il sistema di tassazione, poichè si basava sul nucleo familiare……..Di questo periodo, abbiamo notizie abbastanza precise sulle famiglie nobili di Torraca, grazie alla certosina ricerca effettuata da Rocco Gaetani, ………Si è cercato in questo testo di ampliare una lista dettagliata dei relativi baroni che hanno governato il paese dall’inizio del XVI sec. Tra questi: dal 1500 al 1504, compare un certo Magnificus Franciscus Scondito; segue un vuoto di venti anni, fino al 1524 quanto Antonio De Freda, marito della nobil donna Lucrezia Scondito, pagò i diritti feudali divenendone proprietario; gli succedette prima il figlio Giovanniantonio e poi nel 1579 il secondogenito Prospero; il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, ecc..”. Prospero De Freda, che subentra a Giovanniantonio De Freda nei diritti feudali di Torraca era il figlio secondogenito di Antonio De Freda e di sua madre Lucrezia Scondito.

Nel 10 gennaio 1524, Giovannantonio de Freda succede alla madre Lucrezia Scondito nel feudo di Torraca

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio de Freda; ecc..”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che dal 10 gennaio 1524, data in cui muore Lucrezia Scondito, gli succede il figlio Giovannantonio de Freda che sarà Barone di Torraca fino alla sua morte avvenuta nel 1579.

Nel 26 settembre 1562, Federico Carafa, Conte di Policastro vendette il feudo di Rofrano a Scipione Scondito

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 434, parlando del casale e del feudo di Rofrano e dei suoi feudatari, i Carafa della Spina, all’epoca del Viceregno Spagnolo, in proposito scriveva che: “Ma i carafa non tennero a lungo Rofrano. Per debiti (18) il 26 settembre 1562 Federico Carafa vendette Rofrano a Scipione Scondito per ducati 10.500 (19).”. Ebner nella sua nota (18) postillava che: “(18) La moglie Giulia Ruffo si unì ai creditori per salvare la sua dote.”. Ebner nella sua nota (19) postillava che: “(19) R. assenso per ‘verbum fiat’ ,ma con patto ‘de retrovendendo’, formula di quei tempi che consentiva di poter ottenere danaro a interesse con ipoteca sui beni.”.

Nel 1532, Torraca contava 69 fuochi che moltiplicato per 6 = 414 abitanti

Nel 1805, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno di Napoli”, vol. IX, a p. 192 così scriveva di Torraca: “Nel 1532 la ritroviamo tassata per fuochi 69, nel 1545 per 76, nel 1561 per 86, nel 1595 per 100, nel 1648 per 117, e nel 1669 per 62.”.

Nel 1543, Sapri subì gravi danni per le incursioni del pirata Barbarossa e da Dragut pascià

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 592 parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Non è da escludere che il villaggio marinaro di Sapri subisse danni dalle incursioni del Barbarossa (1543) e di Dragut pascià”.

Nel 1568, il ‘Seno Saprico’ di Scipione Manzella Napolitano

Dal punto di vista strettamente letterario, la prima citazione di Sapri è quella di Scipione Mazzella Napolitano (15), che nel suo “Descrizione del Regno di Napoli“, del 1568, nella  sua descrizione del ‘Principato Citra (o Citeriore), a pag. 79, scrive anche di Sapri: Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano ‘Seno Saprico’ dalla città di Sapri, oggi nominata Li Bonati…”. La principale opera del Mazzella è la Descrittione del Regno di Napoli… (Napoli, G.B. Cappello, 1586). Lorenzo Giustiniani evidenziò il valore dell’opera per l’ampiezza delle materie trattate, riprendendo e amplificando un parere di G.D. Rogadei, espresso nel 1767, secondo il quale se a ciò il Mazzella avesse abbinato «l’esattezza e la critica», si sarebbe dovuto considerare «il più utile scrittore delle cose di questo Regno». F. Soria, nel 1781, rese invece un tributo agli sforzi dell’autore, contribuendo a giudicare i suoi come i meritevoli errori di chi aveva aperto una nuova strada nel genere delle guide di Napoli e del Regno. Antonio Scarfone (….), nel suo studio ‘Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri, a supporto della sua tesi, afferma che: “Un ultimo aspetto arricchisce di ulteriore mistero l’antica storia di Sapri: risale al 1586, quando il toponimo di Sapri non viene mai riportato da Scipione Mazzella Napolitano nella sua opera Descrittione del Regno di Napoli. Infatti, nell’elenco dei centri abitati del Principato di Citra, così come nell’elenco delle torri costiere, viene segnalata solo una struttura litoranea, Scilandro nel territorio di Policastro senza nessun accenno a Sapri come elemento di scalo.”. Dunque, la citazione del Mazzella da parte di Antonio Scarfone mi sembra errata in quanto il Mazzella ci parla per la prima volta di un “Seno Saprico”. La Descrittione del Regno di Napoli è suddivisa in due libri. Il secondo figura nell’edizione ampliata e aggiornata del 1601 (Napoli, G.B. Cappello, ma ancora con il frontespizio della Stamperia Stigliola a Porta Reale, del 1597; ed. anast. Bologna 1981). Nel primo si snoda la descrizione delle dodici province del Regno: Terra di Lavoro, Principato Citra, Principato Ultra, Basilicata, Calabria Citra, Calabria Ultra, Terra d’Otranto, Terra di Bari, Abruzzo Citra, Abruzzo Ultra, Contado di Molise e Capitanata. Per ciascuna di esse l’autore fornisce un elenco con i nomi delle città e delle Terre, le Comunità di minori dimensioni, e dei castelli, corredato del numero dei fuochi. Vi sono comprese anche le «terre di dominio», ossia i centri demaniali, regi, e le imposizioni fiscali pagate da ciascun fuoco alla Regia Corte. I castelli e le torri di difesa elencati rappresentano dati di un primo quadro geografico delle strutture difensive del Regno, approfondito nel secondo libro. In questo, come del resto in altri passaggi, il M. fornisce al lettore dati estremamente aggiornati, dichiarando che è «da sapere anco come per ordine della Maestà Cattolica vi sono cominciate molt’altre Torri, le quali per non esserno ancora finite, non l’habbiamo poste» (ibid., p. 83). Il primo libro si conclude con la lista delle «Città e Terre franche in perpetuo delli pagamenti fiscali», cui seguono le «Terre che pagano per conventione» e quelle «franche a tempo». Il secondo libro si apre con una breve premessa che ne illustra sinteticamente gli argomenti. Vi sono forniti alcuni dati fondamentali, come la popolazione del Regno in base alla numerazione del 1595: 483.468 fuochi, pari a poco più di 2 milioni di anime, a esclusione di Napoli e dei suoi casali, esenti dalla numerazione effettuata per fini fiscali in virtù dei loro privilegi, sanciti specialmente all’inizio del regno aragonese. Le entrate ordinarie della Corona sono calcolate in tre milioni di scudi, senza comprendere il donativo, ovvero le contribuzioni straordinarie accordate dal Regno alla Corona per particolari necessità, soprattutto di carattere militare. Il M. puntualizza però che il donativo «è già ridotto in entrata ordinaria» (ibid., p. 324). Seguono quindi i numeri dell’aristocrazia e i dati dell’organizzazione della difesa del Regno: quantità, qualità e distribuzione delle truppe sul territorio e della flotta; ma anche i sistemi di reclutamento, come i fanti selezionati dagli eletti delle Comunità. La premessa si chiude con l’accenno alla natura e alle qualità delle genti. Fanno seguito nutrite e particolareggiate liste che spiegano che cosa fosse il Regno di Napoli alla fine del XVI secolo, dal duplice punto di vista della Corona e dei suoi abitanti: viene descritto come un patrimonio della prima, l’oggetto dell’esercizio della sovranità, ma anche come l’ambito in cui i sudditi esercitavano concretamente la loro fedeltà al monarca, come dimostra l’attenzione riservata ai donativi accordati alla Corona spagnola, meticolosamente documentati dal 1507 al 1595. L’immagine illustrata nella Fig… in basso rappresenta la pagina 87 dove il Mazzella elenca le torri esistenti e visibili nel Principato Citra. La prima edizione del Mazzella risale al 1586 ampliata e perfezionata nel 1601. Come ho cercato di spiegare in precedenza parlando delle tre torri visibili lungo la linea di costa di Sapri, il Mazzella riporta: “51 T. della Branca in territorio di Camerota” che credo si tratti della Torre del Buondormire di cui ho già parlato.

Mazzella Napolitano, p. 83, sulle Torri del Principato Citra

(Fig….) Scipione Mazzella Napolitano (…), op. cit. (ed. 1568) p. 87, elenco delle Torri nel Principato Citra

Nel 1550, Sapri ed il Golfo di Policastro nella carta dell’“Italia” di Battista Agnese

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: Sapri è chiaramente visibile nella carta nautica dell'”Italia (fig. 39), di Battista Agnese, del XVI sec. (1550), tratta dall’Atlante portolanico, conservato alla Biblioteca Ambrosiana di Milano (110).”. Nel mio studio, nella nota (110) postillavo che: (110)  Questa carta è tratta dal testo di Mazzetti E., op. cit., vol. II, tav. IV.”.

Nel 1569, alla “Torre del Buondormire” o “Bon Dormire” o “Bondormire” nella carta di Abramo Ortellio

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(Fig….) Abramo Ortellio (…), carta nell’Atlante “Theatrum Orbis Terrarum” del 1570

Nell’indagine geo-storica e, dal punto di vista storiografico, la prima citazione in assoluto della torre detta del “Buon dormire” (“Turris Buon dormire”) è quella del cartografo Abramo Ortellio (…), nel suo “Theatrum Orbis Terrarum”. Il Barone Giuseppe Antonini (20), nella sua “Lucania”, parlando delle origini del toponimo di Scidro, e dissertando su alcuni studiosi che l’avevano preceduto, scriveva in proposito che: Luca Olstenio nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, ecc..“Dunque, dal punto di vista bibliografico e storiografico, una delle prime citazioni della Torre “del Buondormire” – che doveva essere visibile al visitatore nel 1666 – è quella di Luca Olstenio o Holstenius (27) che, nelle sue ‘Note all’Italia Antiqua di Cluverio’ (26), ovvero il testo ‘Annotationes in geographiam sacram Caroli à S. Paulo Italiam Antiquam Cluverii et Thesaurum aurum geographicum Ortelii’, Roma, 1666  che, parlando dell’antica città di “Blanda” – che credeva fosse da individuarsi con l’antico scalo portuale e marittimo di Sapri – citò l’antica Torre del Buondormire. Luca Holstenio (27) o Lucas o Luca Holstenius (Olstenio), nel 1666, nel suo libro, “Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc..”, (‘Note all’Italia antiqua di Cluverio’ (26)), citò l’antica Torre “del Buondormire” oggi scomparsa. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (27), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (26). Nelle sue note all”Italia antiqua’ di Cluverio (26), l’Holstenio (27), nel 1666, parlando della ‘Lucania’ e di Blanda che credeva fosse Sapri, a p. 22, dice: Blanda ec hodie: Porto de Sapri” e a p. 288, dice: “Pag. 1263. lin. 3. Blanda) Vestigia eius apparent portum Sapri, cui imminet Turris Buon dormire: ut accuratissime observavit Philippus Carafa Vicarius Boschi & Canonicus Buxentinus.”.

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(Fig….) Cluverio Filippo, Italia Antica, p. 1263

Nell’indagine geo-storica e, dal punto di vista storiografico, la prima citazione in assoluto della torre detta del “Buon dormire” (“Turris Buon dormire”) è quella del cartografo Abramo Ortellio (…), nel suo “Theatrum Orbis Terrarum”.

(Fig….) Ortellio Abramo, carta di ………………………………….nell’Atlante “Theatrum Orbis Teatrum”

Luca Holstenio (….), nel 1666, pubblicò questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi atlanti cartografici come il noto e bellissimo Theatrum Orbis Terrarum”, pubblicato nel 1570. Abramo Ortelio (latinizzato come: Abrahamus Ortelius od Orthellius, dal fiammingo Abraham Oertel; Ortels od Hortels) è stato un cartografo e geografo fiammingo. Ortelius fu con Mercatore il grande fondatore della cartografia fiamminga ed è ricordato per aver pubblicato il primo atlante moderno. Nel 1564 terminò il suo mappamondo, Typus Orbis Terrarum, per il quale egli, non esperto di matematica, imitò la proiezione ovale di Benedetto Bordone; nel 1565 pubblicò una carta dell’Egitto, nel 1567 una grande carta dell’Asia, attinta in parte a quella di Giacomo Gastaldi. Ma a quest’epoca Ortelio stava già lavorando al suo magnum opus, cui si era dedicato su consiglio del suo amico Jan Rademaker: un atlante moderno, che apparve nel 1570 col titolo di Theatrum Orbis Terrarum in 70 carte (su 53 fogli) incise dal pittore tedesco Frans Hogemberg. Il Theatrum Orbis Terrarum di Abramo Ortelio venne dato alle stampe per la prima volta il 20 maggio 1570, da Gilles Coppens de Diest, ad Anversa. Tre edizioni in latino, oltre a una in olandese, una in francese e una in tedesco, fecero la loro comparsa prima della fine del 1572; ben 25 edizioni furono pubblicate prima della morte di Ortelius avvenuta nel 1598 e molte altre furono pubblicate dopo la sua scomparsa tanto che l’atlante continuò ad essere richiesto fino al 1612. L’atlante di Ortelius fu considerato il compendio della cartografia del XVI secolo. Molte delle mappe riportate nell’atlante erano basate su fonti non più esistenti o estremamente rare. Ortelius allegò una preziosa lista delle fonti (il Catalogus Auctorum) con i nomi dei cartografi dell’epoca, alcuni dei quali destinati altrimenti a rimanere sconosciuti. Dopo la prima uscita del Theatrum Orbis Terrarum, Ortelius lo revisionò con regolarità, espandendo l’atlante e ripubblicandolo in diversi formati fino alla sua morte avvenuta nel 1598. Dalle 70 mappe e dagli 87 riferimenti bibliografici della prima edizione del 1570, l’atlante crebbe nel corso delle sue 31 edizioni arrivando ad avere 183 riferimenti e 167 mappe nel 1612. A partire dal 1630, Willem Blaeu ed il figlio Joan Blaeu lavorarono ad un nuovo atlante, l’Atlas Major, denominato originariamente Theatrum Orbis Terrarum, sive Atlas Novus in quo Tabulæ et Descriptiones Omnium Regionum che, come si evince dal titolo, era basato proprio sul Theatrum Orbis Terrarum di Ortelius. Il Barone Giuseppe Antonini (20), nella sua “Lucania”, parlando delle origini del toponimo di Scidro, e dissertando su alcuni studiosi che l’avevano preceduto, scriveva in proposito che: Luca Olstenio nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, ecc..“Dunque, dal punto di vista bibliografico e storiografico, una delle prime citazioni della Torre “del Buondormire” – che doveva essere visibile al visitatore nel 1666 – è quella di Luca Olstenio o Holstenius (27) che, nelle sue ‘Note all’Italia Antiqua di Cluverio’ (26) che, parlando dell’antica città di “Blanda” – che credeva fosse da individuarsi con l’antico scalo portuale e marittimo di Sapri – citò l’antica Torre del Buondormire. Luca Holstenio (27) o Lucas o Luca Holstenius (Olstenio), nel 1666, nel suo libro, “Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc..”, (‘Note all’Italia antiqua di Cluverio’ (26)), citò l’antica Torre “del Buondormire” oggi scomparsa. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (27), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (26). Nelle sue note all”Italia antiqua’ di Cluverio (26), l’Holstenio (27), nel 1666, parlando della ‘Lucania’ e di Blanda che credeva fosse Sapri, a p. 22, dice: Blanda ec hodie: Porto de Sapri” e a p. 288, dice: “Pag. 1263. lin. 3. Blanda) Vestigia eius apparent portum Sapri, cui imminet Turris Buon dormire: ut accuratissime observavit Philippus Carafa Vicarius Boschi & Canonicus Buxentinus.”. Impropriamente chiamate “Torri Normanne” nella tradizione orale locale, la costruzione delle torri continuò anche sotto la reggenza del Vicerè spagnolo Don Parafan de Ribera. Purtroppo solo nel 1566 arrivò l’ordine della costruzione delle rimanenti torri da costruire nel tratto di costa del Principato Citra che va da Agropoli a Sapri. Della costruzione delle Torri marittime Vicereali lungo il litorale del Golfo di Policastro fino a Maratea, ne hanno parlato alcuni studiosi come il Romanelli (7), il Pasanisi (2), il Vassalluzzo (14) ed infine il Guzzo (16). Delle torri progettate e da realizzare, sul finire del 1570 solo quattro erano quelle completate ed operanti, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati (2). Nel 1568, Scipione Mazzella Napolitano (…), a p. 87, nel suo “Elenco delle torri esistenti nel Principato Citra del Regno di Napoli” del suo del suo ‘Descrittione del Regno di Napoli’, edito nel 1568 non citava la Torre di “Buondormire” :

Mazzella Napolitano, p. 83, sulle Torri del Principato Citra

(Fig….) Scipione Mazzella Napolitano (…), op. cit. (ed. 1568) p. 87, elenco delle Torri nel Principato Citra

Nel 1954, Riccardo Cisternino (…), nel suo ‘Torri costiere e torrieri del Regno di Napoli (1521-1806)’, pubblicato per l’Archivio di Stato di Napoli e poi in seguito, estese l’indagine dei documenti di Archivio ad alcuni autori del ‘600 come ad esempio il testo di Scipione Mazzella Napolitano (…) ed al suo ‘Descrittione del Regno di Napoli di Scipione Mazzella Napolitano’, Napoli ma, l’edizione del 1601. Cisternino, a p. 140 elencava le Torri esistenti nel Principato Citra secondo il Mazzella, l’Alemanno e il Cartaro. Per l’edizione del 1601 del Mazzella (….) e per il Principato Citra, il Cisternino a p. 140 scrive che nel suo elenco figurano le seguenti Torri: “37) Torre dello Scilandro (Policastro); ; 42 Torre Capobene (Policastro); 58) Torre Crivo di Scilandro (Camerota); 62) Torre Crivo del Capo Filicara; ecc..”. Dunque, secondo l’edizione del Mazzella del 1601 (…) e, secondo il Cisternino (….), la Torre di “Buondormire” non veniva riportata nel suo elenco. Essa non figurava. Dunque, nell’elenco trascritto che fa il Cisternino delle torri nominate nell’edizione nuova del 1601 del Mazzella non si cita la torre detta del Buondormire. Ma, rileggendo attentamente l’elenco delle Torri nel Principato Citra elencate da Scipione Mazzella Napolitano, nella sua edizione del 1568, a p. 87, si può leggere: “51. Torre della Branca in territorio di Camerota”. La Torre della Branca era la torre che in seguito fu denominata del Buondormire, infatti, pur essendo per errore a mio parere segnata per errore a Camerota, questa torre doveva essere nel territorio di Sapri che all’epoca faceva parte del subfeudo di Torraca sotto i Branda. La Torre di Buondormire doveva esistere sicuramente già dal 1568, come scrive lo stesso Cisternino. Nel 1954, Riccardo Cisternino (…), nel suo ‘Torri costiere e torrieri del Regno di Napoli (1521-1806)’, pubblicato per l’Archivio di Stato di Napoli e poi in seguito, nel 1977 ripubblicato dall’Istituto Italiano dei Castelli, pubblicò una serie di interessanti documenti da lui ordinati e tratti dalla Sezione Amministrativava, Registri Torri, Castelli, per le Torri (vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Questo studio, insieme ad altri saggi come quello di Onofrio Pasanisi (….) e quello di Angelo Guzzo (…), offre diversi spunti di indagine ulteriore sulla storia delle Torri cavallare e di avvistamento costruite prima di quelle Vicereali di cui pure parlerò. Cisternino (…), nell’edizione del 1977 per l’I.I.C, a pp. 98 in proposito scriveva che (elenco solo quelle in prossimità della costa vicino Sapri): “Dalla documentazione oggi esistente presso l’archivio di stato di Napoli si può dedurre che il numero delle torri e dei castelli esistenti nel periodo del viceregno era di 431, sottolineando immediatamente che l’impiego contemporaneo di esse fu sempre di molto inferiore, per evidenti motivi di economia. La suddivisione per provincia delle torri era la seguente: nota 38, p. 99. Basilicata – 2) torre dell’Arno alias Prezzame l’Asino (Maratea); 4) Caja (Maratea); 5) Crivo a Capo Filicosa (Maratea) ecc..Principato Citra: , p. 100. nota 39: 15) Bondormire (Policastro); 2) Capo Bianco (Policastro); nota 40., p. 101: 79) Petrusa (Bonati); 91) Scelandro (Policastro); ecc….”. Dunque, il Cisternino, riguardo il Principato Citra, in prossimità di Sapri ci dice di tre torri che sono le seguenti: la n. 15 Torre del Buondormire, la n. 2 Torre di Capo Bianco e la n. 15 torre Scelandro. Queste torri sono tutte poste sotto l’Università (il comune di quei tempi che doveva provvedere al finanziamento per la loro costruzione) di Policastro. Credo che le tre torri citate dipendessero dall’Università di Policastro in quanto pur trovandosi queste tre torri (quella di Buondormire oggi scomparsa) nel territorio di Sapri e dunque nel subfeudo di Torraca, appartenevano alla più vasta contea dei Carafa di Policastro. Il Cisternino (…), nel suo pregevole lavoro a pp. 110 e s. cita le torri, l’anno ed i relativi suoi “Torrieri” ed a p. 119 e s. elenca i Torrieri che figurano nel Principato Citra, ovvero i Torrieri che stavano a guardia delle torri che qui elenco limitandomi a solo quelli che riguardao il litorale saprese: “Torrieri di Principato Citra. – p. 120.: 46) Cappellano Giuliano 1569 Scelandro. Policastro; 67) Cavaczicales Pietro 1569. Bondormire. Policastro; p. 121: 81) della Torraca Biagio, 1576, Bon Dormire. Policastro; 128) de Calis Giovanni, 1584, Capo Bianco, Policastro; 1479 d’Ocha Giovanni, 1578, Petrusa, Bonati; p. 122: 195) Mangia Giulio, 1598 Scilandro, Policastro; 197) Magaldo Luca, 1599, Capo Bianco, Policastro; p. 123: 240) Prando Francesco, 1598, Bondormire, Policastro; 242) Pugliese Carlo, Petrosa, Libonati; p. 124: 305) Timpanello Attilio, 1577, Scilandro, Policastro; ecc…”. Questi i torrieri citati da Cisternino (…). Dunque, riepilogando abbiamo che: per la torre del Buondormire troviamo come torrieri nel 1569, Pietro Cavaczicales; nel 1576, Biagio della Torraca e, nel 1598, Francesco. Per la Torre di Scilandro, nel 1569, Giuliano Cappellano; nel 1598 Giulio Mangia e, nel 1577 Attilio Timpanello. Riguardo la Torre di Capo Bianco, troviamo nel 1584 Giovanni de Calis; nel 1599, Luca Magaldo. Dunque, come leggiamo dai ddocumenti citati dal Cisternino, la torre oggi detta di Mezzanotte, era quella dello “Scilandro” a volte detta “Scelandro”. Poi vi è la torre oggi detta di Capobianco, un tempo detta di “Capo Bianco” ed ancor prima torre di “Lubertino” dal nome del fiume carsico che ivi scorre nel monte Ceraso. Ancor prima e più antica di tutte era la torre detta del “Bon Dormire”, o torre del “Bondormire” non distante dall’omonima spiaggetta. Io credo che queste tre torri già esistessero ai tempi della costruzione delle torri vicereali. Furono certamente rinforzate ai tempi dei Vicerè Spagnoli. Anche il Cisternino estese l’indagine dei documenti di Archivio ad alcuni autori del ‘600 come ad esempio Scipione Mazzella Napolitano (…) nel suo ‘Descrittione del Regno di Napoli di Scipione Mazzella Napolitano’, Napoli, Giovan Battista Cappelli, 1601 ad Alemanno (….), ovvero al suo ………………………..del 1611, ed a Mario Cartaro (….) del 1613, ovvero al cartografo Mario Cartaro che insieme a Giovanni Stelliola (…), riportano nella carta illustrata in fig…..le torri esistenti lungo la costa del Regno di Napoli. Il Cartaro (….) stese la delineazione della carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm. 36 x 51, riprodotta da Mazzetti Ernesto, op. cit., (….), vol. II, tav. XVII. Cisternino, a p. 140 elencava le Torri esistenti nel Principato Citra secondo il Mazzella, l’Alemanno e il Cartaro. Per il Mazzella a p. 140 per il Principato figurano le seguenti Torri: “37) Torre dello Scilandro (Policastro); ; 42 Torre Capobene (Policastro); 58) Torre Crivo di Scilandro (Camerota); 62) Torre Crivo del Capo Filicara; ecc..”. Riguardo il Cartaro (…), a p. 140, per il Principato e per la costa di Sapri si elencano le seguenti Torri: “84) Petrosa; 85) Bondormire; 86) Capo Bianco; 87) Scilandro; 88) Crivo.”. Dunque, dall’analisi di quanto fin quì detto si può concludere che in tutti i casi, lungo la costa o il litorale saprese figura sempre la Torre detta del “Bondormire”, posta ad occidente ed ad oriente lungo la dorsale del monte Ceraso figurano le due torri dette una di “Capobene” in Mazzella e in Cartaro detta di “Capo Bianco” (dall’omonimo ‘Capo Bianco’, in prossimità dello scoglio dello Scialandro). Inoltre, sia in Mazzella (1601) che in Cartaro (1613) figura la torre detta dello “Scilandro”.

Nel 28 novembre 1563, Annibale Gambacorta sposa Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Dunque, è dall’unione con Giovanna Carafa con Annibale Gambacorta che inizia il legame con la Contea di Policastro. Giorgio Mallamaci (….), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, parlando di Torraca e sulla scorta del Gaetani (….), a p. 36, in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ‘Fabrizio e Giovanna (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso. Un certo ‘Annibale’, Signore di Torraca si sà è deceduto a soli 22 anni.”. Infatti, dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo di Annibale, Signore di Torraca dal 1539, Patrizio Napoletano = Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, Patrizio Napoletano (+28-II-1563). Il Mallamaci dice solo che dai ‘Cedolaria’ risultano un “Annibale Gambacorta, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano”. Scrive il Gaetani (…), che: “Il 16 novembre 1583, Prospero De Freda, vende il feudo di Torraca ad Annibale Gambacorta, ecc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ecc…”. Dunque, se Annibale Gambacorta aveva aquistato il feudo di Torraca il 16 novembre 1583 come faceva ad essere Signore di Torraca dal 1539 al 1563 ? Perchè, Annibale, nel 1539 aveva sposato Giovanna Carafa, contessa di Policastro e signora di Torraca, essendo Giovanna figlia di Fabrizio Carafa, conte di Policastro. Annibale poi muore all’età di 22 anni. Infatti, il Gaetani dice che Annibale sarà signore di Torraca fino al 1563. Forse la data del 16 novembre 1583 dell’acquisto di Torraca è errata ?.  Giovanna Carafa era figlia di Ferdinando Carafa. Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano, sposò Annibale Gambacorta. Dalla loro unione nacquero Orazio, Scipione e Prospero Gambacorta. Dunque, secondo il Gaetani (….), dai ‘Cedularia’ si evince che Annibale Gambacorta era sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano. Fabrizio Carafa fu conte di Policastro. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ troviamo che Ferdinando Carafa, padre di Giovanna Carafa, era patrizio napoletano e sposato con Diana Ruffo di Calabria. Dunque, Giovanna Carafa, contessa di Policastro andò sposa ad Annibale Gambacorta, signore di Torraca dal 1539 al 1563. Giovanna Carafa era figlia di Ferdinando Carafa. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ troviamo che Ferdinando Carafa, padre di Giovanna Carafa, era patrizio napoletano e sposato con Diana Ruffo di Calabria. Dunque, Giovanna Carafa, contessa di Policastro andò sposa ad Annibale Gambacorta, signore di Torraca dal 1539 al 1563. Secondo il ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ Annibale, Signore di Torraca dal 1539, Patrizio Napoletano, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, Patrizio Napoletano (+28-II-1563). Famiglia nobilissima d’origine tedesca,  stabilitasi a Pisa nel secolo XII, e signora della città dal 1347 al 1406. Da essa  era uscito il fondatore della Congregazione di S. Maria della Grazia (detta  dei Bottizzelli), Pietro da Pisa (1355-1435), asceso poi all’onore degli altari e  raffigurato in molte tele di pittori insigni. I Gambacorta erano venuti nel Reame al tempo degli Angioini, ed avevano vestito l’abito di Malta fin dal 1391. Una linea ebbe anche il Ducato di Ardore, ma il collegamento con la presente linea sovrana di Pisa non è (ancora) stato documentato. Dal vol. 17 – Raccolta Rassegna Storica dei Comuni leggiamo che:

Gambacorta

Nel 1579, Prospero De Freda, figlio di Antonio de Freda subentra al fratello Giovanniantonio nei diritti feudali di Torraca

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio de Freda; nel 1579 succede Prospero de Freda figlio di Antonio; ecc….”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che nel 1579, alla morte del fratello Giovannantonio de Freda gli succede Prospero de Freda nel feudo di Torraca. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Dal 1500 al 1504 Torraca è posseduta dal nobile Francesco Scondito, mentre nel 1524 risulta essere di Antonio De Freda, marito di Lucrezia Scondito, a pagare i prescritti diritti feudali. Morta Lucrezia le succede prima il figlio Giovannantonio De Freda e poi, nel 1579, il nipote Prospero De Freda. Il 16 novembre 1583 Prospero De Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, ecc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Dunque, secondo il Gaetani, alla morte di Francesco Scondito, nel feudo di Torraca successe la figlia Lucrezia Scondito che aveva sposato Antonio De Freda. Antonio De Freda, nel 1524 pagò i diritti feudali del feudo di Torraca. Il Gaetani a p. 283, nella sua nota (24), postillava le notizie sui feudatari di Torraca tratte dal ‘Cedularia’, del Grande Archivio di Stato di Napoli, e scriveva in proposito che: “Torraca fu feudo baronale sin dall’età angioina. Dai Cedularia del Grande Archivio di Stato di Napoli, risultano i seguenti baroni: 1525, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio De Freda; nel 1579, succede Prospero De Freda, figlio di Antonio;”. Secondo il Gaetani (….), nel 10 gennaio 1525, Lucrezia Scondito muore e nel feudo di Torraca gli succedono il figlio Giovannantonio (o Giovanniantonio) De Freda. Dopo la morte di Giovannantonio De Freda, nel 1579, nei diritti feudali del feudo di Torraca subentra il figlio di Antonio De Freda, Prospero De Freda. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV secolo, Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che non venivano tassati.”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “Da questo periodo e per tutto il secolo XVI, la popolazione continuò nella sua crescita. Dai Cedolari angioini risulta che nel 1532, (Cedolari Angioini nel 1532 ?), il paese era tassato per 69 fuochi, quindi pari a 414 abitanti; nel 1545 crebbe a 76 fuochi, pari a 456 abitanti; nel 1561 a 86 fuochi, ossia 516 abitanti, fino a raggiungere i 100 fuochi nel 1595, che possono tradursi in ben 600 anime, che per quel periodo, era da considerarsi un centro di media importanza. Quello focatico era il sistema di tassazione, poichè si basava sul nucleo familiare……..Di questo periodo, abbiamo notizie abbastanza precise sulle famiglie nobili di Torraca, grazie alla certosina ricerca effettuata da Rocco Gaetani, ………Si è cercato in questo testo di ampliare una lista dettagliata dei relativi baroni che hanno governato il paese dall’inizio del XVI sec. Tra questi: dal 1500 al 1504, compare un certo Magnificus Franciscus Scondito; segue un vuoto di venti anni, fino al 1524 quanto Antonio De Freda, marito della nobil donna Lucrezia Scondito, pagò i diritti feudali divenendone proprietario; gli succedette prima il figlio Giovanniantonio e poi nel 1579 il secondogenito Prospero; il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, ecc..”. Prospero De Freda, che subentra a Giovanniantonio De Freda nei diritti feudali di Torraca era il figlio secondogenito di Antonio De Freda e di sua madre Lucrezia Scondito.

Nel 16 novembre 1583, Annibale Gambacorta acquistò il feudo di Torraca (e la Terra di Sapri ?) da Prospero De Freda

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio de Freda; nel 1579 succede Prospero de Freda figlio di Antonio; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che il 16 novembre 1583, Prospero de Freda vendette il feudo di Torraca ad Annibale Gambacorta. Da questo momento, nel feudo di Torraca si esauriranno i de Freda ed inizierà la saga dei Gambacorta. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Il 16 novembre 1583 Prospero De Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, ecc…”Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Il Gaetani, a p. 283, nella sua nota (24), postillava le notizie sui feudatari di Torraca tratte dal ‘Cedularia’, del Grande Archivio di Stato di Napoli, e scriveva in proposito che: “Il 16 novembre 1583, Prospero De Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593 lasciando i figli Orazio, ecc..”. Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Alla fine del 1300 il feudo torracchese è oggetto di una lunga serie di vendite, tra i proprietari più importanti si annoverano: i De Freda ed i Gambacorta.”. Scrive il Gaetani (…), che: “Il 16 novembre 1583, Prospero De Freda, vende il feudo di Torraca ad Annibale Gambacorta, ecc…”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “….gli succedette prima il figlio Giovanniantonio e poi nel 1579 il secondogenito Prospero; il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, ecc..”. Prospero De Freda, che subentra a Giovanniantonio De Freda nei diritti feudali di Torraca era il figlio secondogenito di Antonio De Freda e di sua madre Lucrezia Scondito. Il Mallamaci a p. 42 in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono ecc…: . Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ecc…”. Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano, sposò Annibale Gambacorta. Dalla loro unione nacquero Orazio, Scipione e Prospero Gambacorta. Il Mallamaci dice solo che dai ‘Cedolaria’ risultano un “Annibale Gambacorta, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano”. Sempre il Mallamaci crive che dai ‘Cedularia’ risulta un “Fabrizio (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso”. Dunque, secondo il Gaetani (….), dai ‘Cedularia’ si evince che Annibale Gambacorta era sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano. Fabrizio Carafa fu conte di Policastro. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ troviamo che: “Ferdinando Carafa, padre di Giovanna Carafa, era patrizio napoletano e sposato con Diana Ruffo di Calabria”. Dunque, Giovanna Carafa, contessa di Policastro andò sposa ad Annibale Gambacorta, signore di Torraca dal 1539 al 1563. Giovanna Carafa era figlia di Ferdinando Carafa. Dunque, è dall’unione con Giovanna Carafa con Annibale Gambacorta che inizia il legame con la Contea di Policastro. Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano, sposò Annibale Gambacorta. Dalla loro unione nacquero Orazio, Scipione e Prospero Gambacorta. Il Mallamaci dice solo che dai ‘Cedolaria’ risultano un “Annibale Gambacorta, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano”. Sempre il Mallamaci crive che dai ‘Cedularia’ risulta un “Fabrizio (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso”. Dunque, secondo il Gaetani (….), dai ‘Cedularia’ si evince che Annibale Gambacorta era sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano. Fabrizio Carafa fu conte di Policastro.

Nel 15 agosto 1585, Lelio Carafa, V° conte di Policastro, avendo sposato Vittoria di Loria, divenne anche barone di Majerà

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 260, parlando della contea di Policastro dopo la morte e la successione di Alfonso di Loria, nel 1597, nella sua nota (87), in proposito postillava che: “(87) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F.A. Vanni, ‘Cronica di Majerà’, ms. cit.”. Però, sempre Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 75 parlando di Alfonso di Loria, Signore di Majerà, in proposito scriveva che: “Nel 1566 sposò Giulia di Bernardo di Cosenza, vissuta fino al 1625. Dal loro matrimonio nacquero Vittoria e Beatrice. Vittoria, che, in prime nozze, sposò Lelio Carafa dei Conti di Policastro, Capitoli del 15 Agosto 1585, ratificati il 18 gennaio 1587, fu l’ultima baronessa di Casa Loria a Majerà. Ebbe in dote la Terra, con rendite, “jussi”, vassallaggio, giurisdizione delle prime e seconde cause, il Castello, il bestiame e tutto quanto Alfonso possedeva (19). Lo stesso Alfonso intervenne per salvare la Contea di Policastro in crisi, difatti ottenne da Giovan Giacomo Palamolla di Scalea 9.000 ducati in prestito, con l’interesse del nove per cento, che devolvette ai Conti di Policastro, e la Contea non fu venduta (20). Vittoria restò vedova giovanissima. Lo stato vedovile la rattristò tanto che condusse vita da suora, secondo la regola dominicana, nel Castello di Majerà. Da Lelio e Vittoria erano nate due figlie, Giulia e Maria Carafa.”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Vanni cit.”. Il Campagna a p. 75, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Vanni cit.”. Il Camapgna si riferisce a F. A. Vanni e a p. 12 in proposito, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……, in F.A. Vanni, Memorie appartenenti alla Terra di Majerà, in Provincia di Calabria Citra raccolte nell’anno 1750 in Napoli da molti Autori, Processi, Protocolli e Scritture diverse – Napoli 1° di Maggio 1750. Il Manoscritto dello Storico di Majerà è integralmente riportato da L. Pagano in ‘Selva Calabra, Ms., presso Biblioteca Civica di Cosenza, vol. II, da p. 3693. Lo citeremo spesso col titolo di “Cronaca di Majerà”. Del Vanni scriveremo in altra parte della ricerca.”. Dunque, il Campagna, storico di Majerà cita Francesco Antonio Vanni ed il suo manoscritto del 1750 che dice essere stato pubblicato integralmente da L. Pagano in ‘Selve Calabre’. Da questo manoscritto il Campagna trae interessanti notizie storiche su Majerà e sulle famiglie che la dominarono.  Riguardo Lelio Carafa ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava che: Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).. Il testo di Giuseppe Campanile (….), ‘Notizie di Nobiltà etc.’. Giuseppe Campanile fu un genealogista. Figlio di Filiberto Campanile (….), membro di una famiglia nobile originaria di Tramonti, Giuseppe nacque a Diano (l’odierna Teggiano) intorno al 1616. Nel 1672 pubblicò la sua ultima ma più celebre opera, le Notizie di nobiltà, che tratta del significato degli stemmi delle famiglie nobili del Regno di Napoli e della loro origine e genealogia. Dunque, il Campagna scriveva che la Baronessa Vittoria di Loria era la figlia primogenita di Alfonso Loria. Vittoria di Loria sposò il conte di Policastro Lelio Carafa e gli portò in dote la terra di Majerà. Vittoria di Loria e Lelio Carafa ebbero un unica figlia erede Giulia Carafa della Spina che poi in seguito sposò lo zio Fabrizio Carafa a cui portò in dote la terra di Majerà. Riguardo il Conte di Policastro Fabrizio Carafa. Dunque, secondo Pietro Ebner, Fabrizio Carafa, quarto figlio di Federico Carafa, per “…evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa.”. Dunque, secondo l’Ebner, Fabrizio Carafa, 4° figlio di Federico Carafa, sposò la nipote Giulia Carafa, figlia di Lelio Carafa e unica erede della Contea di Policastro. Ebner, proseguendo il suo racconto sui Carafa diceva pure che: “Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).. Ebner si riferiva al testo di Filiberto Campanile (….), ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195. Dunque, secondo l’Ebner (…), Lelio Carafa fu l’unico erede maschio di Federico Carafa, Conte di Policastro e di Giulia Russo. Ebner scrive pure che “Da costui solo Giulia, contessa di Policastro”. Dunque, l’Ebner scrive che Giulia Carafa fu l’unica erede femmina di Lelio Carafa e Giulia Russa. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: “Lelio (+ ca. 1603), 5° Conte di Policastro e Patrizio Napoletano. = Vittoria di Lauria, figlia di Alfonso Signore di Maierà (divenne erede del feudo alla morte del fratello). E1. Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa.”. Riguardo Lelio Carafa della Spina, Conte di Policastro, ha scritto Orazio Campagna (….), che a pp. 145-146 parlando di Majerà in Calabria, e dei ‘Loria’ in proposito scriveva che: “I Loria, così entrati nella storia della Terra, per oltre un secolo e mezzo ne determinarono le sorti (120). Ultima baronessa fu Vittoria, primogenita di Alfonso, la quale, nel 1598, eredito Majerà ecc…Figlia ed erede di Vittoria Loria fu Giulia Carafa, che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122). Passò, successivamente, da Fabrizio a Francesco Carafa. Nel 1638 fu venduta ecc..”. Il Campagna (…), a p. 145 nella sua nota (122) postillava che: “(122) Di Giulia Carafa si legge la seguente iscrizione incisa sul marmo nella chiesa di S. Maria del Casale; in alto vi è lo stemma dei Carafa della Spina: “D. Iuliae Carafae Polycastri comitissa Polycastrensis domus jam collabentis instauratrici coniugi amatissimae D. Fabritius Carafa unico vitae suae oblectamento immature viduatus obiit MDCVIII etatis sue XXI”. I Carafa furono signori di Policastro dal 1496. Fabrizio, sposo di Giulia, ne fu il VII conte. Apparentati ai Sismondi di Pisa, i Carafa ebbero un papa, Paolo IV (Giampietro Carafa), ecc…”. Sempre il Campagna parlando dei Carafa a p. 145, nella sua nota (122) postillava che: “(122) Da Anonimo, ms. del 1719, “Osservazioni intorno alla scrittura uscita per la primogenitura dè Signori di Forlì nella Famiglia Carafa della Spina, colle quali si dimostra essere gli Principi della Roccella i Primogeniti della universale famiglia Carafa, D.S.G.F.A.P.d.R, anno 1691″, presso Arch. Episc. di Policastro Bussentino; G. Campanile, ‘Notizie di nobiltà, etc., cit.; V. Nocito, ‘Notizie storiche della città di Belvedere Marittimo, etc., Genova, 1947.”

I Palamolla di Scalea ed i dissesti finanziari della Contea di Policastro

Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà”, a p. 75 parlando di Alfonso di Loria, Signore di Majerà, in proposito scriveva che: “Lo stesso Alfonso intervenne per salvare la Contea di Policastro in crisi, difatti ottenne da Giovan Giacomo Palamolla di Scalea 9.000 ducati in prestito, con l’interesse del nove per cento, che devolvette ai Conti di Policastro, e la Contea non fu venduta (20). Ecc…”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Vanni cit.”. Il Campagna a p. 75, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Vanni cit.”. Il Camapgna si riferisce a F. A. Vanni e a p. 12 in proposito, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……, in F.A. Vanni, Memorie appartenenti alla Terra di Majerà, in Provincia di Calabria Citra raccolte nell’anno 1750 in Napoli da molti Autori, Processi, Protocolli e Scritture diverse – Napoli 1° di Maggio 1750. Il Manoscritto dello Storico di Majerà è integralmente riportato da L. Pagano in ‘Selva Calabra, Ms., presso Biblioteca Civica di Cosenza, vol. II, da p. 3693. Lo citeremo spesso col titolo di “Cronaca di Majerà”. Del Vanni scriveremo in altra parte della ricerca.”. Dunque, il Campagna, storico di Majerà cita Francesco Antonio Vanni ed il suo manoscritto del 1750 che dice essere stato pubblicato integralmente da L. Pagano in ‘Selve Calabre’. Da questo manoscritto il Campagna trae interessanti notizie storiche su Majerà e sulle famiglie che la dominarono. Dunque, il Campagna, sulla scorta del manoscritto di Vanni (….) scriveva che Giovan Giacomo Palamolla di Scalea prestò 9.000 ducati ad Alfonso di Loria che li donò al consuocero Lelio Carafa, conte di Policastro e sposo di Vittoria di Loria, figlia di Alfonso per salvare la Contea di Policastro dai gravi dissesti finanziari e debiti in cui Lelio versava.

Nel XV secolo, Torraca e Sapri e sua popolazione

Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV secolo, Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che non venivano tassati.”. Scrive il Gaetani (…), che: “Il 16 novembre 1583, Prospero De Freda, vende il feudo di Torraca ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni;”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “Da questo periodo e per tutto il secolo XVI, la popolazione continuò nella sua crescita. Dai Cedolari angioini risulta che nel 1532, (Cedolari Angioini nel 1532 ?), il paese era tassato per 69 fuochi, quindi pari a 414 abitanti; nel 1545 crebbe a 76 fuochi, pari a 456 abitanti; nel 1561 a 86 fuochi, ossia 516 abitanti, fino a raggiungere i 100 fuochi nel 1595, che possono tradursi in ben 600 anime, che per quel periodo, era da considerarsi un centro di media importanza. Quello focatico era il sistema di tassazione, poichè si basava sul nucleo familiare….”.

Nel 1589, il toponimo di ‘Sapri roui nata’ nella carta geografica di Gerardo Mercatore

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(Fig….) Particolare della carta geografica ‘Puglia piana, Terra di Bari, Terra d’Otranto,  Calabria et Basilicata’ del cartografo olandese Gerardo Mercatore, del 1589, contenuta nell”Atlas’, stampato a Duisburgo dall’autore nel 1595, tratta da una ristampa dall’originale originale in mio possesso: ed. Congedo, Galatina, Collezione Attanasio (…)

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(Fig….) Carta geografica di ‘Puglia piana, Terra di Bari, Terra d’Otranto,  Calabria et Basilicata’ del cartografo olandese Gerardo Mercatore, del 1589, contenuta nell”Atlas’, stampato a Duisburgo dall’autore nel 1589. L’immagine è tratta da una ristampa pubblicata nel testo del Mazzetti (…).

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: “Un’interessante testimonianza per la storia del paese è la carta geografica di “Puglia piana, Terra di Bari, Terra d’Otranto, Calabria et Basilicata” (fig. 42), del noto cartografo Gerardo Mercatore, del 1589 (122), ove leggiamo: “Sapri rovinata”. Il Cesarino, (123) suffragava “l’ipotesi di una catastrofe sismica,….e che il nostro paese, all’epoca, doveva di fatto essere scomparso”. Sulla base dei documenti precedentemente ritrovati e citati e documentati, su tale ipotesi, nutro dei seri dubbi.”. Nel mio studio, nella nota (122) postillavo che: (122) Carta riprodotta nell'”Atlas”, Duisburgo, 1595, collezione di Celico Valente; citata anche dal Cesarino (…); riprodotta e tratta da Mazzetti E., op. cit., vol. II, tav. X”. Nel mio studio, nella nota (123) postillavo che: (123) Cesarino F., ‘Sapri archeologica’, stà nei “I Corsivi”, 5, 1987, e pure ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in “I Corsivi”, 3, 1988. Il Cesarini in proposito dice: “L’ipotesi di una catastrofe sismica viene suffragata da una carta geografica del Mercatore, recante l’indicazione ‘Sapri ruinata’.”. Questa carta di cui pubblichiamo uno stralcio, riporta “Sapri rovinata”. (125).”. La mia nota (124), rimanda alla nota (125): (125) Archivio di Stato di Napoli, Gravamina etc., 38, fol. 6, citato dal Gaetani R., op. cit., (Gian Giac…) p. 12.”.

Nello studio del 1998, che preparai e depositai per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri (1), in proposito scrivevo che: Un interessante testimonianza per la storia del paese è la carta geografica di “Puglia piana, Terra di Bari, Terra d’Otranto, Calabria et Basilicata” (Fig. 42), del noto cartografo Gerardo Mercatore, del 1589 (122), ove leggiamo: “Sapri rovinata”. Il Cesarino, (123) suffragava “l’ipotesi di una catastrofe sismica,..e che il nostro paese, all’epoca, doveva di fatto essere scomparso”. Sulla base dei documenti precedentemente ritrovati e citati e documentati, su tale ipotesi, nutro dei seri dubbi.”. Sempre nello stesso studio del 1998 (1), nella nota (123), citavo il Cesarino (…) che in proposito al toponimo di “Sapri roui nata”, che figura sulla carta in questione (Figg. 1-2-3), – da noi individuata – in un due suoi studi “Sapri archeologica”, del 1987 e del 1988 (stà nella rivista “I Corsivi”, 5) e, pure ‘La Lucania del Barone Antonini’ (stà in “I Corsivi”, 3, 1988), così si esprimeva in proposito: “L’ipotesi di una catastrofe sismica viene suffragata da una carta geografica del Mercatore, recante l’indicazione ‘Sapri ruinata’.”.

Il titolo di ‘Sapri roui nata’, dato alla pagina web, il blog di studi sulla storia locale del basso Cilento e che curo personalmente, è stato scelto a causa della sua evidente antifona. Nel 1987, in un mio studio pubblicai a stampa (1), la notizia di una ‘Sapri roui nata’, che trassi da una carta geografica del 1589 del cartografo Gerardo Mercatore. A Napoli, allora studente, acquistai una ristampa originale della carta in questione, che ancora posseggo e, mi accorsi che essa citava il toponimo di ‘Sapri roui nata’, come si può ben vedere nel particolare illustrato nell’immagine di Fig. 2. Nel 1987, ancora studente, pubblicai la notizia su diversi miei studi (1) ed in particolare su un mio studio dal titolo: “Sapri, incursioni nella notte dei tempi” (1). Le immagini (Figg. 1-2-3), illustrano un particolare del nostro litorale, tratto dalla Carta geografica di ‘Puglia piana, Terra di Bari, Terra d’Otranto,  Calabria et Basilicata’ del cartografo genovese Gerardo Mercatore, del 1589, riprodotta nell’”Atlas”, Duisburgo, datata 1595 (3), che si vede nelle Figg. 1-2-3. L’immagine della Fig. 2, illustra la nostra zona all’altezza del Golfo di Policastro e, si legge il toponimo di Sapri roui nata’ che indica il luogo di Sapri. In seguito, la notizia fu ripresa dal Cesarino (5) che, scriveva in proposito: Una carta geografica di G. Mercatore del 1589 reca l’indizione Sapri ruinata e, aggiungeva: “Una attenta disamina della cartografia di età medioevale è stata proposta da Franco Attanasio, …nell’articolo al quale rinviamo per gli opportuni approfondimenti.” . Trovai questa carta geografica (2), nella quale vidi annoverato il nome (toponimo di luogo) di Sapri, riportato: ‘Sapri roui nata’, a seguito di mie ricerche sulla toponomastica locale attraverso la Cartografia medievale, le carte geografiche manoscritte e a stampa, peripli e portolani o carte nautiche medioevali che attestavano la presenza di Sapri tra i luoghi conosciuti all’epoca della loro redazione. Il toponimo di Sapri, figura in diverse carte medioevali ma, sebbene figurasse con diversi toponimi, Portum, Sapri, Saprì, Sapra, Anves, quello di ‘Sapri roui nata’, riveste un particolare interesse storiografico in quanto Sapri, al tempo della redazione della carta in questione, 1589, epoca del Viceregno spagnolo sul Regno di Napoli, doveva essere conosciuto come luogo di rovine. Infatti, Sapri roui nata, sta per ‘rovinata’ o ‘rovine rinate’ o ‘luogo di antiche rovine’. Del resto, come vedremo in seguito in altri mie studi che ivi pubblico, il toponimo di Sapri, assumerà spesso, nelle nuove carte geografiche e corografiche, nuovi connotati e sarà indicato in diversi modi e, la citazione di una Sapri “roui nata”, non è la sola. Troviamo un’altra citazione simile del toponimo di Sapri, anche nella carta da noi scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, dove essa è conservata (6): la ‘Bibo ad sicam odie ruinato’, citato in una carta corografica del Regno di Napoli, di autore ignoto ma risalente all’epoca Aragonese (Fig. 6), di cui abbiamo ivi pubblicato lo studio: “Sapri in una carta inedita d’epoca Aragonese”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti (6). E’ anche vero che quello era proprio il periodo in cui fu delineata la carta del Mercatore, ma se così fosse stato, mi chiedo, se non fosse rimasta citazione alcuna nella bibliografia antiquaria degli eruditi del tempo come ad esempio il Laudisio nella sua ‘Synopsi della Diocesi di Policastro ecc..’ (9-10). Recentemente, sul sito dell’ISPRA, è apparso uno studio su Sapri, dove abbiamo ritrovato diverse inesattezze e citazioni errate. Nel 2014, lo studioso Scarfone (7), sulla scorta del Cesarino (5), proprio riferendosi alla carta Geografica del Mercatore, di cui nel lontano 1987, pubblicavo la citazione di una “Sapri roui nata”, così si esprimeva in proposito all’ipotesi di una catastrofe sismica: “Questa volta l’ipotesi dell’impatto di una catastrofe areale (8), probabilmente di natura sismica, viene suffragata da una carta geografica di Mercatore del 1589 recante l’indicazione di “Sapri rovinata” (fig. 2).”, e nelle sue note scriveva: “(8) Un indizio relativo all’evento naturale potrebbe ritrovarsi nella narrazione delle cronache del “terremoto che accompagnò il sollevamento del Mare Novo presso Pozzuoli, il 5 settembre del 1538“ quando a seguito degli effetti sismici “il mare si ritirò, così che l’intero Golfo di Baia rimase per qualche tempo all’asciutto, quindi ritornò, tutto rovinando (GATTA, 1984) verosimilmente con effetti anche lungo le coste del Golfo di Policastro.”. E’ vero che la carta del Mercatore fu delineata intorno agli anni 1585-89, ovvero gli anni in cui avvenne l’evento che cita Scarfone (7) ma è anche vero che l’evento è stato circoscritto alla sola area puteolana per gli effetti bradisismici. Infatti, Gatta,  affermava: “verosimilmente con effetti anche lungo le coste del Golfo di Policastro”.  E’ anche vero che quello era proprio il periodo in cui fu delineata la carta del Mercatore, ma se così fosse stato, mi chiedo, se non fosse rimasta citazione alcuna nella bibliografia antiquaria degli eruditi del tempo come ad esempio il Laudisio nella sua ‘Sinopsy della Diocesi di Policastro ecc..’ (9-10). Scarfone afferma, a supporto della sua tesi, che: “Un ultimo aspetto arricchisce di ulteriore mistero l’antica storia di Sapri: risale al 1586, quando il toponimo di Sapri non viene mai riportato da Scipione Mazzella Napolitano nella sua opera Descrittione del Regno di Napoli. Infatti, nell’elenco dei centri abitati del Principato di Citra, così come nell’elenco delle torri costiere, viene segnalata solo una struttura litoranea, Scilandro nel territorio di Policastro senza nessun accenno a Sapri come elemento di scalo.”. E’ vero che l’ipotesi di una brutta catastrofe ambientale – forse anche sismica e/o di un violento maremoto – è stato da secoli nella memoria del popolo e nella tradizione orale locale che voleva la “Città d’Avenia”, scomparsa e distrutta in seguito ad un violento maremoto, ma non credo che il toponimo di “Sapri roui nata”, sia stato usato dal cartografo Olandese per indicare un luogo distrutto a causa di una catastrofe sismica, come sostiene il Cesarino (5) e Scarfone (7). Credo che il toponimo “roui nato” o “rovinato”, stia ad indicare un luogo di rovine di una città scomparsa o di antichi edifici diruti. Nel dialetto popolare, il termine ‘ruinato’, o ‘ruina’ voleva significare ‘rovina’. Il termine ‘ruinato’, nel dialetto locale Saprese, può essere espresso anche con la parola ‘arruinato’, che più si addice ad un’evento calamitoso che ne ha determinato la causa della rovina. Secondo la Treccani, la derivazione etimologica di ruinare v. intr. e tr. (io rüino, ecc.). – Variante ant. o letter. di rovinare. Sapri, all’epoca della delineazione della Carta geografica del Mercatore, intorno e prima del 1589, doveva essere conosciuto come scalo marittimo di sicuro ancoraggio per i legni dell’epoca, a causa della sua baia e del porto naturale. Ma, all’epoca della delineazione della carta del Mercatore (Fig. 1), era proprio l’epoca in cui la Real Camera della Sommaria Vicereale del Regno di Napoli, chiedeva alle Università del posto, continue gabelle per la costruzione di Torri di guardia costiere che all’epoca risultarono inutili e dannose alla già fragile economia dell’area. All’epoca, molti centri – soprattutto alcuni centri costieri, poveri villaggi – registravano una forte diminuzione focatica, ovvero della popolazione effettiva, per pagare meno tasse e, a seguito della forte pestilenza che si ebbe in quegli anni, e quindi, i pochi abitanti del piccolo villaggio di Sapri, vennero annessi nella popolazione di Torraca – da cui esso dipendeva. Ecco perchè, la popolazione di alcuni centri, come Sapri o Porto di Sapri, o Porto di Torraca, al tempo del Mazzella Napolitano (8), non figurava. Sapri però, era anche conosciuto agli eruditi del tempo per le numerose preesistenze archeologiche o di città scomparse. Non crediamo si possa suffragare l’ipotesi del Cesarino di una catastrofe sismica – che pure c’è stata e forse anche violenta nei secoli addietro – ma che non riguarda il significato dato al toponimo di ‘Sapri roui nata’. Il toponimo roui nata’, indica le preesistenze archeologiche già conosciute in antichità, ruderi e rovine di un’antica città scomparsa, di cui bisognerebbe meglio indagare.  Il toponimo di “Sapri roui nata” –  che leggiamo sulla carta in questione, posto nel Golfo di Policastro e vicino ad un fiume – ci ricorda un luogo di rovine o antichi ruderi forse di una città scoparsa (Fig……..), ipotesi che dovrebbe essere ulteriormente indagata sul posto, cercando di individuare manufatti e preesistenze su tutta l’area della collina che risale da S. Croce e da Punta del Fortino verso Contrada Pietradame come illustrato nell’immagine di Fig. 7 tratta dal satellite che dovrebbe corrispondere più o meno all’indicazione della “Bibo ad Siccam odie ruinata” dell’altra carta d’epoca Aragonese da noi scoperta (Fig….), di cui, in parte abbiamo già accennato nel nostro studio ivi pubblicato sulla “Necropoli Lucana sulla collina di S. Martino”.

Nel 1593, muore Annibale Gambacorta sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che Annibale Gambacorta muore nel 1593 lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ‘Fabrizio e Giovanna (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso. Un certo ‘Annibale’, Signore di Torraca si sà è deceduto a soli 22 anni.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Annibale Gambacorta, alla cui morte, avvenuta nel 1593, gli succedono i figli Orazio, Scipione e Giovanni. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, riferendosi ad Annibale Gambacorta, signore di Torraca in proposito scriveva che: “…….patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ecc…. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina; Giovanna, signora di Torraca; Pompeo Gambacorta, signore di Frasso deceduto il 1596. Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei signori di Limatola.”. Sempre il Mallamaci scrive che dai ‘Cedularia’ risulta un “Fabrizio (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso”.

Nel 1595, Torraca contava 100 fuochi che moltiplicato per 6 = 600 abitanti

Nel 1805, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno di Napoli”, vol. IX, a p. 192 così scriveva di Torraca: “Nel 1532 la ritroviamo tassata per fuochi 69, nel 1545 per 76, nel 1561 per 86, nel 1595 per 100, nel 1648 per 117, e nel 1669 per 62.”.

Nel 1593, Scipione e Costanza Gambacorta, alla morte di Annibale Gambacorta ereditano il feudo di Torraca

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Giorgio Mallamaci a p. 42 riferendosi a dopo la morte di Annibale Gambacorta, in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina; ecc…”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che Annibale Gambacorta muore nel 1593 e lascia i figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Secondo il Mallamaci (…), nel 1593, alla morte di Annibale Gambacorta, nel feudo di Torraca subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Alla morte di Annibale il feudo di Torraca era andato ai suoi figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Scrive Giovanni Celico (…) che nel 25 maggio 1599, i fratelli Scipione e Costanza Gambacorta registrarono la vendita del 1598 del feudo di Torraca per 13.700 a Decio Palamolla. Nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ troviamo “Pompeo, Signore di Frasso dal 1593, Patrizio Napoletano (+1596/7) = Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei Signori di Limatola; ed i figli: Costanza (+Marianella 16-XII-1634) = 18-V-1617 Don Alfonso Carafa, 2° Duca di Cancellara (+2-XII-1673); Don Scipione, Signore e 1° Principe (per Diploma del Re di Spagna) di Frasso, Signore di Torraca fino al 1598, Cavaliere dell’Ordine di Calatrava (+Frasso 6-XI-1654) = Maria Gambacorta, figlia di Cesare Gambacorta, e di Porzia Caracciolo dei Signori di Trecentola (+1672).”. Dunque, troviamo che i “pupilli”, i figli di Pompeo e Giovanna Gambacorta, Costanza Gambacorta, figlia di Pompeo, morì a Marianella nel 16 dicembre 1634 ed il 18 maggio 1617 sposò Don Alfonso Carafa, 2° Duca di Cancellara.  Troviamo pure che ‘Don Scipione Gambacorta’, Signore di Frasso e “Signore di Torraca fino al 1598“. Don Scipione Gambacorta, altro figlio di Pompeo e di Giovanna Gambacorta, aveva sposato Maria Gambacorta, figlia di Cesare Gambacorta e di Porzia Caracciolo dei Signori di Trentola.

Nel 1596, Fabrizio Gambacorta sposò Virginia Gambacorta dei signori di Limatola

Giorgio Mallamaci a p. 42 riferendosi a dopo la morte di Annibale Gambacorta, in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina; ecc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ‘Fabrizio e Giovanna (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso. Un certo ‘Annibale’, Signore di Torraca si sà è deceduto a soli 22 anni.”. Dunque, scriveva il Mallamaci che dopo la morte di Annibale Gambacorta, nel 1563, nel ramo dei Gambacorta di Napoli troviamo un “Fabrizio e Giovanna (+ 1596), Signori di Torraca e di Frasso”. Il Mallamaci a p. 42, dopo aver parlato dei figli di Annibale Gambacorta, Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta, Signori di Torraca dopo la morte del padre avvenuta nel 1563 (o 1593 ?), in proposito scriveva che: “……a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; ecc…”. Chi era questo Fabrizio Gambacorta ?. Fabrizio Gambacorta era figlio di Annibale Gambacorta (che aveva acquistato il feudo di Torraca da dei De Freda). Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo che: “Fabrizio, Signore di Torraca, Patrizio Napoletano = Virginia Gambacorta, Signora di Limatola, Vico, Frasso e Melizzano, figlia di Marcantonio Gambacorta, Signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei Signori di Palestrina”. Dunque, dal ‘Libro d’Oro’ si evince che Fabrizio Gambacorta aveva sposato Virginia Gambacorta, Signora di Limatola, Vico, Frasso e Melizzano. Si evince pure che Virginia Gambacorta era figlia di Marcantonio Gambacorta, Signore di Limatola, sposato con Isabella Colonna dei signori di Palestrina. Anche il Mallamaci, sulla scorta dei ‘Cedularia’ della Real Camera della Sommaria, scriveva che dopo Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano, seguirono Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina. Dunque, Virginia Gambacorta, era figlia di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea‘, si evince che:  “Virginia, Signora di Vico, di Frasso fino al 1587, Signora di Melizzano fino al 1576, Signora di Limatola fino al 1570 (+16…) = a) Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca = b) 157… Marcello Pignatelli dei Marchesi di San Marco, Patrizio Napoletano (*Napoli 18-I-1561, +Napoli 20-IV-1580) = c) Fabrizio Cossa, Signore di Vairano e Presenzano“. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 41, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva pure che: “Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei signori di Limatola.”. Dunque, gli sposi Fabrizio Gambacorta e Virginia Gambacorta, signori di Limatola e Torraca, ebbero come figli Giovanna Gambacorta, signora di Torraca che, nel 1596 ereditò il feudo di Torraca alla morte dello zio Pompeo Gambacorta. Dal vol. 17 – Raccolta Rassegna Storica dei Comuni leggiamo che: “Feudatari di Limatola della Famiglia Gambacorta: 4) Virginia Gambacorta. Nacque da Marcantonio Gambacorta e da Isabella d’Alessandro. Andò sposa, in prime nozze a Fabrizio di Annibale Gambacorta. Rimasta vedova, si rinchiuse nel monastero di Santa Maria Coeli. Vendette il feudo di Limatola nel 1570 allo zio Francesco, quello di Melezzano nel 1576 a Porzia Gambacorta ecc….Uscita dal monastero, si rimaritò, prima con Maecello Pignatelli e, poi, con Francesco Cossa, signore di Vairano.”. Dunque, Virginia Gambacorta, in prime nozze sposò Fabrizio Gambacorta figlio di Annibale Gambacorta, signore di Torraca ed è per questo matrimonio che Fabrizio Gambacorta, figlio di Annibale diventò anche signore di Limatola. Una linea ebbe anche il Ducato di Ardore, ma il collegamento con la presente linea sovrana di Pisa non è (ancora) stato documentato:

Gambacorta

Nel 1596-7, muore Pompeo Gambacorta, signore di Torraca e di Frasso

Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva pure che: “…….a questi seguono: ecc….Giovanna, signora di Torraca; Pompeo Gambacorta, signore di Frasso deceduto il 1596. Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, ecc…”. Dunque, il Mallamaci, sulla scorta dei ‘Cedularia’ della Real Camera della Sommaria, scriveva che dopo Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano, seguirono Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina. Fabrizio Gambacorta e Virginia Gambacorta, signori di Limatola e Torraca, ebbero come figli Giovanna Gambacorta, signora di Torraca che, nel 1596, alla morte dello Pompeo Gambacorta, signore di Frasso ereditò il feudo di Torraca. Dunque, secondo i ‘Cedularia’ Pompeo Gambacorta, signore di Frasso muore nel 1596-7 e gli succede nel feudo di Torraca Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e di Virginia Gambacorta, dei signori di Limatola. Nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo che: “Pompeo, Signore di Frasso dal 1593, Patrizio Napoletano (+1596/7) = Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei Signori di Limatola.”. Dunque, Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso, nel 1596 aveva sposato Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca e figlia di Fabrizio e di Virginia Gambacorta. Nel ‘Libro d’Oro ecc..’ leggiamo “Giovanna, Signora di Torraca = Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso (+1596/7)”. Giovanna era figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca e di Virginia Gambacorta.

Nel 1596, Giovanna Gambacorta, figlia di Fabrizio e di Virginia Gambacorta diventa signora di Torraca

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Giorgio Mallamaci a p. 42 riferendosi a dopo la morte di Annibale Gambacorta, in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina; ecc…”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che Annibale Gambacorta muore nel 1593 e lascia i figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Alla morte di Annibale il feudo di Torraca era andato ai suoi figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Pare che il feudo di Torraca passasse a Giovanna Gambacorta, figlia di Fabrizio Gambacorta e di Virginia Gambacorta che avevano ereditato il feudo di Torraca da Annibale Gambacorta che, nel 1563 aveva sposato Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa dei duchi di Ariano. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva pure che: Pompeo Gambacorta, signore di Frasso deceduto il 1596. Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei signori di Limatola.”. Dunque, secondo i ‘Cedularia’ Pompeo Gambacorta, signore di Frasso muore nel 1596 e gli succede nel feudo di Torraca Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e di Virginia Gambacorta, dei signori di Limatola. Secondo il ‘Libro d’Oro della nobiltà mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo “Giovanna, Signora di Torraca”, che aveva sposato Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso (+1596/7). Infatti, nel ‘Libro d’Oro ecc..’ leggiamo “= Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso (+1596/7)”. Giovanna era figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca e di Virginia Gambacorta. Nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo che: “Pompeo, Signore di Frasso dal 1593, Patrizio Napoletano (+1596/7) = Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei Signori di Limatola.”. Dunque, Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso, nel 1596 aveva sposato Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca e figlia di Fabrizio e di Virginia Gambacorta. Nel ‘Libro d’Oro ecc..’ leggiamo “Giovanna, Signora di Torraca = Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso (+1596/7)”. Giovanna era figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca e di Virginia Gambacorta.

Nel 1597, un borgo marinaro detto “Portus Saprorum” nel verbale della visita episcopale di mons. Filippo Spinelli vescovo di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli nel Cilento’, nel vol. I e a p. 131, parlando della chiesa di Sapri e delle parrocchie, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Diocesi di Policastro (ADP) vi sono custoditi 23 grossi volumi relativi a visite pastorali eseguite alle locali parrocchie tra gennaio 1597 e i primi del ‘900, non sempre di facile lettura, data la carta spugnosa adoperata. Anche per questo abbiamo selezionate le visite ritenute più ricche di informazioni ed anche più rispondenti alle finalità del saggio. Le più antiche risalgono al gennaio 1597, all’arcivescovo Filippo Spinelli, cardinale e vescovo di Policastro. Egli iniziò le sue visite rocchie, tra cui quella di Torraca “distante a portu qui dicitur di Sapri duo miliaria circiter”, notizia interessante in quanto conferma come già nel ‘500 quel villaggio marinaro aveva perduta l’antica denominazione (Portum, Portus Saprorum) ed acquisiva quella attuale.”. Dunque, secondo Pietro Ebner all’Archivio Diocesano di Policastro si conservano i verbali delle visite pastorali dei Vescovi di Policastro alle locali parrocchie di Torraca e di Sapri almeno dal 1597. Sempre Ebner a p. 131 del vol. I continuando il suo racconto parlando dei Verbali e delle visite episcopali effettuate dai vescovi della Diocesi di Policastro nelle diverse parrocchie, ne cita una del Vescovo di Policastro Filippo Spinelli effettuata a Torraca ed in particoalre il più antico verbale esistente nella Diocesi, ovvero il verbale della visita nella parrocchia a Torraca nel 1597 scrivendo che: “Le più antiche risalgono al gennaio 1597, all’arcivescovo Filippo Spinelli, cardinale e vescovo di Policastro. Egli iniziò le sue visite alle parrocchie, tra cui quella di Torraca “distante a portu qui dicitur di Sapri duo miliaria circiter”, ….”. La notizia fornitaci da Ebner, come luoi stesso affema: “…..notizia interessante in quanto conferma come già nel ‘500 quel villaggio marinaro aveva perduta l’antica denominazione (Portum, Portus Saprorum) ed acquisiva quella attuale.”. La notizia che, nel verbale della visita pastorale del vescovo Spinelli alla parrocchia di Torraca, Sapri, era citato come “distante a portu qui dicitur di Sapri duo miliaria circiter” ovvero che, Torraca era distante circa due miglia dal detto Porto di Sapri, testimonia che nel 1597, Sapri, era un centro e forse era un piccolo borgo marinaro con un porto. Inolte, come afferma lo stesso Ebner, Sapri, nel 1597, nei verbali della Curia diocesana veniva denominato “portu qui dicitur di Sapri” e dunque, secondo l’Ebner aveva perso l’antica denominazione di “Portum, Portus Saprorum”. Insomma, da questi documenti all’epoca del Viceregno Spagnolo, Sapri era chiamato “Porto di Sapri”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 41 in proposito scriveva che: “I documenti ufficiali, come le Sante Visite Pastorali dei Vescovi di Policastro spesso presentano rilievi statistici, ma sempre tratteggiano il vigore e lo svolgimento del culto e della vita religiosa, sia nelle parrocchie, che nelle campagne, evidenziando elementi positivi o negativi circa i luoghi sacri esistenti dentro (‘intra’) o fuori le mura o l’abitato (‘extra moenia’). Questi ultimi erano appunto detti ‘rurali’ perchè edificati in campagna ecc….Ancora oggi si ammirano cappelle, edicole e croci presso i villaggi o nelle diramazioni delle vie interpoderali, non solo nelle vallate, ma anche sui monti. Alla fine del 1500 non risulta alcuna notizia in proposito, a parte la precarietà dei documenti. Torraca, visitata da Mons. Filippo Spinelli, non porta alcuna citazione (38). Il territorio, fino al mare, era sotto la giurisdizione del Parroco di S. Pietro Apostolo, D. Ferdinando Magaldi.”. Il Tancredi, a p. 41, nella sua nota (38) postillava che: “(38) A.D.P.: SS. Vis. Past. di Filippo Spinelli: Torraca 1597, Vol. 3°, p. 1-58.”. Il sac. Rocco Gaetani (….), nel suo  ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, riferendosi e parlando del Barone di Torraca e Signore del Porto di Sapri (“Portus Saprorum”) affermava che:in Sapri, i primi che si fanno vedere sono alcuni cittadini di Torraca: sono proprietari e lavoratori di vigne vitiferi e viniferi…viniferi…“, ed ancora: “la piccola colonia agricola dei torracchesi si crebbe di numero ed ebbe bisogno di baratti, di vendita, di compera dicose mangerecce e di altre mercanzie necessarie alla vita. Il barone vi esercitava una specie di monopolio coi campagnuoli, marinai e passanti, possedendovi una taverna, e volendo, pur non avendo diritto di proibire, ius prohibendi, tutto per sè col l’altrui danno, vietò  ogni commercio, l’apertura di altre osterie e perfino di edificarle. I torracchesi….si querelarono con la regia podestà ed ebbero giustizia.”.

Nel 1598, Scipione e Costanza Gambacorta, figli (“pupilli”) di Annibale vendono il feudo di Torraca a Decio Palamolla, signore di Scalea e di Pappasidero

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700” parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) La famiglia Palamolla, originaria di Scalea, per l’acquisto effettuato da Decio Palamolla nel 1598 e registrato il 25.5.1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati, ecc….”. Dunque, in questa nota il Celico aggiunge la interessantissima notizia dell’acquisto del feudo o parte del territorio (dico io) di Sapri da parte di Decio Palamolla. Infatti, scrive il Celico (…) che nel 25 maggio 1599, i fratelli Scipione e Costanza Gambacorta registrarono la vendita del 1598 del feudo di Torraca per 13.700 a Decio Palamolla. I “pupilli” (fratelli) Costanza e Scipione Gambacorta, figli di Pompeo Gambacorta, nel 1598 vendettero il Feudo di Torraca a Decio Palamolla. L’atto di acquisto del feudo di Torraca fu registrato il 25 maggio 1599 a favore di Decio Palamolla. Anche il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Sempre il Tancredi a p. 39 scriveva che: “Il primo dei cosiddetti “Baroni di Torraca e Signori del Porto di Sapri” fu Decio Palamolla, che comprò il feudo il 25 maggio 1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati (32).”. Il Tancredi a p. 39, nella sua nota (32) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: ‘Quinternione feudale’, vol. 180, pag. 213, Memoriale dei Diritti demaniali e concessi dal Vice Re D. Enrico Guzma, regnante Filippo d’Aragona….’Il dottor Marc’Antonio Vulcano espone a Vostra Eccellenza come fosse espediente a Scipione e Costanza Gambacorta, pupilli, che si venda la terra della Torraca della Provincia di Principato Citra, etc..Item la taverna sita al Porto di Sapri, etc…”Questi gli stralci di parte del contratto presentato alla Regia Camera Sommaria in Napoli il 25 ottobre 1599. Da ‘Notamenti de Registri significato’, manoscritto in Biblioteca Provinciale di Salerno, n. 96, pag. 1084, risulta quanto segue: “Dominus Carolus Palamolla; filius quondam Detii Palamolla petit investituram terrae Torracae in Principato Citra annorum redditibus ducatorum 113 cum expressione corporum per obitum dicti eius patris et dicit quod feudam Sapri fuit venditum ad instantiam creditorum et emptum ab illustri duce Medinae (Guzman) et expressa (salt. ut “significatoria”) die 22 maii 1656.”. Dal contesto si comprende che poco prima del 1656 feudatario era questo Palamolla e che il feudo fu acquistato dal Guzman, che, probabilmente, è quel milite impegnato nella repressione di Masaniello: in verità, furono due, uno a Napoli e uno a Salerno. Occorrerebbe cercarne la genealogia.”.

Nel 1598, i Palamolla di Scalea, baroni di Papasidero e di Calabria

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: Un ramo dei Palamola si spostò da Scalea a Torraca, dando origine al ramo baronale che inizia con Decio, ecc…”. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 40-41 aggiungeva che: Decio Palamolla, barone di Scalea, il quale vi si trasferisce ecc…Decio, figlio di Giacomo e Clarice di Di Alitto dei baroni di Pappasidero di Calabria, sposò Brianna Gaetani. Dopo di lui nei successivi tre secoli si ebbero ecc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39 in proposito scriveva che: “Decio era figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice di Alitto dei Baroni di Papasidero; sposò Donna Brianna Gaetano del seggio di Nido.”. Dunque, secondo il Tancredi che scriveva sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (….), Decio Palamolla era figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice di Alitto dei baroni di Papasidero (“Pappasidero”). Decio Palamolla sposò donna Brianna Gaetano del seggio di Nido. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “1° Decio Palamolla primo Barone di Torraca e di Sapri, figlio di Giacomo Palamola e di Clarice di Alitto, dei Baroni di Pappasidero. Decio ebbe per moglie Donna Brianna Gaetano.”. Riguardo i Palamolla di Torraca, Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700”, a p. 41 cita un interessante notizia che riguarda proprio un Palamolla. Celico parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) La famiglia Palamolla, originaria di Scalea, per l’acquisto effettuato da Decio Palamolla nel 1598 e registrato il 25.5.1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati, venne immessa nella baronia della Torraca con signoria sul porto di Sapri. Decio, figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice de Alitto dei baroni di Papasidero, sposò donna Brianna Gaetani del seggio di Nido. Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”.

stemma dei Palamolla

Papasidero (Papàs Isidoros, Παπάς Ισίδωρος in greco) è un comune di 665 abitanti della provincia di Cosenza; il suo territorio è la riserva naturale orientata della Valle del Fiume Lao (DM Ambiente – Luglio 1987). I Palamolla, pur essendo baroni di Papasidero vissero molto a Scalea dove si può ammirare il bel Palazzo Palamolla. Il palazzo fu abitato dai Palamolla che si trasferirono a Scalea nel XIV secolo per sfruttare l’economia commerciale del tempo attraverso il traffico marino. In tempi più recenti fu sede della caserma dei Carabinieri, poi durante l’ultimo conflitto fu adibito a caserma per i soldati della difesa costiera. Decio Palamolla sposò Brianna Gaetano e nei successivi tre secoli si susseguirono ben 7 baroni della stessa dinastia: Carlo, Vespasiano, Francesco, Biagio etc. Sposò donna Brianna Gaetano del seggio di Nido a Napoli. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: Un ramo dei Palamola si spostò da Scalea a Torraca, dando origine al ramo baronale che inizia con Decio, ecc…”. Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine- cronaca e storia dal 1600 al 1700”, a p. 14 cita un interessante notizia che riguarda proprio i Palamolla. Celico parlando di Tortora e del suo porto in proposito scriveva che: “Nell’ottobre del 1579, intanto, era redatta ed inoltrata informativa dal m.co Giovanni Palamolla (10), luogotenente della Portolania di Calabria con la quale si dava notizia della “cattura” alla Regia Camera che il 10 novembre scriveva al Palamolla perchè “prendesse li mori e li mandasse in Vicaria” (11), trasferendoli nella disponibilità del vicario reale, vale a dire sotto giurisdizione “criminale”. Il maestro portolano aveva cura di esigere le imposte attinenti alle “merci” che entravano e uscivano per mare, dei naufragi e di “far stare conce le strade”. Ma d. Pietro Exarque ne lasciò andare solo uno ecc…”. Il Celico racconta che sulle spiagge di Tortora furono catturati dei saraceni o mori che il feudatario di Tortora don Exarque trattenne nel suo maniero di Lauria e che all’epoca, il 10 novembre 1597 la Real Camera della Sommaria di Napoli, informata dal maestro portolano delle Calabrie, Giovanni Palamolla di Tortora ordinò di inviare alla Vicaria a Napoli. Nel 2006, Amito Vacchiano (…), nel suo “Scalea antica e moderna” a pp. 150-151 in proposito così scriveva: “…a Scalea verso la fine del secolo XVI vi furono i primi timidi segni di ripresa. Pare che i Palamolla riuscissero ad incrementare l’industria serica. Anche il commercio, a cui si dedicavano, oltre ai Palamolla, le famiglie Caputo, Macrino e Manfredi, riprese a svilupparsi.” e,  poi ancora sui Palamolla a p. 153 scriveva ancora che: “In questo periodo Scala offrì alla Chiesa un suo grande cittadino, che incarnava in modo perfetto la nuova sensibilità spirituale della Chiesa post-tridentina: padre Costantino Palamolla.”. Sempre il Vacchiano a p. 157 scriveva che: “In quest’epoca i Palamolla lasciarono per sempre Scalea. Erano diventati tanto ricchi da comprarsi dai Gambacorta il titolo di baroni di Torraca, con relativi castello e feudo.”.

Nel 25 ottobre 1599, Decio Palamolla registra  l’acquisto del feudo di Torraca venduto da Scipione e Costanza Gambacorta, figli di Fabrizio

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700” parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) La famiglia Palamolla, originaria di Scalea, per l’acquisto effettuato da Decio Palamolla nel 1598 e registrato il 25.5.1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati, ecc….”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, a p…., scriveva che: “Nell’ottobre 1599, Decio Palamolla, dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta, comprò il feudo di Torraca per 13.700 ducati.”. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 40-41 aggiungeva che: Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei signori di Limatola. Il 25 ottobre 1599, Decio Palamolla dei Scipione, acquistò il feudo di Torraca e di Sapri per 13.700 ducati. Nel 1599 il feudo di Torraca passa nelle mani di Decio Palamolla, barone di Scalea, il quale vi si trasferisce ecc…Decio, figlio di Giacomo e Clarice di Di Alitto dei baroni di Pappasidero di Calabria, sposò Brianna Gaetani. Dopo di lui nei successivi tre secoli si ebbero ecc…”. Dunque, secondo il Mallamaci (…) che scriveva sulla scorta delle notizie riportate dal Gaetani (…), il 25 ottobre 1599, Decio Palamolla “dei Scipione”, barone di Scalea acquistò il feudo di Torraca e di Sapri per 13.700 ducati dai fratelli Scipione e Costanza Gambacorta. Decio Palamolla era figlio di Giacomo Palamolla e Clarice d’Alitto, baroni di Papasidero in Calabria. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Il 25 ottobre 1599 il feudo di Torraca passa a Decio Palamolla – figlio di Giacomo e di Clarice di Alitto, baroni di Papasidero – che lo compra per 13.700 ducati e diviene primo barone di Torraca e di Sapri. Il borgo era tassato, al tempo, per 100 fuochi (circa 500 abitanti)(3). Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39 in proposito scriveva che: “Il primo dei cosiddetti “Baroni di Torraca e Signori del Porto di Sapri” fu Decio Palamolla, che comprò il feudo il 25 maggio 1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati (32). Decio era figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice di Alitto dei Baroni di Papasidero; sposò Donna Brianna Gaetano del seggio di Nido.”. Riguardo i Palamolla di Torraca, Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700”, a p. 41 cita un interessante notizia che riguarda proprio un Palamolla. Celico parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) La famiglia Palamolla, originaria di Scalea, per l’acquisto effettuato da Decio Palamolla nel 1598 e registrato il 25.5.1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati, venne immessa nella baronia della Torraca con signoria sul porto di Sapri. Decio, figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice de Alitto dei baroni di Papasidero, sposò donna Brianna Gaetani del seggio di Nido. Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Infatti, scrive il Celico (…) che nel 25 maggio 1599, i fratelli Scipione e Costanza Gambacorta registrarono la vendita del 1598 del feudo di Torraca per 13.700 a Decio Palamolla. Dunque, in questa nota il Celico aggiunge la interessantissima notizia dell’acquisto del feudo o parte del territorio (dico io) di Sapri da parte di Decio Palamolla, Barone di Torraca che comprò dai figli di Pompeo Gambacorta, Scipione e Costanza Gambacorta ma solo più tardi la Terra di Sapri fu acquistata dai conti di Policastro, don Fabrizio e donna Giulia Carafa. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: A proposito di Torraca il Giustiniani (cfr. L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1805) scrive: “Torraca, ecc…e gli abitanti, al numero di circa 1400, sono addetti alla agricoltura ed alla pastorizia”. Un ramo dei Palamola si spostò da Scalea a Torraca, dando origine al ramo baronale che inizia con Decio, primo barone di Torraca e Sapri, figlio di Giacomo Palamolla e di Beatrice di Alitto dei baroni di Pappasidero, Decio sposa donna Brianna Gaetani del seggio di Nido in Napoli. Ecc…”.

Nel 1601, le torri a Sapri per Enrico Bacco Alemanno

Nel 1601, Enrico Bacco Alemanno (….), nel suo ‘Il Regno di Napoli diviso in dodici Provincie, con una breve descrizione delle cose più notabili ecc…’, pubblicato a Napoli, per i tipi di Giacomo Carlino e Costantino Vitale, pubblicava l’elenco delle Torri marittime e cavallare e dei castelli visibili lungo la costa del Regno di Napoli. Bacco Alemanno a p. 25 pubblicava l’elenco delle Torri in Principato Citra e per il “Territorio di Policastro” citava le seguenti torri: “37 Torre Scilandro. 38 Torre della Petrosa. 39 Torre di Capitello. 40 Torre di Capobene.”.

Bacco Alemanno, p. 25, torri

(Fig….) Enrico Bacco Alemanno – elenco delle Torri nel Principato Citra

Nel 1601, le Torri costiere nelle carte geografiche di Mario Cartaro

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(….) (Fig….) Carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm.36 x 51, riprodotta da Mazzetti Ernesto, op. cit., (….), vol. II, tav. XVII

Punta Fortino a Sapri

(Fig…) Faro “Pisacane” e spiaggia del Buondormire a Sapri in località Fortino, lì doveva sorgere anticamente la torre del Buondormire

Sappiamo dunque, dalla visita pastorale del Vescovo Felicei a Torraca –  da cui dipendeva il “Porto di Sapri” (Portus Saprorum o Portus Torracae) – “Porto” o “Porto di Torraca” (territorio Saprese, Sapri, nei documenti dell’epoca era chiamato “Portum”), che, nel 1635, in occasione del vascovo Urbano Felicei, vescovo di Policastro, a Sapri, si vedeva e vi era la Torre cavallara detta Torre del Buondormire. Riguardo la Torre detta del “Buondormire”, come dirò innanzi sulla visita del vescovo di policastro Mons. Feliceo, riguardo la cappella di S. Maria di Porto Salvo, si parla di un torriere e di pagamenti nel 1614. Come si può leggere nel documento del 1614 del Vescovo di Policastro Felicei. Il Sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906 (v. ristampa a cura della nipote Rossella Gaetani, 2015), nell’Appendice II, parlando della cappella di S. Maria di Porto Salvo e del barone di Torraca Decio Palamolla, in proposito alla torre del Buondormire, a p. 293 postillava che: Traduzione da pag. 42”: Visita del Vescovo Felicei, 2 dicembre 1635: visitò la cappella dal titolo di S. Maria di Porto Salvo ecc…. Il barone sostenne Domenico Biondo di Maratea che vendesse la vigna nel feudo di Sapri al caporale Ferdinando Turriero della torre del Buondomire presso il porto (di Sapri) e ordinò, essendo debitore con lo stesso Ferdinando di venti ducati per i suoi della cappella che pretende invece dal Clero di Torraca, di preparare, al più presto, lo strumento di vendita “ad finem previdendi”.”. Dunque, secondo questo documento pubblicato dal Gaetani nell’appendice II, a p. 293, il barone di Torraca Decio Palamolla sostenne Domenico Biondo di Maratea che avrebbe dovuto vendere la vigna nel feudo di Sapri al caporale Ferdinando Turriero della Torre di Buondormire. Dunque, secondo questo documento del 2 dicembre 1635, alla Torre di Buondormire vi era un Torriere di guardia che si chiamava Ferdinando Turriero. Nel documento citato è scritto (vedi appendice II del Gaetani): “Caporali Ferdinando Turrerius Turris di Buondormiri propre portum Sapri”. Il torriere caporale, Ferdinando Turriero della Torre di “Buondormiri”, non viene elencato nei documenti raccolti all’Archivio di Stato di Napoli da Riccardo Cisternino (…), come abbiamo già visto. Il Cisternino, tuttavia, non parla dei Torrieri nel 1600. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica” parlando di Sapri e della Cappella di “S. Maria di Porto Salvo” a Sapri, in proposito alla Torre del Buondormire riporta la stessa notizia del Gaetani e scriveva che: Quale bene immobile, la chiesa possedeva un vigneto, venduto da Domenico Biondo, da Maratea, a Ferdinando Caporale, torriere addetto alla Torre di Buondonno, presso il Porto; la somma di 20 ducati, ricavati quale rendita di detto fondo, serviva per la manutenzione del sacro edificio (11). Ecc…Ciò che scrive il Tancredi (…), riportando le notizie di alcuni antichi documenti (….), citati nella visita pastorale del Vescovo Feliceo (…). Dunque, nel riportare la stessa notizia del Gaetani, il sac. Luigi Tancredi (…), dice essere la Torre di “Buondonno”, ovvero, sul documento citato dal Gaetani, la torre detta del Buondormire veniva detta, secondo il Tancredi, torre di “Buondonno, presso il Porto”. Le notizie storiche sulle torri costiere, erano state confermate nel 1745 e poi nel 1795 dall’Antonini (20), e poi anche da altri studiosi come il Pasanisi (2), il Vassalluzzo (14) ed il Guzzo (16), che dedicarono diverse pubblicazioni a questo argomento. Della Torre del Buondormire, ne ha parlato anche il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (20), che nella sua prima edizione della ‘Lucania’, nel 1745 e poi nel 1795 (III edizione), parlando del porto di Sapri e delle Pilae, accennava alla Torre del Buondormire che ancora si vedeva, parlando dell’ampia baia di Sapri in proposito scriveva che: “….di questo riparo pochissimo oggi n’è rimasto, ed appena si vede sott’acqua, essendo il di più stato consumato, e roso; ma se mai al Governo piacesse di fare stendere un piccolo braccio, o di scogli, o di fabbrica verso la Torre chiamata Buondormire, che sta ad occidente, lo che costerebbe pochissimo, si farebbe allo Stato ed a’ forestieri ancora un gran benefizio, perché i navilj, che vanno, o vengono da Calabria, da Sicilia, da Puglia, da Malta, avrebbero ove ricoverarli; non essendoci adesso da Messina fino a Baja porto né così capace, né più opportuno; ed in tal caso converrebbe ancor nettar il porto stesso, che presentemente ecc..”. Onofrio Pasanisi, nel 1934, nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’ (…), parlando delle Torri marittime costruite in epoca vicereale Spagnola, nel basso Cilento, scriveva sulle incursioni barbaresche che subirono alcuni paesi prossimi alla costa, con notevoli danni e distruzioni. Il Pasanisi a pp. 277-278. Onofrio Pasanisi (3), ha parlato della costruzione delle Torri marittime anche e soprattutto nel 1926, nel suo ‘La costruzione generale delle torri marittime della Real Camera di Napoli nel sec. XVI’. Il Giustiniani (…), invece, nel suo vol. VII, a p. 228, parlando di Sapri ni proposito scriveva che: “……………….”. Alfano (17), nel 1795, ci dava notizie di queste torri marittime e costiere costruite lungo il litorale fino a Salerno. Il Vassalluzzo (14) prima e poi in seguito il Guzzo (16), si sono occupati delle Torri costiere fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli, ma non è stata mai fatta una disamina approfondita sulle Torri marittime costruite in epoche anteriori. Le Torri costruite sul litorale saprese le troviamo segnalate nella carta geografica regionale del “Principato Citra”, del 1613, delineata intorno al 1590-1594, dal cartografo Mario Cartaro (Fig. 3) (5). Il sacerdote Mario Vassalluzzo (14), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta dell’Alfano (17), a p. 197. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (14), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta dell’Alfano (17), a p. 197 e, pure il Guzzo (…), a p. 252 del suo “Da Velia a Sapri”, scrivevano in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni. “. Dunque, secondo il Vassalluzzo ed il Guzzo lungo la costa di Sapri vi erano le tre torri: 1- Torre del Buondormire ad occidente; 2 – Torre di Obertino ad oriente oggi detta Torre di Capobianco. Ma non citavano la Torre dello Scilandro. Inoltre, devo precisare delle non similitudini con i nomi dei Torrieri. Ad esempio il Cisternino scrive che a guardia della Torre di “Capo Bianco”, nel 1584 troviamo “de Calis Giovanni” mentre, il Vassalluzzo lo chiamano “De Colis Giovanni”.

La Torre “del Buon Dormire” figura pure nella carta dell’ “Atlante Geografico del Regno di Napoli” o“Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, in quattro fogli’, delineata nel 1769 (I° edizione) dal cartografo Filippo Rizzi-Zannoni. Dunque in questa carta si può vedere chiaramente il nucleo urbano di Sapri e le sue Torri.

Rizzi Zannoni

Nel 1807-1808, la Torre del Buondormire figura nello schizzo “Croquì di Sapri”

Della Torre del Buondormire, ne ha parlato anche l’Antonini (6) ed il Gallotti (3) in seguito. La torre del ‘Buondormire‘, torre cavallara Vicereale (oggi scomparsa), costruita alla fine del 1600 dai Vicerè spagnoli insieme alla Torre dello Scialandro e di Capobianco a difesa delle coste e come si può vedere nella carta geografica di Mario Cartaro e Stelliola (Fig….). La Torre del Buondormire, si trovava dove attualmente è l’Ospedale civile di Sapri o dove si trova il Faro. Sarebbe interessante guardare i progetti dell’Ospedale, realizzato “sulla collina nominata Torricella”, forse il rilevato stradale o collinetta dove attualmente sorge l’Ospedale di Sapri. Infatti è lì che ai primi dell”800, sorse un piccolo ‘Villaggio’.

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(Fig…) Particolare della “Antica batteria” e “Torre Buondormire” tratta da “Croquì’ di Sapri”, schizzo dei primi dell’800

(Fig. ..) ‘Croquì di Sapri’, Genio militare francese, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari’ (…)

All’interno dello schizzo si vede ad oriente una ‘T. Scialandro‘ e dall’altra parte ad occidente un’ antica batteria con una ‘T. Buondormire‘, forse la torre detta del ‘Buondormire’, torre cavallara vicereale oggi scomparsa ma che doveva essere posta dove attualmente si trova l’Ospedale civile di Sapri. Inoltre si vede come la strada di comunicazione con l’interno fosse la vecchia postale borbonica che risaliva a Torraca e da li a Vibonati. Questo disegno documenta la particolare attività di rilievo lungo la costa del litorale saprese a fini militari, sia durante il decennio francese (1806-1815), durante il breve periodo di occupazione napoleonica, con Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo, il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento, riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. E’ molto probabile che il luogo fosse lo stesso dove nel ‘600 vi era una Torre di avvistamento costiera detta la ‘Torre del Buondormire’, come si può ben vedere rappresentata nel disegno del Genio militare francese, inedito e da noi scoperto di Fig. 8 (partilare tratto dallo schizzo di Fig. 10, di cui parliamo in un altro nostro studio ivi pubblicato. Nel 1815 la Torre del Buondormire era ancora visibile tanto che il Romanelli (….), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…..Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (….). Nel 1815 la Torre del Buondormire era ancora visibile tanto che il Romanelli (5), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…..Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (….). Come possiamo vedere nella carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. ‘Manoscritti e rari‘, Ba 5d (2, che pubblicai nel 1998), in essa vengono riportate le tre torri esistenti e visibili all’epoca della stesura della carta. La carta citata riporta le tre torri conosciute e posto lungo il litorale di Sapri, ovvero essa riporta la Torre di “T. Buon Dormire”, posta ad occidente di Sapri, oggi località Fortino; la Torre di “T. Capobianco”, la “Foce Obertino”, entrambi toponimi segnati sul Monte Ceraso; a mare poi troviamo segnato “Lo Scoglio” e un pò distante troviamo infine la Torre “T. Scialandro” e subito dopo, poco distante la Torre “T. delle Grive”. Questa carta è interessantissima in quanto essendo del primo quarto del secolo XIX, ovvero 1815 testimonia che nel 1815, lungo la costa di Sapri ancora erano visibili le tre torri cavallare e di avvistamento di cui si è parlato e che la Torre detta oggi di “Mezzanotte”, all’epoca invece era detta con il suo toponimo originario ovvero Torre “T. Scialandro”. Dunque, l’attuale denominazione di “Torre di Mezzanotte” è errata.

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carta Golfo di Policatro

(Fig…..) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita ed è stata da me pubblicata nellAnalisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri)

La Torre del Buondormire, era ancora visibile nel 1828, allorquando il viaggiatore inglese Craunfurd Tait Ramage (21), la vide e la citò nel suo ‘Viaggio nel Regno delle due Sicilie’. Ecco cosa scriveva in proposito lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (21), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria: Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due Torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino.”. Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 252 in proposito scriveva che: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni. “.

Nel 1584, il primo Torriere della Torre ‘Capo Bianco’ (già esistente come Torre Lubertino o Obertino)

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(Fig….) Torre Capo Bianco sul Monte Ceraso a ridosso della SS. 18 che corre lungo Acquafredda

Impropriamente chiamate “Torri Normanne” nella tradizione orale locale, la costruzione delle torri continuò anche sotto la reggenza del Vicerè spagnolo Don Parafan de Ribera. Purtroppo solo nel 1566 arrivò l’ordine della costruzione delle rimanenti torri da costruire nel tratto di costa del Principato Citra che va da Agropoli a Sapri. Della costruzione delle Torri marittime Vicereali lungo il litorale del Golfo di Policastro fino a Maratea, ne hanno parlato alcuni studiosi come il Romanelli (7), il Pasanisi (2), il Vassalluzzo (14) ed infine il Guzzo (16). Delle torri progettate e da realizzare, sul finire del 1570 solo quattro erano quelle completate ed operanti, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati (2). Verso la fine del ‘500, si trovano le prime notizie sulle torri costiere costruite lungo le pendici del litorale costiero del Regno di Napoli. Anche la Torre di cui vi parlo ora è una di quelle che la notra tradizione orale chiama la “Torre Normanna”. Questa torre è sicuramente una di quelle rimaste di proprietà del Demanio dello Stato e dunque dipendente dal Comune di Sapri trovandosi sul suo territorio. Oggi questa torre è segnata sulle carte geografiche e satellitali come “Torre Capobianco”. Questa torre, come le tantissime diffuse lungo i litorali dell’ex Regno di Napoli, sono torri cavallare e di avvistamento fatte costruire dai Vicerè Spagnoli su imposizione fiscale all’Università (Comune dell’epoca) competente per il territorio. In questo caso l’Università competente doveva essere Policastro essendo sede della contea dei Carafa della Spina e forse del subfeudo dei Palamolla di Torraca. Oltre alla documentazione esistente per questa torre posso dire che questa era Vicereale anche per la forma esteriore che è quadrangolare. Riccardo Cisternino (…) in un suo studio sulle Torri costiere nel Regno di Napoli, a pp. 107-108 in proposito scriveva che: “I disegni di recente rinvenuti presso la biblioteca nazionale di Napoli (nota 63) Vittorio Emanuele, riguardano esclusivamente i castelli dell’allora capitale ecc….Non potendosi, pertanto, trarre dei disegni o piante elementi di attribuzione di epoche, per le torri preesistenti se ne può fissare dalle forme esteriori l’origine se longobarda, normanna o angioina. Quella che scompare nella metà del seolo XVI è la forma cilindrica, mentre prevale quella quadrangolare, trasformazione dovuta a motivi pratici delle nuove torri destinate non solo alla difesa, ma anche a rigugio in caso di incursioni. Ecc…”.

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(Fig….)

Come ci fa notare Antonio Scarfone (…),  nel suo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri” che, segnalava alcune notizie tratte da Scipione Mazzella Napolitano (…). Antonio Scarfone (….), nel suo studio, a supporto della sua tesi afferma che: “Un ultimo aspetto arricchisce di ulteriore mistero l’antica storia di Sapri: risale al 1586, quando il toponimo di Sapri non viene mai riportato da Scipione Mazzella Napolitano nella sua opera Descrittione del Regno di Napoli. Infatti, nell’elenco dei centri abitati del Principato di Citra, così come nell’elenco delle torri costiere, viene segnalata solo una struttura litoranea, Scilandro nel territorio di Policastro senza nessun accenno a Sapri come elemento di scalo.”. Nel 1568, Scipione Mazzella Napolitano (…), a p. 87, nel suo “Elenco delle torri esistenti nel Principato Citra del Regno di Napoli“, nella sua prima edizione del suo del suo ‘Descrittione del Regno di Napoli’, edito nel 1568, stranamente non citava la Torre di Capobianco:

Mazzella Napolitano, p. 83, sulle Torri del Principato Citra

(Fig….) Scipione Mazzella Napolitano (…), op. cit. (ed. 1568) p. 87, elenco delle Torri nel Principato Citra

Nel 1601, le torri a Sapri per Enrico Bacco Alemanno

Nel 1601, Enrico Bacco Alemanno (….), nel suo ‘Il Regno di Napoli diviso in dodici Provincie, con una breve descrizione delle cose più notabili ecc…’, pubblicato a Napoli, per i tipi di Giacomo Carlino e Costantino Vitale, pubblicava l’elenco delle Torri marittime e cavallare e dei castelli visibili lungo la costa del Regno di Napoli. Bacco Alemanno a p. 25 pubblicava l’elenco delle Torri in Principato Citra e per il “Territorio di Policastro” citava le seguenti torri: “37 Torre Scilandro. 38 Torre della Petrosa. 39 Torre di Capitello. 40 Torre di Capobene.”.

Bacco Alemanno, p. 25, torri

(Fig….) Enrico Bacco Alemanno, 1601, elenco delle Torri di Principato Citra, p. 25

Ma, Riccardo Cisternino (…), nella sua prima edizione del 1954 del suo ‘Torri costiere e torrieri del Regno di Napoli (1521-1806)’, a p. 140 assicura che Scipione Mazzella Napolitano (….), nella sua edizione del 1601 citava anche la torre di Capobianco. Scipione Mazzella Napolitano (…) nel suo ‘Descrittione del Regno di Napoli di Scipione Mazzella Napolitano’, secondo l’elenco del Cisternino citava anche la torre di Capobianco. Infatti, per il Mazzella e per il Principato, a p. 140 il Cisternino scriveva che figurano le seguenti Torri: “37) Torre dello Scilandro (Policastro); ; 42 Torre Capobene (Policastro); 58) Torre Crivo di Scilandro (Camerota); 62) Torre Crivo del Capo Filicara; ecc..”. Dunque, secondo l’edizione del 1601 del Mazzella (…), la Torre di Capobianco esisteva ed era chiamata “Torre Capobene”. Nel 1954, Riccardo Cisternino (…), nel suo ‘Torri costiere e torrieri del Regno di Napoli (1521-1806)’, pubblicato per l’Archivio di Stato di Napoli e poi in seguito, nel 1977 ripubblicato dall’Istituto Italiano dei Castelli, pubblicò una serie di interessanti documenti da lui ordinati e tratti dalla Sezione Amministrativava, Registri Torri, Castelli, per le Torri (vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Questo studio, insieme ad altri saggi come quello di Onofrio Pasanisi (….) e quello di Angelo Guzzo (…), offre diversi spunti di indagine ulteriore sulla storia delle Torri cavallare e di avvistamento costruite prima di quelle Vicereali di cui pure parlerò. Cisternino (…), nell’edizione del 1977 per l’I.I.C, a pp. 98 in proposito scriveva che (elenco solo quelle in prossimità della costa vicino Sapri): “Dalla documentazione oggi esistente presso l’archivio di stato di Napoli si può dedurre che il numero delle torri e dei castelli esistenti nel periodo del viceregno era di 431, sottolineando immediatamente che l’impiego contemporaneo di esse fu sempre di molto inferiore, per evidenti motivi di economia. La suddivisione per provincia delle torri era la seguente: nota 38, p. 99. Basilicata – 2) torre dell’Arno alias Prezzame l’Asino (Maratea); 4) Caja (Maratea); 5) Crivo a Capo Filicosa (Maratea) ecc..Principato Citra: , p. 100. nota 39: 15) Bondormire (Policastro); 2) Capo Bianco (Policastro); nota 40., p. 101: 79) Petrusa (Bonati); 91) Scelandro (Policastro); ecc….”. Dunque, il Cisternino, riguardo il Principato Citra, in prossimità di Sapri ci dice di tre torri che sono le seguenti: la n. 15 Torre del Buondormire, la n. 2 Torre di Capo Bianco e la n. 15 torre Scelandro. Queste torri sono tutte poste sotto l’Università (il comune di quei tempi che doveva provvedere al finanziamento per la loro costruzione) di Policastro. Credo che le tre torri citate dipendessero dall’Università di Policastro in quanto pur trovandosi queste tre torri (quella di Buondormire oggi scomparsa) nel territorio di Sapri e dunque nel subfeudo di Torraca, appartenevano alla più vasta contea dei Carafa di Policastro. Il Cisternino (…), nel suo pregevole lavoro a pp. 110 e s. cita le torri, l’anno ed i relativi suoi “Torrieri” ed a p. 119 e s. elenca i Torrieri che figurano nel Principato Citra, ovvero i Torrieri che stavano a guardia delle torri che qui elenco limitandomi a solo quelli che riguardao il litorale saprese: “Torrieri di Principato Citra. – p. 120.: 46) Cappellano Giuliano 1569 Scelandro. Policastro; 67) Cavaczicales Pietro 1569. Bondormire. Policastro; p. 121: 81) della Torraca Biagio, 1576, Bon Dormire. Policastro; 128) de Calis Giovanni, 1584, Capo Bianco, Policastro; 147) d’Ocha Giovanni, 1578, Petrusa, Bonati; p. 122: 195) Mangia Giulio, 1598 Scilandro, Policastro; 197) Magaldo Luca, 1599, Capo Bianco, Policastro; p. 123: 240) Prando Francesco, 1598, Bondormire, Policastro; 242) Pugliese Carlo, Petrosa, Libonati; p. 124: 305) Timpanello Attilio, 1577, Scilandro, Policastro; ecc…”. Questi i torrieri citati da Cisternino (…). Dunque, riepilogando abbiamo che: per la torre del Buondormire troviamo come torrieri nel 1569, Pietro Cavaczicales; nel 1576, Biagio della Torraca e, nel 1598, Francesco. Per la Torre di Scilandro, nel 1569, Giuliano Cappellano; nel 1598 Giulio Mangia e, nel 1577 Attilio Timpanello. Riguardo la Torre di Capo Bianco, troviamo nel 1584 Giovanni de Calis; nel 1599, Luca Magaldo. Dunque, come leggiamo dai ddocumenti citati dal Cisternino, la torre oggi detta di Mezzanotte, era quella dello “Scilandro” a volte detta “Scelandro”. Poi vi è la torre oggi detta di Capobianco, un tempo detta di “Capo Bianco” ed ancor prima torre di “Lubertino” dal nome del fiume carsico che ivi scorre nel monte Ceraso. Ancor prima e più antica di tutte era la torre detta del “Bon Dormire”, o torre del “Bondormire” non distante dall’omonima spiaggetta. Io credo che queste tre torri già esistessero ai tempi della costruzione delle torri vicereali. Furono certamente rinforzate ai tempi dei Vicerè Spagnoli. Anche il Cisternino estese l’indagine dei documenti di Archivio ad alcuni autori del ‘600 come ad esempio Scipione Mazzella Napolitano (…) nel suo ‘Descrittione del Regno di Napoli di Scipione Mazzella Napolitano’, Napoli, Giovan Battista Cappelli, 1601 ad ‘Alemanno’ (….), ovvero Enrico Bacco Alemanno (….), nel suo ‘Il Regno di Napoli diviso in dodici Provincie, con una breve descrizione delle cose più notabili ecc…’, pubblicato a Napoli, per i tipi di Giacomo Carlino e Costantino Vitale, pubblicato nel 1601. Il Cisternino estendeva la sua indagine pure alla cartografia ed in particolare ad una carta del 1611, ed a Mario Cartaro (….) del 1613, ovvero al cartografo Mario Cartaro che insieme a Giovanni Stelliola (…), riportano nella carta illustrata in fig…..le torri esistenti lungo la costa del Regno di Napoli. Il Cartaro (….) stese la delineazione della carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm. 36 x 51, riprodotta da Mazzetti Ernesto, op. cit., (….), vol. II, tav. XVII. Cisternino, a p. 140 elencava le Torri esistenti nel Principato Citra secondo il Mazzella, l’Alemanno e il Cartaro. Per il Mazzella a p. 140 per il Principato figurano le seguenti Torri: “37) Torre dello Scilandro (Policastro); ; 42 Torre Capobene (Policastro); 58) Torre Crivo di Scilandro (Camerota); 62) Torre Crivo del Capo Filicara; ecc..”. Riguardo il Cartaro (…), a p. 140, per il Principato e per la costa di Sapri si elencano le seguenti Torri: “84) Petrosa; 85) Bondormire; 86) Capo Bianco; 87) Scilandro; 88) Crivo.”. Dunque, dall’analisi di quanto fin quì detto si può concludere che in tutti i casi, lungo la costa o il litorale saprese figura sempre la Torre detta del “Bondormire”, posta ad occidente ed ad oriente lungo la dorsale del monte Ceraso figurano le due torri dette una di “Capobene” in Mazzella e in Cartaro detta di “Capo Bianco” (dall’omonimo Capo Bianco’, in prossimità dello scoglio dello Scialandro). Inoltre, sia in Mazzella (1601) che in Cartaro (1613) figura la torre detta dello “Scilandro”.

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(….) (Fig….) Carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm.36 x 51, riprodotta da Mazzetti Ernesto, op. cit., (….), vol. II, tav. XVII

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (14), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta dell’Alfano (17), a p. 197 e, pure il Guzzo (…), a p. 252 del suo “Da Velia a Sapri”, scrivevano in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni. “. Dunque, secondo il Vassalluzzo ed il Guzzo lungo la costa di Sapri vi erano le tre torri: 1- Torre del Buondormire ad occidente; 2 – Torre di Obertino ad oriente oggi detta Torre di Capobianco. Ma non citavano la Torre dello Scilandro. Inoltre, devo precisare delle non similitudini con i nomi dei Torrieri. Ad esempio il Cisternino scrive che a guardia della Torre di “Capo Bianco”, nel 1584 troviamo “de Calis Giovanni” mentre, il Vassalluzzo lo chiamano “De Colis Giovanni”. Nel 1745, nella sua prima edizione della sua “Lucania”, il barone Giuseppe Antonini (….), e poi nel 1797, per i tipi di Tomberli, lo chiamava ‘Obertino’. L’Antonini citava l’omonima Torre detta del “Lubertino”.  Nei pressi di questo fiume, oggi si vede solo la Torre cavallara vicereale di ‘Capobianco’ ma, più anticamente vi era nello stesso luogo la Torre detta dell’ ‘Obertino’. Io credo che la Torre ‘Obertino’, che nel XIX secolo era chiamata Torre di Capobianco, prendesse il nome proprio dal fiume carsico sotterraneo. Antonini (…) nei sui Discorsi (XI), nel 1745, così scriveva: “Ritornati al mare di Sapri, e ad oriente secondo l’intrapreso corso, camminando, trovasi allo scoglio detto Scialandro, sorgere in mare un notevole fiume, chiamato Obertino, la di cui acqua nei giorni di calma si può bere senza che sia con quella del mare mischiata, ma nei tempi di mediocre agitazione è coverto o confuso, ne si vede, che il solo suo gorgogliare. Or da quì sino alla marina di Maratea, che n’ è sette miglia lontano, e ch’ è una catena di continuati dirupatissimi alti scogli ( i frontoni), si trovan varie sorgive, e ruscelli di dolcissime acque, e da quando in quando delle grotte, ove i colombi fanno lor nidi, e l’està vi è deliziosa caccia di essi, che anche io due volte con sommo piacere ho…” (….). L’Antonini (….) si riferiva al fiume sotterraneo di natura carsica, che ancora oggi scorre nei pressi dello Scoglio dello Scialandro, che l’Antonini (….) chiamava “fiume Obertino“, in prossimità della torre Vicereale omonima, oggi scomparsa. Come l’Antonini (….) che pure era stato a visitare Sapri e questi luoghi, gli antichi scrittori e viaggiatori, raccoglievano sul posto informazioni dagli abitanti del luogo ma prendevano sempre spunto da vecchie mappe o carte manoscritte come ad esempio la carta che quì pubblichiamo (Fig…..) che è di sicuro una copia di una carta molto più antica e risalente all’epoca Aragonese (…).

La Torre di “Capo Bianco” figura pure nella carta dell’ “Atlante Geografico del Regno di Napoli” o“Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, in quattro fogli’, delineata nel 1769 (I° edizione) dal cartografo Filippo Rizzi-Zannoni. Dunque in questa carta si può vedere chiaramente il nucleo urbano di Sapri e le sue Torri.

Rizzi Zannoni

(Fig…) Rizzi-Zannoni – Particolare dell’“Atlante Geografico del Regno di Napoli” o“Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, in quattro fogli (1769) (Archivio Attanasio)

Giovanni Maria Alfano (….), nel 1795, nella sua ‘Istorica descrizione del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1823, p. 135, ci dava notizie di queste torri marittime e costiere costruite lungo il litorale fino a Salerno. Il Vassalluzzo (….) prima e poi in seguito il Guzzo (…), si sono occupati delle Torri costiere fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli, ma non è stata mai fatta una disamina approfondita sulle Torri marittime costruite in epoche anteriori. Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 252 in proposito scriveva che: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni. “. Le Torri costruite sul litorale saprese le troviamo segnalate nella carta geografica regionale del “Principato Citra”, del 1613, delineata intorno al 1590-1594, dal cartografo Mario Cartaro (Fig. 3) (5).

La torre di ‘Capobianco’, torre cavallara Vicereale è stata costruita alla fine del 1500 dai Vicerè spagnoli a difesa delle coste e come si può vedere nella carta geografica di Mario Cartaro e Stelliola (Fig….). Il Giustiniani (…), invece, nel suo vol. VII, a p. 228, parlando di Sapri in proposito scriveva che: “………………….”. Onofrio Pasanisi, nel 1934, nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’ (…), parlando delle Torri marittime costruite in epoca vicereale Spagnola, nel basso Cilento, scriveva sulle incursioni barbaresche che subirono alcuni paesi prossimi alla costa, con notevoli danni e distruzioni. Il Pasanisi a pp. 277-278. Onofrio Pasanisi (3), ha parlato della costruzione delle Torri marittime anche e soprattutto nel 1926, nel suo ‘La costruzione generale delle torri marittime della Real Camera di Napoli nel sec. XVI’. Il Cavalcanti (…), nel suo portolano ‘Guida del Pilota ecc..‘, a p. 45, scriveva della costa e di Sapri. Il Cavalcanti (…), nel suo portolano, citava e chiamava la “Torre di Sapri”. Nel 1815 la Torre detta di “Capobianco” era ancora visibile tanto che il Romanelli (7), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…..Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (7). Dunque, il Romanelli (…), nel 1815 scriveva di Sapri e del suo Porto che vi erano due torri che chiamava 1) Torre del “Buondormire” e l’altra Torre detta del “Lubertino”. Dunque, il Romanelli non la chiamava Torre di “Capobianco” ma la chiamava Torre del “Lubertino”. Il toponimo “Lubertino” deriva molto probabilmente dalla vicina foce del fiume carsico e sotterraneo chiamato dall’Antonini (…) “Obertino” e da altri “Lubertino”. Si tratta di un fiume carsico che a mare da origine al fenomeno carsico detto dalla tradizione popolare “u vull’ j l’acqua”, di cui mi sono occupato in un altro mio saggio. Guardando la carta (di probabile epoca aragonese) (Fig. 1), il fiume Lubertino, doveva nascere da due sorgenti, una è nei pressi di Torraca e l’altra invece è la ‘Serra Corbara’, delle montagne poste prima di Lagonegro, forse in località ‘Fortino’. Come possiamo vedere nella carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. ‘Manoscritti e rari‘, Ba 5d (2, che pubblicai nel 1998), in essa vengono riportate le tre torri esistenti e visibili all’epoca della stesura della carta. Questa carta da me scoperta è inedita ed è stata da me pubblicata nellAnalisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri). La carta citata riporta le tre torri conosciute e posto lungo il litorale di Sapri, ovvero essa riporta la Torre di “T. Buon Dormire”, posta ad occidente di Sapri, oggi località Fortino; la Torre di “T. Capobianco”, la “Foce Obertino”, entrambi toponimi segnati sul Monte Ceraso; a mare poi troviamo segnato “Lo Scoglio” e un pò distante troviamo infine la Torre “T. Scialandro” e subito dopo, poco distante la Torre “T. delle Grive”. Questa carta è interessantissima in quanto essendo del primo quarto del secolo XIX, ovvero 1815 testimonia che nel 1815, lungo la costa di Sapri ancora erano visibili le tre torri cavallare e di avvistamento di cui si è parlato e che la Torre detta oggi di “Mezzanotte”, all’epoca invece era detta con il suo toponimo originario ovvero Torre “T. Scialandro”. Dunque, l’attuale denominazione di “Torre di Mezzanotte” è errata.

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carta Golfo di Policatro

(Fig…..) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2

La Torre detta di “Capobianco” o di “Capo Bianco”, era ancora visibile nel 1828, allorquando il viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (….), la vide e la citò nel suo ‘Viaggio nel Regno delle due Sicilie’. Ecco cosa scriveva in proposito lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (….), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria: Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due Torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino.”.

Nel ‘600, a Sapri, la cappella di S. Vito

Forse vi è una relazione con la recente pubblicazione fatta dall’amico Domenico Smaldone, che ha pubblicato alcuni documenti che attestano la vendita di un’altra cappella, la Cappella di S. Vito che il barone Giovanni Antonio Brando di Torraca vendeva il 31 maggio 1746.

Nel ‘600, l’espansione urbana di Sapri

Un’altra testimonianza del passato di Sapri  sono i numerosi stemmi e, riggiole (mattonelle policrome ed invetriate) che sormontano i portali dei palazzi, affreschi d’epoca borbonica, le lapidi marmoree, i torrini e fortilizi di cui ancora oggi si vedono i resti, alcune edicole votive, alcuni antichi Palazzi come quello Gallotti che affaccia su Piazza del Plebiscito o il Palazzo Gaetani su via Cassandra, o il Palazzo dei Peluso su C.so Garibaldi con i suoi torrini difensivi ecc.., a cui rimandiamo al prossimo studio.

Nel 1600, la casa di Paolo Pietro Brandi in via Cassandra

Nel 1600, a Sapri, la Cappella del SS. Rosario (“Santo Rosario”) in via Cassandra

A Sapri, quasi verso la fine della via Cassandra, prima di arrivare nella Piazza Plebiscito si trova una piccola ma antichissima cappella o chiesetta, la Chiesetta o Cappella del S.S. Rosario. La facciata della Cappella del ‘S.S. Rosario’, come si vede nell’immagine, è semplice. In via Cassandra a Sapri,  l’ingresso principale è sormontato dalla lapide marmorea su cui è stata incisa una scritta in latino illegibile e che andrebbe ripulita. La scritta, ci ricorda le sue origini. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, parlando del “Porto di Sapri elevato a Parrocchia” e delle sue origini a p. 32, in proposito scriveva che: “la ‘Venerabile cappella del S.S. Rosario di Sapri, appartenne e rimase amministrata dal clero di Torraca fino al 1719, anno in cui fu elevata a parrocchia dal Vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis.”. Sempre il Gaetani che a proposito della Cappella del SS. Rosario aggiunge: “L’antica Cappella era sita, ove al presente vedesi la farmacia Gaetani, e propriamente attigua alla casa di Paolo Pietro Brandi e trovandosi in cattive condizione di non permettere l’esercizio dei sacri ufficii, perchè in parte diruta e con una servitù di finestra da non potersi inalzare dal livello, oltre di un metro inferiore al piano della strada, essendovi stata sospesa la celebrazione delle messe, così interdetta venne richiesta dal Dottor Francesco Gaetani fu Giovanni, al fine di averla in permuta ad un’altra ecc…”. In seguito il Gaetani la impianterà nella sua proprietà sita lungo la strada Cassandra. Dunque, in via Cassandra, già nel 1600 esisteva un’antica cappella intitolata al SS. Rosario e, poi in seguito, sarà costruita l’altra con la permuta che ottennero i Gaetani e che apparterrà al clero di Torraca fino al 1719. Come scrive il Gaetani, la cappella del SS. Rosario era “intra moenia”, si trovava sempre a via Cassandra ed essa, si trovava attigua alla casa di Pietro Paolo Brando vicino la Farmacia Gaetani che esisteva nel 1800. Dal Gaetani apprendiamo che, la “Venerabile cappella del S.S. Rosario di Sapri,  appartenne e rimase amministrata dal clero di Torraca fino al 1719, anno  in cui fu elevata a parrocchia dal Vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis. L’antica cappella era sita ove al presente vedesi la farmacia Gaetani e propriamente attigua alla casa di Paolo Pietro Brandi e trovandosi in cattive condizioni perchè in parte diruta“, oltre di un metro inferiore al piano della strada venne così richiesta in permuta dal dott. Francesco Gaetani.”. Così interdetta (alle Sante messe) venne  richiesta al fine di averla in permuta con un altra. In seguito il Gaetani la impianterà nella sua proprietà sita lungo la strada Cassandra. Di questa cappella, nel 1706, ne parla anche il Vescovo G. M. Cione nel suo “libro dei conti”.

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(Fig…..) Cappella del S.S. Rosario, in via Cassandra a Sapri

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(Fig…..) Lapide marmorea che sormonta il portale d’ingresso della Cappella del SS. Rosario in via Cassandra

Dell’antica Cappella del ‘Santo Rosario’, ne parla Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 58 che scriveva in proposito: “Fu fondata da D. Francesco Antonio Magaldi di Torraca, Canonico Cantore della Cattedrale di Policastro, nel feudo di Sapri dei Palamolla, nel 1706 e fu dotato dei seguenti beni: un  capitale di 145 ducati, 4 vigneti in Sapri colla rendita di 200 ducati; un castagneto al Castellaro di Capitello ed una chiusa al Pallarete, colla rendita di 10 carlini (= 20 ducati); 40 vacche, colla rendita di 160 ducati; mezzo tomolo di terra pure in Sapri, colla rendita di 4 carlini. Il tutto assommava a 525 ducati (7)”. Il Tancredi riporta il documento diocesano (7) che descrive le rendite ed i beni assegnati a questa Cappella. Di questa antica Cappella di Sapri, ne parla il prelato Rocco Gaetani, nel suo libro su Torraca (1). Il Tancredi (…) a p. 58, nella sua nota (7) postillava che: “(26) A.D.P.: Ufficio Amministrativo Diocesano: Sapri, Capp. S. Rosario 1706.”. Dunque, secondo l’antico documento diocesano presentato dal Tancredi, la cappella del SS. Rosario in via Cassndra a Sapri era stata dotata di un “castegneto al Castellaro di Capitello ed una chiusa al Pallarete, colla rendita di 10 carlini (= 20 ducati)”. Una piccola cappella fondata dal Barone Palamolla dotata di un castagneto al Castellaro di Capitello. Il Gaetani, racconta a proposito della cappella in questione che essa si trovava nel piccolo e nuovo quartiere del ‘Rosario’ e poi aggiunge: “la ‘Venerabile cappella del S.S. Rosario di Sapri, appartenne e rimase amministrata dal clero di Torraca fino al 1719, anno in cui fu elevata a parrocchia dal Vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis.”. Sempre il Gaetani che a proposito della Cappella del SS. Rosario aggiunge: “L’antica cappella era sita ove al presente vedesi la farmacia Gaetani e propriamente attigua alla casa di Paolo Pietro Brandi” e trovandosi in cattive condizioni “perchè in parte diruta”, oltre di un metro inferiore al piano della strada venne così richiesta in permuta dal dott. Francesco Gaetani.”. Così interdetta (alle Sante messe) venne richiesta al fine di averla in permuta con un altra”. In seguito il Gaetani la impianterà nella sua proprietà sita lungo la strada Cassandra. Di questa cappella, nel 1706, ne parla anche il Vescovo G. M. Cione nel suo “libro dei conti” (1). La Cappella che oggi vediamo in via Cassandra ed illustrata nell’immagine di Fig…., non è quella originaria che pure è esistita ma è quella avuta in permuta dal dott. Francesco Gaetani che la impiantò nella sua nuova proprietà lungo la via Cassandra dove si trova e si vede attualmente e dove poco distante si trova l’attuale proprietà degli eredi Gaetani. Dell’antica cappella del SS. Rosario ne parlò anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 594 parlando della ‘Chiesa’ di Sapri in proposito scriveva che: “Sapri fu eretta in parrocchia solo il 1° settembre 1719 da mons. Andrea de Robertis col titolo dell’Immacolata. Nella visita del 1735 non si è notizia di cappelle, nè del clero. Nell’800 vi erano a Sapri solo tre cappelle intra moenia S. Giovanni Battista, S. Antonio di Padova al Timpone e S. Rosario. Nel giugno del 1832 visitò la chiesa mons. Laudisio. Decreto. Ecc..”. Devo far notare in proposito che quando Ebner sciveva che nella visita a Sapri nel 1735 non vi è notizie di cappelle, forse è dovuto al fatto che le cappelle a Sapri esistevano ma appartenevano al clero di Torraca. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a pp. 90-91, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742“, in proposito scriveva che: “Riteniamo opportuno dare qualche notizia circa i possedimenti nell’anno 1742, come risultano dai Catasti Onciari, volume 4342, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Si tratta delle dichiarazioni catastali o fiscali, rilasciate dagli abitanti della Terra di Sapri. Le così dette ‘Rivele’ sono, appunto, le dichiarazioni fatte dai proprietari circa i redditi e le tasse che versavano all’erario. Il Vol. 4342, oltre alle ‘Rivele’ degli abitanti del posto, contiene anche quelle delle contrade limitrofe (Bonati, Rivello, Lagonegro), dei Sacerdoti di Maratea, della Grancia di policastro ecc…. Le ‘Rivele’ iniziano con una frase che si ripete ecc…ecc…Di notevole importanza è il fascicolo riguardante la Rivela del Parroco, sotto il titolo “Chiesa Parrocchiale di Sapri”, si legge: “Rivelo io D. Biagio Lacorte, Procuratore di questo Reverendo Clero di questa Parrocchial Chiesa sotto il titolo della SS.ma Concezione della Beata Vergine, come detta Chiesa non possiede Beni stabili per essere stata eretta da quindici anni in circa, cosa che ancora non è completa di fabbrica, anzi scarsissima di utensili, solamente possiede…..In detta Rivela si parla, tra l’altro di Messe da celebrare per la somma di un carlino di elemosina per ogni Messa, come si evince dall’istrumento rogato dal Notar Giovanni Pietro Ricciardo della Terra di Bonati nell’anno 1719. E’ specificato il numero delle Messe (470) per li sopra donatori della Chiesa. Si parla anche delle quantità di grano che si paga alla Rev.ma Mensa Vescovile di Policastro. Questa è l’ultima annotatazione della Rivela riguardante i beni della Chiesa Parrocchiale non ha altri Altari, se non che il solo Altare maggiore, ancora non perfezionato. Vi sono, bensì, in questo tenimento di Sapri la cappella di San Giovanni, amministrata dal Reverendo Clero di Torraca, v’è altresì la cappella del SS. Rosario, amministrata dal Reverendo Canonico Domenico Cavalieri, la cappella di S. Antonio di Padova, anche anmministrata dal Rev.do Clero di Torraca, per essere fondata da benefattori prima dell’erezione di questa Chiesa Parrocchiale, ed altra cappella di S. Giovanni Battista (8) amministrata dalli Revv. di PP. di S. Francesco di Paula del convento di Bonati, per le rendite dei quali mi rimetto alla Rivela dell’Amministratore di essa….”. Dunque, secondo l’antico documento (“Rivela del Parroco della Chiesa Parrocchiale di Sapri”), il Tancredi afferma che la cappella di SS. Rosario in via Cassandra a Sapri era amministrata dal reverendo canonico Domenico Cavalieri.

Nel 22 luglio 1601, Fabrizio Carafa e la nipote Giulia Carafa, conti di Policastro e di Majerà si sposano con dispensa apostolica

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava su Giovanni Carafa della Spina scrivendo che: Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).. Ebner si riferiva al testo di Filiberto Campanile (….), ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195. Il testo di Giuseppe Campanile (….), ‘Notizie di Nobiltà etc.’. Giuseppe Campanile fu un genealogista. Figlio di Filiberto Campanile (….), membro di una famiglia nobile originaria di Tramonti, Giuseppe nacque a Diano (l’odierna Teggiano) intorno al 1616. Nel 1672 pubblicò la sua ultima ma più celebre opera, le Notizie di nobiltà, che tratta del significato degli stemmi delle famiglie nobili del Regno di Napoli e della loro origine e genealogia. Un’altra notizia interessante che riguarda i Carafa della Spina, conti di Policastro ci è sempre riferita dal Campagna (…) che a p. 163 in proposito scriveva che: “Nel 1639 il dott. Marc’Aurelio Perrone, “Galantuomo di Buonvicino”, dopo aver venduto la Terra di Majerà a Giuseppe Guerra (aveva acquistato quel feudo da Francesco Carafa (191) il 3 aprile dell’anno precedente per 34.500 ducati), ecc…”. Il Campagna a p. 163 nella sua nota (191) postillava che: “(191) Figlio di Fabrizio e di Giulia, primogenita di Vittoria di Loria, morta all’età di 21 anni, come si rileva da una lapide in “S. Maria di Casale”, ora S. Domenico, di Majerà.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava che: “…..Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Ecc…. Dunque, secondo l’Ebner (…), Lelio Carafa fu l’unico erede maschio di Federico Carafa, Conte di Policastro e di Giulia Russo. Ebner scrive pure che “Da costui solo Giulia, contessa di Policastro”. Dunque, l’Ebner scrive che Giulia Carafa fu l’unica erede femmina di Lelio Carafa e Giulia Russa. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: “Lelio (+ ca. 1603), 5° Conte di Policastro e Patrizio Napoletano. = Vittoria di Lauria, figlia di Alfonso Signore di Maierà (divenne erede del feudo alla morte del fratello).”. Dunque, secondo l’Ebner, Fabrizio Carafa, 4° figlio di Federico Carafa, sposò la nipote Giulia Carafa, figlia di Lelio Carafa e unica erede della Contea di Policastro. Sempre il Celico (…), nel suo libro su Tortora, parlando di Majerà, a p. 34 in proposito scriveva che: “Da Alfonso fu trasferita a Luise nel 1549 e poi ad Alfonso junior fino al 1558 e da Vittoria, primogenita di Alfonso junior, nacque D. Giulia moglie di D. Fabrizio Carafa conte di Policastro, che portò a titolo e feudo in quella casata, nella quale si estinse questo ramo dei Loria, mantenuti quasi ininterrottamente fino al 1718. D. Giulia, morta nel 1608 a soli ventuno anni e senza eredi, fu sepolta nella Chiesa di S. Domenico di Majerà ove riposava anche il nonno Alfonso……I Carafa, dal 1667 duchi di Majerà, trasferitisi da Pisa a Napoli ecc…”. Dunque, il Celico scriveva che donna Giulia Carafa, figlia di Alfonso Junior Carafa e di Vittoria di Loria, diventò moglie di suo zio Fabrizio Carafa, conte di Policastro e figlio di Federico Carafa. Fabrizio e Giulia si sposarono il 22 luglio 1601 e Giulia Carafa, sua moglie morì nel 1608 all’età di 21 anni. Infatti, Fabrizio poi si risposò.  Chi erano i coniugi, conti di Policastro, Fabrizio e Giulia Carafa ?. Ritornando ai coniugi Carafa, Fabrizio, Conte di Policastro e sua moglie Giulia Carafa, contessa di Majerà, figlia ed erede di Vittoria Loria, contessa di Majerà in Calabria e nipote di Fabrizio Carafa, conte di Policastro che sposò. Dal ‘Libro d’Oro della Nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: “Fabrizio (+ post 3-1630), Patrizio Napoletano. a) = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 sua nipote Giulia Carafa 6° Contessa di Policastro b) = 30-4-1609 Eleonora, figlia del Nobile Giovan Girolamo Santacroce e di Cornelia Gaeta, già vedova di Michele Gentile. E1. Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa”. Dal ‘Libro d’Oro etc..’, leggiamo che il VII° conte di Policastro, Fabrizio Carafa con Dispensa Apostolica del 22 luglio 1601 sposò nel 1608 sua nipote Giulia Carafa che diviene così la VI contessa di Policastro e “che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122)”. Riguardo invece gli sposi e congiunti don Fabrizio Carafa e Giulia Carafa sua nipote, nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ leggiamo che “Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, Fabrizio Carafa, quarto figlio di Federico Carafa, per “…evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa.”. Orazio Campagna (….), che a pp. 145-146 parlando di Majerà in Calabria, e dei ‘Loria’ in proposito scriveva che: “I Loria, così entrati nella storia della Terra, per oltre un secolo e mezzo ne determinarono le sorti (120). Ultima baronessa fu Vittoria, primogenita di Alfonso, la quale, nel 1598, eredito Majerà ecc…Figlia ed erede di Vittoria Loria fu Giulia Carafa, che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122). Passò, successivamente, da Fabrizio a Francesco Carafa. Nel 1638 fu venduta ecc..”. Il Campagna (…), a p. 145 nella sua nota (122) postillava che: “(122) Di Giulia Carafa si legge la seguente iscrizione incisa sul marmo nella chiesa di S. Maria del Casale; in alto vi è lo stemma dei Carafa della Spina: “D. Iuliae Carafae Polycastri comitissa Polycastrensis domus jam collabentis instauratrici coniugi amatissimae D. Fabritius Carafa unico vitae suae oblectamento immature viduatus obiit MDCVIII etatis sue XXI”. I Carafa furono signori di Policastro dal 1496. Fabrizio, sposo di Giulia, ne fu il VII conte. Apparentati ai Sismondi di Pisa, i Carafa ebbero un papa, Paolo IV (Giampietro Carafa), ecc…”. Sempre il Campagna parlando dei Carafa a p. 145, nella sua nota (122) postillava che: “(122) Da Anonimo, ms. del 1719, “Osservazioni intorno alla scrittura uscita per la primogenitura dè Signori di Forlì nella Famiglia Carafa della Spina, colle quali si dimostra essere gli Principi della Roccella i Primogeniti della universale famiglia Carafa, D.S.G.F.A.P.d.R, anno 1691″, presso Arch. Episc. di Policastro Bussentino; G. Campanile, ‘Notizie di nobiltà, etc., cit.; V. Nocito, ‘Notizie storiche della città di Belvedere Marittimo, etc., Genova, 1947.”. Dunque, il Campagna scriveva che la Baronessa Vittoria di Loria era la figlia primogenita di Alfonso Loria. Vittoria di Loria sposò il conte di Policastro Lelio Carafa e gli portò in dote la terra di Majerà. Vittoria di Loria e Lelio Carafa ebbero un unica figlia erede Giulia Carafa della Spina che poi in seguito sposò lo zio Fabrizio Carafa a cui portò in dote la terra di Majerà. Riguardo il Conte di Policastro Fabrizio Carafa. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 260, parlando della contea di Policastro dopo la morte e la successione di Alfonso di Loria, nel 1597, nella sua nota (87), in proposito postillava che: “(87) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F.A. Vanni, ‘Cronica di Majerà’, ms. cit.”Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 76, dopo aver parlato di Vittoria di Loria, figlia di Alfonso e sposa di Lelio Carafa, Conte di Policastro, la cui contea il padre Alfonso aveva contribuito a salvare dai dissesti finanziari, in proposito scriveva che: “Intanto il 2 Ottobre dello stesso anno (1597) moriva Alfonso di loria, che veniva seppellito nella Chiesa di S. Domenico (21). Il quattro settembre del 1598 da Vittoria e Fabio Bologna nacque Olimpia, che diventerà monaca presso S. Marcellino di Napoli. Dopo il parto, per infezione puerperale, il 22 Settembre moriva Vittoria (22). Nel 1601 è barone di Majerà Fabrizio Carafa, conte di Policastro e marito di Giulia (23), che aveva ereditato il feudo da Vittoria. A Fabrizio successe il figlio Francesco Carafa. Nel 1638, ecc…”. Il Campagna a p. 76, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Si concluse, così, la vita travagliata di questa baronessa ecc..in Vanni etc.”. Il Campagna a p. 76, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Giulia Carafa morì all’età di 21 anni, 1608, lasciando il Feudo al figlio, Francesco Carafa, che presentò il “Rilievo” nel 1640. Di Giulia si legge su una lapide posta in S. Maria del Casale: “……”L’iscrizione è sormontata dallo stemma dei Carafa della Spina.”.

Carafa della Spina

Il Campagna si riferisce a F. A. Vanni e a p. 12 in proposito, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……, in F.A. Vanni, Memorie appartenenti alla Terra di Majerà, in Provincia di Calabria Citra raccolte nell’anno 1750 in Napoli da molti Autori, Processi, Protocolli e Scritture diverse – Napoli 1° di Maggio 1750. Il Manoscritto dello Storico di Majerà è integralmente riportato da L. Pagano in ‘Selva Calabra, Ms., presso Biblioteca Civica di Cosenza, vol. II, da p. 3693. Lo citeremo spesso col titolo di “Cronaca di Majerà”. Del Vanni scriveremo in altra parte della ricerca.”. Dunque, il Campagna, storico di Majerà cita Francesco Antonio Vanni ed il suo manoscritto del 1750 che dice essere stato pubblicato integralmente da L. Pagano in ‘Selve Calabre’. Da questo manoscritto il Campagna trae interessanti notizie storiche su Majerà e sulle famiglie che la dominarono.

Nel 1605, Decio Palamolla acquistò la Terra di Sapri dai congiunti Fabrizio Carafa e la nipote Giulia Carafa, conti di Policastro

Come abbiamo potuto vedere le vicende dei possedimenti delle Terre di Torraca e di Sapri possedute dai Palamolla di Scalea e di Papasidero in Calabria, si legano alle vicende e ai possedimenti della contea di Policastro e di Majerà in Calabria possedute dai Carafa della Spina. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia storica riportata da Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700”, a p. 41 cita un interessante notizia che riguarda proprio un Palamolla. Celico parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) ecc….Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Dunque, se questa notizia fosse confermata da ulteriori e più dettagliati riscontri bibliografici e documentati sarebbe molto interessante e costituirebbe un ulteriore tassello all’evoluzione geo-storica della terra del Porto di Sapri. Dunque, il Celico, a p. 41, nella sua nota (10) aggiunge la interessantissima notizia dell’acquisto del feudo o parte del territorio (dico io) di Sapri da parte di Decio Palamolla, Barone di Torraca che comprò dai Carafa conti di Policastro. Infatti, scrive il Celico (…) che nel 25 maggio 1599, i fratelli Scipione e Costanza Gambacorta registrarono la vendita del 1598 del feudo di Torraca per 13.700 in favore di Decio Palamolla ma solo più tardi Decio Palamolla acquistò la Terra di Sapri dai congiunti conti di Policastro, don Fabrizio e sua molglie e nipote Giulia Carafa. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ‘Fabrizio e Giovanna (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso. Un certo ‘Annibale’, Signore di Torraca si sà è deceduto a soli 22 anni.”. Il Mallamaci dice solo che dai ‘Cedolaria’ risultano un “Annibale Gambcorta, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano”. Sempre il Mallamaci crive che dai ‘Cedularia’ risulta un “Fabrizio (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso”. Dunque, è dall’unione con Giovanna Carafa con Annibale Gambacorta prima e dalla vendita poi a Decio Palamolla della Terra di Sapri da parte dei congiunti conti di Policastro, don Fabrizio e Giovanna Carafa che inizia il legame con la Contea di Policastro. Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano, sposò Annibale Gambacorta. Dalla loro unione nacquero Orazio, Scipione e Prospero Gambacorta. Secondo il Gaetani (…), il feudo di Torraca apparteneva ad Annibale Gambacorta che morì nel 1593 e lasciò tutto ai tre figli Orazio, Scipione e Giovanni e Costanza Gambacorta. I figli di Annibale Gambacorta, nel 1598, Scipione e Costanza Gambacorta vendettero il feudo di Torraca e la signoria di Sapri a Decio Palamolla. Scipione e Costanza Gambacorta, nell’11 maggio 1599 registrarono l’atto di acquisto del feudo di Torraca a favore di Decio Palamolla. Scrive pure il Celico (…), e questa mi sembra la notizia interessantissima che: “(10) Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Il Celico scrive che il “feudo di Sapri” fu acquistato dopo da Decio Palamolla ma non scrive quando. Il Celico scrive pure che Decio Palamolla acquistò “poi” il feudo di Sapri da “conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa”. Si è visto precedentemente chi fossero i conti di Policastro don Fabrizio Carafa e sua moglie, la nipote Giulia Carafa. A questo punto però nulla di nuovo se non la notizia riferita dal Celico, a p. 41 che scriveva che: “(10) Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”.

Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. E’ molto probabile che il territorio di Sapri, la porzione occidentale ovvero quella che dall’attuale località “Fortino” e fino al Cimitero dipendesse dai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca. Ad un certo punto della storia, e questo però non viene chiarito ne dal Tancredi che dal Mallamaci, il vecchio “Portus Saprorum” diventa “Marina di Torraca” perche tutto il suo territorio apparterrà ai Palamolla, Baroni di Torraca. Sui possedimenti dei Carafa della Spina, conti di Policastro ed il passaggio della Terra di Sapri ad altri feudatari è interessante una “rivela” del 1742. Questa “rivela” parla dello “smembramento” della Contea di Policastro. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a p. 92, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Notevole è pure il fascicolo che contiene la Rivela fatta da Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro, in qualità di fattore, ma è molto difficile la decifrazione della grafia. Comunque, è certo che all’inizio si parla dell’ubicazione geografica del Porto di Sapri e delle sue ultime vicende storiche, riferite allo smembramento della Contea di Policastro. Ne riportiamo qualche stralcio per intenderne l’importanza. “Antonio La Corte della Terra di Sapri, Erario dell’E.ma Casa del Sig.re Principe D. Girardo Caraffa, Conte di Policastro, Cavaliere Napolitano, et habitante in detta Città di Napoli, rivela come, quantunque il Feudo del med.mo dovesse andar compreso con la Città di Policastro, e nel Catasto si forma dalla med.ma, nò cadesse più proprio, il Rivelo delli suddetti beni sì esser fatto Sapri corpo compreso nella Contea di detta Città, e nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra, nulla però di meno, affinchè restino separatamente Rivelate, et adempita la mente di S. M. (ch’Iddio guardi) Rivela possedersi da detto Ecc.mo Sig.re li seguenti beni propri, e li infrascribe Redditi senza recare menomo pregiudizio alle rag.ni di detta città, e sono …” (Firma).”. Dunque, come scriveva il Tancredi presentandoci dei documenti “Rivele” che riguardavano alcuni parroci della Diocesi di Policastro ed in particolare quella di  “Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro”, preposto del conte di Policastro Gerardo Carafa nel 1742, nella “rivela” del La Corte, fattore del conte di Policastro Gerardo Carafa, il territorio di Sapri doveva appartenere ai Carafa conti di Policastro. Secondo questo manoscritto il detto territorio fu “dismembrato” (dalla Contea dei Conti di Policastro), nel 1605: nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, ecc..”. Infatti, il barone di Torraca, Decio Palamolla, pare che abbia acquistato solo dopo la Terra di Sapri dai Conti di Policastro i Carafa della Spina. Secondo il documento del 1742, la contea di Policastro dipendente dai conti Carafa della Spina, nel 1605 fu “dismembrato” dal territorio del porto di Sapri, ovvero tutta la porzione di territorio che si estendeva dalla torre del Buondormire alla Torre di Capobianco (il porto e la baia di Sapri) che dovettero passare ai Palamolla di Torraca. Infatti come ho già scritto la citazione del Celico (….) che scriveva appunto che: “(10) Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Riguardo i possedimenti dei Carafa, conti di Policastro è molto interessante ciò che si scrive nel prosieguo della “Rivela” del La Corte, fiduciario del conte Gerardo Carafa nel 1742. Si scrive che il territorio di Sapri nel 1742 venne “et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra ecc…”. Dunque, in sostanza, in questo documento si afferma che prima del 1605 e poi pure dopo il 1742, il territorio che apparteneva alla Contea di Policastro dipendente dai Carafa della Spina consisteva “…la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, ecc…”. Dunque, la marina o la fascia costiera che si estendeva dai confini di Camerota, volgarmente detta “Li Marcellini” fino al Canale di Mezzanotte, confine con la Basilicata.

Nel 20 marzo 1614, la Sentenza della Causa tra alcuni Sapresi contro Decio Palamolla, Barone di Torraca e di Sapri

In seguito all’acquisto della Terra di Sapri da parte del Barone di Torraca Decio Palamolla che l’acquistò nel 1605, secondo il Celico (….) dai Conti Carafa di Policastro sorsero dei litigi tra i sapresi che tenevano terreni nell’agro di Sapri e che coltivavano a vigne e frutteti, ed il Barone Decio Palamolla. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio”, a p. 11, parlando delle origini di Sapri cita un interessante documento. Il Gaetani in proposito scriveva che: “La piccola colonia agricola dei Torracchesi si crebbe di numero ed ebbe bisogno di baratti, di vendita, di compera di cose mangerecce e di altre cose mercanzie necessarie alla vita (1).”. Il barone (v. p. 12), vi esercitava una specie di monopolio coi campagnoli, marinai e passanti, possedendovi una ‘taverna’ e, volendo, pur non avendo il diritto di proibire, ‘jus prohibendi’, tutto per sè con l’altrui danno, vietò ogni commercio, l’apertura di altre osterie e perfino di edificarle. Ecc..”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39, riferendosi al Barone di Torraca e Signore del Porto di Sapri, Decio Palamolla, in proposito scriveva che: La colonia marittima torrachese, ecc….Il barone esercitava una specie di monopolio coi sapresi, possedendovi una ‘taverna’, e, volendo, tutto a suo vantaggio, pur non avendo il diritto di proibire (jus prohibendi) vietò ogni commercio e con esso la costruzione e l’apertura di altre osterie. Ecc..”. Scrive e aggiunge il Gaetani che: “I torracchesi, che non furono mai servi e vassalli, ma sempre liberi cittadini, si querelarono con la regia podestà dell’aggravio ed ebbero giustizia. “Si gravano che il barone proibisce essi supplicanti che non vendano robe commestibili al porto di Sapri, ma vuole che solo si venda nelle sue taverne e che possano esse supplicanti tenere le loro taverne aperte e vendere a voglia loro e a chi li piace.“. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (34) postillava che: “(34) Arch. di Stato di Napoli: Atti de li esami presso dell’Esaminatore del S. C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, P.O. fol. 217.”. Giovan Giacomo Palamolla, nel  frontespizio di una sua opera in latino si disse ex Baronibus terrae Turracae et Portus Saprorum “. Il Gaetani (…) a p. 11 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gravamina pro Unitate Terrae Tuccacae contra Detium Palamolla primum Baronem ex praesentibus in S. R.C. proposita et decisa ac aliae Provisiones in beneficium ipsaemet unitatis expeditae, in praesenti libello, diligenter exaratae, noviterque in hoc anno Millesimo, septigentesimo octogesimo exscriptae ad posterum memoriam. Regnante Ferdinando IV utriusque Siciliae Hyerusalem Rege etc. Turracae Anno Domini 1780. Superiorum permissu et facultate.”. Sempre il Gaetani a p. 12 nella sua nota (1) postillava che:  “(1) Gravamina etc 38, fol. 6. Si gravano, come alcuni cittadini tengono certe vigne nella Marina, delle quali ne pagano tomola uno e mezzo per ogni parte, che in tutto sono tomola ventuno: supplicano provvedersi, ‘quod abstineat’. – Risposta: “Sub die duedecimo Decembris millesimi sexcentesimi decimi quarti. Baro non impediatur exigere terraticum in Demanio et terris Baronalibus iuxta solitum”. Fol. 7.”. Scrive sempre il Gaetani (…) a p. 12 che “la risposta favorevole è del 20 marzo 1614. Alla proibizione: verum quoad terram Saprorum non liceat civibus Turracae erigere tabernas,sivetuguria pro vendendis rebus commestilibus in Littore Maris (1). “Si gravano, come alcunicittadini tengono certe vigne nella Marina, delle quali ne pagano tomola uno e mezzo per ogni parte, che in tutto sono tomola ventuno: supplicano provvedersi…”. Scrive il Tancredi che: “I torrachesi, che erano stati sempre liberi cittadini e non servi e vassalli, mossero querela al Re di Napoli, per l’aggravio ed ebbero giustizia; la sentenza favorevole è datata 20 marzo 1614 (35).”. Sempre il Tancredi (…), a p. 40, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Arch. di Stato di Napoli: “Gravamina pro Unitate huius Terrae Turracae contra Detium Palamolla primum Baronem ex ……….Cap. 38, f. 6: Si gravano, come alcuni cittadini tengono certe vigne nella Marina, ecc….Risposta: “Sub die duodecimo decembris millesimi sexcentesemi decimi quarti. Baro non impediatur exigere terraticum in Demanio et terris Baronalibus juxta solitum”, fol. 6 e 7. = Si gravano che il barone proibisce ecc…..”.

Tancredi

Nel 1614, la cappella di San Giovanni Battista eretta dal barone di Torraca Decio Palamolla, in un verbale di visita pastorale del vescovo di Policastro Mons. Felicei

Riguardo l’origine della cappella di San Giovanni Battista a Sapri, posso segnalare la notizia dataci dal sacerdote Rocco Gaetani (…). Riguardo il “tempietto” che nel 1778 apparteneva al “clero di Torraca”, come, nel 1909 scriveva il Magaldi (…), Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 54, scriveva della chiesa di S. Giovanni Battista: “Ubicata nel versante occidentale del Porto, attualmente presso la stazione ferroviaria, all’inizio di via Kennedy, fu eretta nel primo ‘600 dal Barone Decio Palamolla, per la celebrazione della S. Messa ogni domenica con incarico affidato al clero di Torraca, che riceveva appositi sussidi (4). La manutenzione era diligentemente curata da parte del clero stesso, al quale corrispondevano le decime 72 persone di Sapri (5). Da pochi frammentari documenti del primo ‘700, come il libro della contabilità della chiesa parrocchiale di Torraca, dai primi di settembre del 1706 alla fine dell’agosto 1707, si rileva che il procuratore D. Gaetano Magaldi pagava 4 carlini all’anno al principalista Nicola Comes e 16 carlini a Biase Brando per il servizio prestato nella cappella (6)….Nel 1778 sorse una causa fra il Clero di Torraca e quello di Sapri: il cosiddetto ‘frigidum meum ac tuum’ (9). Il 5 agosto, nella Curia Vescovile di Policastro si compose la lite tra i due Procuratori, D. Carmine Magaldi di Torraca e D. Domenico Pellegrino di Sapri, ecc….Dalle relazioni vescovili appare che la Cappella era di antico patronato della famiglia Lancetta e a cura del clero torracchese (11). “. Il Tancredi (…), a p. 55, nella sua nota (4) postillava che: “(4) A.D.P.: SS. Visite Pastorali U. Feliceo (5.3.1632). In quest’anno era parroco di Torraca D. Giovanni Antonio Brando.”. Il Tancredi (…), a p. 56, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Gaetani Rocco, op. cit., pag. 39-40 e nota (1), citante l’atto di giudizio del 1779.”. La cappella di San Giovanni esisteva da tempo a Sapri. Secondo alcuni documenti fu fatta eregere nel 1600 dal Barone di Torraca Decio Palamolla. Nel 1719, quando avvenne lo smembramento per l’edificazione della parrochia dell’Immacolata, l’antica e preesistente cappella di S. Giovanni si prestò per un breve tempo a sostituire la costruenda nuova chiesa “Matrice” dell’Immacola Concezione. Rocco Gaetani (….), nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio”, pubblicato nel 1914, parlando delle origini di Sapri e dei Sapresi, a p. 11 (si veda l’altro a p. 289) riferendosi al documento del 4 agosto 1719 in cui egli descrive l’ordinazione del primo parroco di Sapri don Gennaro Eboli e descrive la vicenda dell’elevazione a parrocchia della Chiesa dell’Immacolata Concezione sorta in Piazza del Plebiscito, fa notare che la Chiesa di Torraca su ordine del Vescovo Mons. Andrea De Robertis, ecc…: “…..con istrumento erogato il 4 agosto 1719, dal notaio Gian Pietro Biscardo da Vibonati (2). Si ordinò che la Chiesa Madre fosse eretta nel luogo chiamato “L’Aria del Re”, sub invocatione SS. Conceptionis Virginis Mariae. La piccola popolazione ebbe assegnato alla cura l’Arciprete D. Gennaro Eboli con uffici e diritti propri, rispettando le ragioni del parroco e della Chiesa di Torraca, che permisero lo smembramento e concessero, fino a che non si edificasse la Matrice, il fonte battesimale, la custodia degli olii sacri, e il decente Tabernacolo nella cappella di S. Giovanni……Il popolo del porto di Sapri passò a far corpo a sè ed ebbe chiesa propria, parroco proprio, ma a piè pari il Vescovo fondatore ne saltò la determinazione dei confini: “parochiae certis finibus distinguendae” (Cond. Tride., Sess. 24, Cap. 13).”. Il Gaetani, a p. 289 di La Fede ecc…, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Archivio Bussentino, Bullarium, Fol. 17. Andres Archiepiscopus De Rubertis, Dei et Apostolicae sedis grazia Episcopus Policastren. Bero etiam Terrarum Turris Ursaiae, Castri Rogerii, Feudi Seleucii ecc…”. Dunque, secondo l’Atto rogato di fronte al notaio di Vibonati Gian Pietro Biscardo, la chiesa di Torraca “permise lo smembramento”, e che “fino a che non si edificasse la Matrice, il fonte battesimale, la custodia degli olii sacri, e il decente Tabernacolo nella cappella di S. Giovanni….”.

chiesa di S. Giovanni a Sapri

(Fig….) La chiesa di S. Giovanni in una vecchia cartolina

Oggi la chiesa non esiste più. A nulla valsero gli accorati appelli di un gruppo di cittadini al Vescovo Spinillo e al Sindaco di Sapri Vito D’Agostino. La prima cappella sacra di Sapri, forse la più antica, costruita un secolo prima della costruzione della chiesa dell’Immacolata Concezione in Piazza del Plebiscito fu abbattuta dalla protervia e dall’ignoranza per far posto ad un nuovo tempio di dubbia bellezza. Nella foto che illustra la chiesa di S. Giovanni Battista a Sapri prima dei bombardamenti che il paese subì nel 1943, si possono vedere le due colonne d’epoca romana che costituiscono il portale laterale e, nella foto in basso la chiesa di S. Giovanni in occasione della sua recente e definitiva demolizione dopo secoli di vetustà.

chiesa di S. Giovanni

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, parlando del “Porto di Sapri” e delle sue origini a pp. 42-43-44, riferendosi alla Cappella di San Giovanni Battista a Sapri, in proposito scriveva che: “Nè deve ignorarsi; ……dovuta al nostro barone Dezio Palamolla, ecc….; e che la cappella di S. Giovanni fu fatta costruire anche dal nostro barone, con sussidii, a fine di tenerla nelle domeniche aperta al culto, mantenutovi dal nostro Clero (1), a cui fino al 1719, i buoni sapresi pagarono le decime (2).”. Il Gaetani (….), parlando della cappella di San Giovanni Battista a Sapri, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Visitatio Felicei etc. Cappella S.ti Joannis: Haec Cappella constructa in maritma Portus Saprorum a D. Barone Turracae, tunc quando erat Dominus illius Feudi, celebratur ibidem singulis Dominicis diebus cun congrua elemosyna. Cappella est competenter ornata cum omnibus necessariis, nempe calice planeta ecc…”. Poi, sempre il Gaetani (….) a p. 44 nella sua nota (2) postillava il documento di seguito riportato dell’immagine della Fig….che, è intitolato: “(2) Decime di quest’anno finito ad Agosto 1719 Procuratore in detto Anno il Rev. D. Gaetano Magaldo, ecc…” :

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(Fig…) Decime versate dai Sapresi del Porto di Sapri nel 1719 – da Rocco Gaetani (…), op. cit., “Stato d’Anime” del Rev. D. Gaetano Magaldo

Per questo documento del 1719, il sacerdote Luigi Tancredi ne parla a p. 55 nella sua nota (7). Tancredi parlando di “San Giovanni Battista” a Sapri in proposito nella sua nota (7) a p. 55 postillava che: “A.D.P.: SS. Visit. Past. di A. De Robertis (anno 1714). D. Gaetano Magaldi paga dal servizio di S. Giovanni Biase Magaldi carlini 6 per la vigna delle Cannicelle. Nel 1719 il Procuratore D. Gaetano Magaldo riceve le decime del Porto di Sapri da Filippo Calderaro ecc..ecc…”. Come si può leggere nel documento dell’agosto del 1719, i cognomi delle famiglie di Sapri o “Portus Saprorum”. Si possono leggere i nomi di alcuni Eboli. Si leggono i nomi di Eboli: Giuseppe, Scipione, Biasi Antonio, Nicola, Francesco, Pietro. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 54, in proposito scriveva pure che: “Ubicata nel versante occidentale del Porto, attualmente presso la Stazione ferroviaria, all’inizio di via Kennedy, fu eretta nel primo ‘600 dal Barone Decio Palamolla, per la celebrazione della S. Messa ogni domenica con incarico affidato al clero di Torraca, che riceveva appositi sussidi (4). La manutenzione era diligentemente curata da parte del clero stesso, al quale corrispondevano le decime 72 persone di Sapri (5). Da pochi frammentari documenti del primo ‘700, come il libro della contabilità della chiesa parrocchiale di Torraca, dai primi di settembre 1706 alla fine dell’agosto 1707, si rileva che il procuratore D. Gaetano Magaldi pagava 4 carlini all’anno al principalista Nicola Comes e 16 carlini a Biase Brando per il servizio prestato nella cappella (6).”. Il Tancredi, a p. 54, nella sua nota (4) postillava che: “(4) A.D.P.: SS. Vis. Past. di Urbano Feliceo (1632).“. Il Tancredi a p. 54 nella sua nota (5) postillava che: “(5) Gaetani Rocco, op. cit., p. 43-44.”.

Nel 1600, Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice

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(Fig….) Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice – affresco di stemma posto nell’androne dell’ingresso – foto Attanasio

Nel 1600, un torrino difensivo in via Cassandra – Palazzo Guzzo

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(Fig….) Torrino di difesa in vico Umberto I° a Sapri – proprietà Guzzo – foto Attanasio

Dal 1632 al 1658, Carlo di Palamolla, 2° Barone di Torraca e della Terra di Sapri

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “2° Carlo di Palamolla, 2° Barone, sposò donna Francesca Zito, nobile di Rossano”. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: Il secondo barone fu Carlo Palamolla, sposato con Francesca Zito, nobile di Rossano, ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “A Decio successe, infatti, nel 1632, Carlo Palamolla, che sposò Francesca Zito, nobildonna di Rossano. Ecc…”. Dunque, secondo il Guzzo fu nel 1632 che Carlo Palamolla successe a Dezio o Decio Palamolla e diventò 2° barone di Torraca e di Sapri. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39 nella sua nota (32) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: ‘Quinternione feudale’, vol. 180, pag. 213, Memoriale dei Diritti demaniali e concessi dal Vice Re D. Enrico Guzma, regnante Filippo d’Aragona….’Il dottor Marc’Antonio Vulcano espone a Vostra Eccellenza come fosse espediente a Scipione e Costanza Gambacorta, pupilli, che si venda la terra della Torraca della Provincia di Principato Citra, etc..Item la taverna sita al Porto di Sapri, etc…”Questi gli stralci di parte del contratto presentato alla Regia Camera Sommaria in Napoli il 25 ottobre 1599. Da ‘Notamenti de Registri significato’, manoscritto in Biblioteca Provinciale di Salerno, n. 96, pag. 1084, risulta quanto segue: “Dominus Carolus Palamolla; filius quondam Detii Palamolla petit investituram terrae Torracae in Principato Citra annorum redditibus ducatorum 113 cum expressione corporum per obitum dicti eius patris et dicit quod feudam Sapri fuit venditum ad instantiam creditorum et emptum ab illustri duce Medinae (Guzman) et expressa (salt. ut “significatoria”) die 22 maii 1656.”. Dal contesto si comprende che poco prima del 1656 feudatario era questo Palamolla e che il feudo fu acquistato dal Guzman, che, probabilmente, è quel milite impegnato nella repressione di Masaniello: in verità, furono due, uno a Napoli e uno a Salerno. Occorrerebbe cercarne la genealogia.”. Sulla figura del Vicerè spagnolo nel Regno di Napoli don Enrique de Guzman leggiamo su wikipedia che quando a Filippo II succedette sul trono di Spagna il figlio Filippo III l’amministrazione del vicereame di Napoli era affidata a Enrique de Guzmán, conte di Olivares. Il regno di Spagna era al suo massimo splendore unendo la corona d’Aragona, i domini italiani, a quella di Castiglia e del Portogallo. A Napoli il governo spagnolo fu debolmente attivo nella sistemazione urbanistica della capitale: risalgono a de Guzman la costruzione della fontana del Nettuno, di un monumento a Carlo I d’Angiò e la sistemazione della viabilità. Enrique de Guzmán y Ribera (Madrid, 1540Madrid, 1607) fu il secondo conte di Olivares e viceré di Napoli dal 1595 al 1599, per due mandati. Il figlio, Gaspar de Guzmán y Pimentel, fu de facto primo ministro spagnolo dal 1621 al 1643.

Nel 2 dicembre 1635, la visita pastorale del vescovo di Policastro, Mons. Felicei o Feliceo

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nell’altro suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906 (v. ristampa curata da Rossella Gaetani), nel capitolo dedicato al “Porto di Sapri elevato a Parrocchia – Alcuni diritti di patronato”, parlando di alcune Cappelle ed edifici sacri a Sapri e, traendo la notizia dalla visita di Monsignor Felicei del 16 Dicembre 1635 (…), cita la Torre cavallara detta del “Bondormire” e, cita anche il suo torriere. Il documento (…), citato dal Gaetani (…) è tratto dal documento: “Visitatio Episcopi Felicei, datato 2 dic. 1635 (…), cioè il documento della visita episcopale del Vescovo Urbano Feliceo, che però il Laudisio (…), dice essere stato il 37° vescovo di Policastro, nominato Vescovo di Policastro nel 1630, è confermato dal Tancredi (…). Il Vescovo Feliceo, appena nominato Vescovo, visitò le parrocchie della sua Diocesi e riguardo Sapri. Il Gaetani (…), nell’altro suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906 (v. ristampa curata da Rossella Gaetani), nel capitolo dedicato al “Porto di Sapri elevato a Parrocchia – Alcuni diritti di patronato”, parlando di alcune Cappelle ed edifici sacri a Sapri, traendo la notizia dalla visita di Monsignor Felicei del 16 Dicembre 1629 (…), cita la Cappella di S. Maria di Porto Salvo, e a p. 43, scriveva in proposito che:

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(Fig…) Gaetani (….), p. 43 “Visitatio Episcopi Felicei”, del 2 dicembre 1635, documento tratto dal Gaetani (…)

Il Gaetani alla sua nota (2) scriveva: “Visitatio Episcopi Felicei 16 dicembre 1629. Santa Maria de Porto Salvo. Si trovano venti docati e mezzo in mano al Vescovo “quibus exactis ecc..ecc..”. Nella visita dello stesso , 2 Decembre 1635, “Visitavit Cappellam sub titulo S.to Mariae de Portu Salvo, quae cappella est fornicata ecc..ecc..”, il Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, scriveva a p….. (v. ristampa a cura della nipote Rossella Gaetani, 2015), nell’Appendice II, a p. 293, postillava che: “Traduzione da pag. 42”: Visita del Vescovo Felicei, 2 dicembre 1635: visitò la cappella dal titolo di S. Maria di Porto Salvo con soffitto ed archi e trovò in essa l’altare molto ben preparato con tutto il necessario per il sacrifio della Messa. Nella parete sopra l’altare è dipinta l’immagine della SS.ma Vergine e si celebra una sola Messa nei giorni festivi per devozione del Barone della Terra di Torracae del faudo di Sapri, D. Decio Palamolla. Nel detto luogo è necessarissima una detta cappella, perchè confluiscono genti nel detto porto, oltre quelle che già dimorano per la cura dei vigneti. Perciò pregò il Signor Barone che si facesse una assegnazione annua da parte di chi avrebbe buone intenzioni. Similmente il signor Barone assicura il b.m. Vescovo Santorio di aver dato 23 ducati all’ill.mo e Rev.mo D. Filippo Cavalieri, arcidiacono di Policastro per spendere questi 23 ducati per un’icona e per altre necessità di detta cappella; che non ancora erano stati spesi perchè detto arciprete è assente e che quando lui ritornerà, sarà fatto. Il barone sostenne Domenico Biondo di Maratea che vendesse la vigna nel feudo di Sapri al caporale Ferdinando Turriero della torre del Buondomire presso il porto (di Sapri) e ordinò, essendo debitore con lo stesso Ferdinando di venti ducati per i suoi della cappella che pretende invece dal Clero di Torraca, di preparare, al più presto, lo strumento di vendita “ad finem previdendi”.”. Sappiamo dunque, dalla visita pastorale del Vescovo Felicei a Torraca –  da cui dipendeva il “Porto di Sapri” (Portus Saprorum o Portus Torracae) – “Porto” o “Porto di Torraca” (territorio Saprese, Sapri, nei documenti dell’epoca era chiamato “Porto”), che, nel 1635, in occasione del vascovo Urbano Felicei, vescovo di Policastro, a Sapri.

Nel 1541 (secondo il Gaetani) o 1641 (secondo il Tancredi ?) fu compilato “l’apprezzo di Sapri” dal notaio Pietro Gaglierano (per il Gaetani) o Gallerano nella causa di limiti tra i Carafa, della contea di Policastro ed il subfeudo dei Palamolla di Torraca

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia storica che riportavo nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: Il Gaetani, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente (119).”. “Sono state sempre del barone di Torraca il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi baroni di Torraca e posseduti da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri” (120).”. Nel mio studio depositato presso il Comune di Sapri (1), riguardo la nota (119) postillavo che: (119) Gaetani R., op. cit., p. 9. Il documento citato dal Gaetani si trova in: ‘Archivio di Stato di Napoli’, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernalda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”. Nel mio studio depositato presso il Comune di Sapri (1), riguardo la nota (120) postillavo che: (120) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P. O. “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. Francesco Palamolla.”. Dunque, la notizia è interessantissima ed andrebbero ulteriormente indagati gli atti del Processo e della Causa vertente tra il barone di Torraca Francesco Palamolla, pronipote di Decio ed il conte di Policastro Carafa della Spina (quale ?). Il Di Luccia (…), ha citato questi processi ma non dice chi fossero i loro intestatari. La notizia, proveniva dal sacerdote Rocco Gaetani (…), che nel suo ‘Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio’, nel 1906, a pp. 9-10, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “Si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastronell’apprezzo di Sapri (1541fatto da Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente (1).”. Il Gaetani, a p. 10, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Processi della causa vertente tra la casa di Palamolla e il Conte di Policastro dipendente dagli atti del Patrimonio del duca di Bernanda in Banca attualmente di D. Luigi presso Vincenzo Quaranta. Fol. 161, vol. I. Grande Archivio di Stato, Napoli.”. Anche il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39, dopo aver parlato di Decio Palamolla, primo barone di Torraca in proposito scriveva che: “Non mancano riferimenti successivi all’agro saprese. In alcuni processi, circa i limiti tra la baronìa di Torraca e la contea di Policastro, per la causa vertente e dipendente dagli atti del Patrimonio del Duca di Bernalda in Banca (nel 1914 di D. Luigi presso Vincenzo Quaranta), il signor Pietro Gaglierano nel 1641 fece l’apprezzamento di Sapri, specificando i confini dei due feudi, precisò che “a Policastro toccava Vibonati e Torraca, che sino al verde era territorio di Torraca e sino al mare terminato dal vallone di S. Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo di Fenosa da oriente (33)”. Il documento citato dal Gaetani (…) si trova conservato nell’Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; e si tratta di alcuni documenti riguardanti i “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernanda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta. Fol. 161, vol. I. Grande Archivio di Stato, Napoli.”Dunque, il Gaetani citava alcuni documenti e atti di causa che oggi (a. 1914) si trovavano conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli e sono quelli di “D. Luigi presso V. Quaranta. Fol. 161, vol. I”. Il Tancredi (….), a p. 39, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Arch. di Stato di Napoli: ‘Processi di causa vertente fra Palamolla e Carafa, fol. 161, vol. 1.”. Dunque, si trattava degli Atti di Causa vertente fra la casa dei Palamolla ed i Carafa conti di Policastro. L’unica stranezza della notizia sta nel fatto che il Gaetani dice essere atti del 1541 mentre il Tancredi giustamente pone la data del 1641. Credo abbia torto il Gaetani di anno 1541 perchè a quel tempo il feudo di Torraca non apparteneva ai Palamolla che il Decio acquistò solo nel 1598. Inoltre, sempre a proposito delle cause vertenti a quell’epoca, il sacerdote Rocco Gaetani (….), prosegue il suo racconto e a p. 10 scriveva che:  “Sono state sempre del barone di Torraca il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi baroni di Torraca e posseduti da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri” (2).”. Il Gaetani (…), a p. 10, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Fol. 217, P.O. Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, pronipote di Decio. Copia tratta dall’originale. Grande Archivio di Stato di Napoli.”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sempre sulla scorta del Gaetani (….) continuando il suo racconto citava altri documenti ed in proposito scriveva che: “L’appartenenza di Sapri alla Baronia di Torraca si deduce da altri atti così indicati: “Sono stati sempre del Barone di Torraca il ‘seminatorio’ di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino la mare, il vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi Baroni di Torraca e posseduto da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri (34).”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (34) postillava che: “(34) Arch. di Stato di Napoli: Atti de li esami presso dell’Esaminatore del S. C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, P.O. fol. 217.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “4° Francesco Palamolla, quarto Barone, prese per moglie donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia.”. Dunque, il sacerdote Rocco Gaetani (….), a p. 10, nella sua nota (2) postillando che: “(2) Fol. 217, P.O.”, citava gli atti della Causa (“Esami presso dell’Esaminatore”) intentata da Francesco Palamolla, pronipote di Decio Palamolla e 4° Barone di Torraca. Oggi questi atti sono conservati nel “Fol. 217, P.O” all’Archivio di Stato di Napoli e riguardano gli “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del Sacro Collegio ad istanza di Don Francesco Palamolla”.  Francesco Palamolla intentato davanti alla Regia Camera della Sommaria di Napoli contro i conti di Policastro. Questi Atti sono conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Le cause pendenti e processi di limiti del territorio e dei possedimenti feudali intentate tra i Carafa e diversi feudatari dell’area oltre che quelle intentate contro la Curia vescovile furono diverse. Oltre alle liti che sorsero tra la Curia Vescovile, le Abbazie basiliane come quella di San Giovanni a Piro, i suoi ampi possedimenti, anche nel territorio Saprese, e i Carafa, conti di Policastro, sorsero delle liti anche fra gli stessi feudatari del posto, come ad esempio la lite riportata in un documento del 1541. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia secondo cui nell’Archivio di Stato di Napoli esistono gli atti di una vertenza giudiziaria sorta nel 1551: la Causa di possesso e di limiti del 1551, che fu intentata davanti alla Real Corte di Napoli da Carafa, Conte di Policastro ed i feudatari di Torraca, i Palamolla. Dopo il 1587, come scrive il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Ecc…”. Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “. I Palamolla di Scalea detenevano la Baronia ed il Feudo di Torraca e dunque anche l’attuale territorio di Sapri. Nel 1541 (secondo il Gaetani ma 1641 secondo il Tancredi), il notaio Pietro Gaglierano, compilò “l’apprezzo di Sapri”, una dettagliata descrizione dei beni, dei terreni e delle proprietà, e dei confini dell’apprezzo di Sapri, posto nel feudo di Torraca che, in passato appartenevano e dipendevano dall’antica Abbazia di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Dunque, secondo l’antico documento notarile (…), nel 1541 (ma il Tancredi scrive anno 1641), il territorio di Sapri (il feudo i Sapri) era ‘un’apprezzo’, posseduto dal Barone di Torraca Decio Palamolla. Devo però precisare sulla data del 1541 che all’epoca i Palamolla ancora non detenevano Torraca e parte del territorio di Sapri essendo Decio Palamolla divenuto il primo barone di Torraca solo in seguito, ovvero nel 1599. Secondo l’antico documento notarile, il territorio del feudo di Sapri, confinava con Vibonati e con Tortorella “Sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente.. Il Gaetani (…), scrive pure che secondo il documento del notaio Pietro Gaglierano (…), sono appartenute al barone di Torraca “…il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino,…”. Dunque, nel territorio dell’appezzo di Sapri, erano compresi le contrade di S. Martino, della Fenosa e di S. Domenica. Nel 1541, il notaio Pietro Gaglierano, compilò “l’apprezzo di Sapri”, una dettagliata descrizione dei beni, dei terreni e delle proprietà, e dei confini dell’apprezzo di Sapri, posto nel feudo di Torraca che, in passato appartenevano e dipendevano dall’antica Abbazia di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Dunque, secondo l’antico documento notarile (…), nel 1541, il territorio di Sapri (il feudo i Sapri) era ‘un’apprezzo’, posseduto dal Barone di Torraca Decio Palamolla e, che il suo pronipote Don Francesco Palamolla, nel 1641 allorquando Francesco Palamolla, pronipote di Decio Palamola era il 4° Barone di Torraca. Francesco presentò istanza alla Real Corte di Napoli, ed intentò una causa di confini con il Conte di Policastro. Dunque, nel processo o causa intentata dai Palamolla di Torraca contro i feudatari di Policastro, i Carafa della Spina, per stabilire i limiti (confini) dei possedimenti appartenenti alle due casate, si deduce che il territorio di Vibonati doveva essere appannaggio dei Carafa e quello di Sapri doveva appartenere ai Palamolla di Torraca. Come ci fa sapere il Gaetani (….), che secondo “l’appezzo di Sapri” redatto nel 1541 dal notaio Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente. Secondo l’antico documento notarile, il territorio del feudo di Sapri, confinava con Vibonati e con Tortorella “Sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente.. Il Gaetani (…), scrive pure che secondo il documento del notaio Pietro Gaglierano (…), sono appartenute al barone di Torraca “…il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino,…”. Dunque, nel territorio dell’appezzo di Sapri, erano compresi le contrade di S. Martino, della Fenosa e di S. Domenica.

Il territorio di Sapri fu “dismembrato” dalla contea di Policastro dei Carafa

Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. E’ molto probabile che il territorio di Sapri, la porzione occidentale ovvero quella che dall’attuale località “Fortino” e fino al Cimitero dipendesse dai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca. Ad un certo punto della storia, e questo però non viene chiarito ne dal Tancredi che dal Mallamaci, il vecchio “Portus Saprorum” diventa “Marina di Torraca” perche tutto il suo territorio apparterrà ai Palamolla, Baroni di Torraca. Sui possedimenti dei Carafa della Spina, conti di Policastro ed il passaggio della Terra di Sapri ad altri feudatari è interessante una “rivela” del 1742. Questa “rivela” parla dello “smembramento” della Contea di Policastro. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a p. 92, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Notevole è pure il fascicolo che contiene la Rivela fatta da Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro, in qualità di fattore, ma è molto difficile la decifrazione della grafia. Comunque, è certo che all’inizio si parla dell’ubicazione geografica del Porto di Sapri e delle sue ultime vicende storiche, riferite allo smembramento della Contea di Policastro. Ne riportiamo qualche stralcio per intenderne l’importanza. “Antonio La Corte della Terra di Sapri, Erario dell’E.ma Casa del Sig.re Principe D. Girardo Caraffa, Conte di Policastro, Cavaliere Napolitano, et habitante in detta Città di Napoli, rivela come, quantunque il Feudo del med.mo dovesse andar compreso con la Città di Policastro, e nel Catasto si forma dalla med.ma, nò cadesse più proprio, il Rivelo delli suddetti beni sì esser fatto Sapri corpo compreso nella Contea di detta Città, e nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra, nulla però di meno, affinchè restino separatamente Rivelate, et adempita la mente di S. M. (ch’Iddio guardi) Rivela possedersi da detto Ecc.mo Sig.re li seguenti beni propri, e li infrascribe Redditi senza recare menomo pregiudizio alle rag.ni di detta città, e sono …” (Firma).”. Dunque, come scriveva il Tancredi presentandoci dei documenti “Rivele” che riguardavano alcuni parroci della Diocesi di Policastro ed in particolare quella di  “Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro”, preposto del conte di Policastro Gerardo Carafa nel 1742, nella “rivela” del La Corte, fattore del conte di Policastro Gerardo Carafa, il territorio di Sapri doveva appartenere ai Carafa conti di Policastro. Secondo questo manoscritto il detto territorio fu “dismembrato” (dalla Contea dei Conti di Policastro), nel 1605: nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, ecc..”. Infatti, il barone di Torraca, Decio Palamolla, pare che abbia acquistato solo dopo la Terra di Sapri dai Conti di Policastro i Carafa della Spina. Secondo il documento del 1742, la contea di Policastro dipendente dai conti Carafa della Spina, nel 1605 fu “dismembrato” dal territorio del porto di Sapri, ovvero tutta la porzione di territorio che si estendeva dalla torre del Buondormire alla Torre di Capobianco (il porto e la baia di Sapri) che dovettero passare ai Palamolla di Torraca. Infatti come ho già scritto la citazione del Celico (….) che scriveva appunto che: “(10) Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Riguardo i possedimenti dei Carafa, conti di Policastro è molto interessante ciò che si scrive nel prosieguo della “Rivela” del La Corte, fiduciario del conte Gerardo Carafa nel 1742. Si scrive che il territorio di Sapri nel 1742 venne “et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra ecc…”. Dunque, in sostanza, in questo documento si afferma che prima del 1605 e poi pure dopo il 1742, il territorio che apparteneva alla Contea di Policastro dipendente dai Carafa della Spina consisteva “…la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, ecc…”. Dunque, la marina o la fascia costiera che si estendeva dai confini di Camerota, volgarmente detta “Li Marcellini” fino al Canale di Mezzanotte, confine con la Basilicata.

Parte del territorio di Sapri incluso negli antichi possedimenti dell’abbazia di S. Giovanni a Piro

Riguardo “l’apprezzo” di Sapri, ovvero il suo territorio e dipendenza, vorrei citare quanto ho letto scritto da Matteo Camera (….), che nel 1876, nel suo capitolo I: “Origine e fondazione di Amalfi ecc.”, del suo “Memorie Storico-Diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi”, scritta sulla scorta di antichissimi manoscritti raccolti dall’autore, a pp. 4-5 parlando dell’antichissima città di Melphi o Molpa, in proposito scriveva che: “Malgrado il lungo andare dè secoli rimangono, rimangono colà tuttavia dei ruderi dove giaceva l’antica Melfe o Amalfi lucana. Il suo fabbricato stava alquanto discosto dal lido ed in mezzo ad una piccola valle. Abbiamo sott’occhio una vecchia ‘memoria’ forense di contenzioso possedimento territoriale, tra l’Abate di S. Giovanni ‘a Piro’, utile signore di essa terra, contro il conte e la contessa di Policastro, nell’anno 1513; in cui a pagina 113, negli articoli XVII, XVIII, XIX troviamo scritto: “come da tempo immemorabile dal vallone nominato Amalphi la vecchia, verso ponente insino alli scogli di Pretralua verso levante, il mare sempre ha battuto ed al presente batte il territorio della terra detta di san Giovanni, senza che tra il mare et territorio predetto se interponga alcun territorio in mezzo ecc…Item” :

Camera, su S. Giovanni , p. 5

In sostanza, lo storico Amalfitano Matteo Camera, scrivendo delle origini della città di Amalfi citava il testo di Pietro Marcellino Di Luccia (….), il suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700 a Roma. Il Di Luccia (….), nei suoi capitoli XVII-XVIII, XIX scriveva del territorio che apparteneva all’antichissima Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro e diceva che questo territorio, che dipendeva da essa, si estendeva dall’antichissima città scomparsa di “Amalphi vecchia” fino al Canale di Mezzanotte, attuale confine con la Basilicata. Dunque, i possedimenti dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, secondo il Di Luccia (…), nell’antichità comprendevano anche la fascia costiera ed il territorio di Sapri. L’antica città di “Petralua” doveva essere l’antica città sepolta di Vibone lucana, attuale Vibonati. Infatti, a Villammare esiste la Torre Petrasia che sorge sull’omonima area. Interessante è ciò che scriveva il Di Luccia (…), a p…..:“come dal sopradetto vallone di Amalphi la vecchia, seu Marcellino, calando verso levante si viene alla marina della grotta del porco, e de là alle marine delle Massete, del Molaro, di Garigliano, dell’Ogliastro, dello Scario et insino alli scogli di Petralua, quale marine sono state, e sono marine della terra di S. Giovanni, e così sono nominate, e sono e si tieneno, trattano, e reputano comunemente e generalmente” ecc..(1).”. Il Di Luccia (….), riportato dal Camera (….), scriveva che l’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva tutte le marine sulla fascia costiera compresa fra la vecchia Molpa, ossia una città scomparsa che ho individuato nella “Carta del Cilento“, una carta d’epoca aragonese fino agli scogli di “Petralua” (Villammare). Il Di Luccia (….), nel suo Trattato si basò sugli atti del processo del 1513 tra il Casale di San Giovanni a Piro ed i Carafa della Spina, Conti di Policastro. Io credo che però non è da escludere che l’Abbazia di S. Giovanni a Piro abbia avuto dei possedimenti o delle dipendenze anche nel territorio di Sapri e di Torraca. Infatti, a Sapri vi erano le grangie di S. Nicola e di S. Fantino, poste entrambe nel territorio Saprese. Io credo che diverse dipendendenze dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, dipendenze “extra moenia” siano state in seguito inglobate nei possedimenti alle dirette dipendenze dei Carafa degli Spina, Conti di Policastro e per questi motivi, nei primi del ‘500 sorsero conflitti e cause civili tra i Palamolla di Torraca ed i Carafa di Policastro.

di luccia, p. 113

Infatti, riguardo l’antica cappella del SS. Rosario a Sapri, posta appunto nel piccolo quartiere del “Rosario”, Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 58 che scriveva in proposito: “Fu fondata da D. Francesco Antonio Magaldi di Torraca, Canonico Cantore della Cattedrale di Policastro, nel feudo di Sapri dei Palamolla, nel 1706 e fu dotato dei seguenti beni: un  capitale di 145 ducati, 4 vigneti in Sapri colla rendita di 200 ducati; un castagneto al Castellaro di Capitello ed una chiusa al Pallarete, colla rendita di 10 carlini (= 20 ducati); 40 vacche, colla rendita di 160 ducati; mezzo tomolo di terra pure in Sapri, colla rendita di 4 carlini. Il tutto assommava a 525 ducati (26)”. Il Tancredi riporta il documento diocesano (7) che descrive le rendite ed i beni assegnati a questa Cappella. Di questa antica Cappella di Sapri, ne parla il prelato Rocco Gaetani, nel suo libro su Torraca (1). Il Tancredi (…) a p. 58, nella sua nota (7) postillava che: “(26) A.D.P.: Ufficio Amministrativo Diocesano: Sapri, Capp. S. Rosario 1706.”. Dunque, secondo l’antico documento diocesano presentato dal Tancredi, la cappella del SS. Rosario in via Cassndra a Sapri era stata dotata di un “castegneto al Castellaro di Capitello ed una chiusa al Pallarete, colla rendita di 10 carlini (= 20 ducati)”. Una piccola cappella fondata dal Barone Palamolla dotata di un castagneto al Castellaro di Capitello.

I Carafa della Spina di Policastro e le loro indebite usurpazioni

Da Ferdinando Palazzo (…), che scrisse sulla scorta di Pietro Marcellino di Luccia (…) e del suo ‘Trattato Historico-Legale‘, che dopo il 1587, anno in cui il feudo di Policastro, passò nelle mani del Conte di Policastro: “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Poi esiste l’altro documento citato, il ‘Trattato historico legale’,  scritto dall’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia nel 1700 (3) che, nel 1669, fu incaricato dall’amministrazione della Cappella romana del SS. Presepe (Cappella Sistina) – a cui era passata nel 1587 per Commenda l’Abbazia di S. Giovanni a Piro. La Curia romana, ad un certo punto incaricò il giurista Di Luccia (3) a causa di una lite sorta nel 1669 tra il Cenobio e la locale Università (Comune o Casale) di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi di Policastro ed il Conte di Policastro, Carafa della Spina che come scriveva il Palazzo (15):“…avevano, rispettivamente, usurpato i poteri spirituali e temporali dei dueenti.”. Dunque, è dal 1599, il territorio saprese che, apparteneva alla baronia dei Palamolla di Torraca (signori di Scalea) e, la Curia vescovile e con il Conte di Policastro, vi furono sempre continui conflitti legali. Pietro Ebner (…), riferendosi al casale di San Giovanni a Piro, scriveva in proposito: L’ampia memoria storica legale del Di Luccia, dimostrò le indebite usurpazioni subite dalla badia dei poteri spirituali e temporali sul casale.”, che senza alcun dubbio spettavano alla Commenda basiliana per la sua stessa natura di Baronato. Infatti, proprio a causa di queste controversie legali e delle usurpazioni dei Conti Carafa della Spina – foraggiate dalla Curia Vescovile di Policastro – che il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’ ecc.., scritta poi nel 1831, ha scritto quasi nulla sul Cenobio basiliano, sulla sua lunga storia e sui suoi possedimenti nel territorio.”.

Nel 1648, Torraca contava 117 fuochi che moltiplicato per 6 = 702 abitanti

Nel 1805, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno di Napoli”, vol. IX, a p. 192 così scriveva di Torraca: “Nel 1532 la ritroviamo tassata per fuochi 69, nel 1545 per 76, nel 1561 per 86, nel 1595 per 100, nel 1648 per 117, e nel 1669 per 62.”.

Nel 1648 e 1669, Sapri non figura tra i centri censiti da Ottavio Beltrano

Sapri non rifigura tra quei centri censiti per i soli anni 1648 e 1669, riportati da Ottavio Beltrano (…) nel suo ‘Breve descrizione del Regno di Napoli’, che sappiamo essere stato pubblicato a Napoli nel 1644, la sua prima edizione. In questo testo il Beltrano riporta la popolazione di alcuni centri del basso Cilento appartenenti al Principatro Citra o Citeriore del Regno di Napoli le cui numerazioni sono tratte dai dati di alcuni censimenti effettuati nel secolo XVII come ad esempio quelli del 1648 e poi l’altro del 1669. In questi due censimenti pare non figurasse Sapri o Terra Saprorum in quanto questo territorio all’epoca apparteneva ai Palamolla di Torraca e dunque rientrava nell’esile popolazione dell’Università di Torraca. Il Beltrano enumera i fuochi, le famiglie presenti nel Principato Citra da p. 147 e seguenti.

(Fig….) Beltrano Ottavio, op. cit., p….., sul Principato Citra nel Regno di Napoli

Nel 22 maggio 1656, un documento di Carlo Palamolla

Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39 nella sua nota (32) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: ‘Quinternione feudale’, vol. 180, pag. 213, Memoriale dei Diritti demaniali e concessi dal Vice Re D. Enrico Guzma, regnante Filippo d’Aragona….’Il dottor Marc’Antonio Vulcano espone a Vostra Eccellenza come fosse espediente a Scipione e Costanza Gambacorta, pupilli, che si venda la terra della Torraca della Provincia di Principato Citra, etc..Item la taverna sita al Porto di Sapri, etc…”Questi gli stralci di parte del contratto presentato alla Regia Camera Sommaria in Napoli il 25 ottobre 1599. Da ‘Notamenti de Registri significato’, manoscritto in Biblioteca Provinciale di Salerno, n. 96, pag. 1084, risulta quanto segue: “Dominus Carolus Palamolla; filius quondam Detii Palamolla petit investituram terrae Torracae in Principato Citra annorum redditibus ducatorum 113 cum expressione corporum per obitum dicti eius patris et dicit quod feudam Sapri fuit venditum ad instantiam creditorum et emptum ab illustri duce Medinae (Guzman) et expressa (salt. ut “significatoria”) die 22 maii 1656.”. Dal contesto si comprende che poco prima del 1656 feudatario era questo Palamolla e che il feudo fu acquistato dal Guzman, che, probabilmente, è quel milite impegnato nella repressione di Masaniello: in verità, furono due, uno a Napoli e uno a Salerno. Occorrerebbe cercarne la genealogia.”. Sulla figura del Vicerè spagnolo nel Regno di Napoli don Enrico Guzma……

Nel 1669, Torraca contava 62 fuochi che moltiplicato per 6 = 372 abitanti

Dal Nel 1805, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno di Napoli”, vol. IX, a p. 192 così scriveva di Torraca: “Nel 1532 la ritroviamo tassata per fuochi 69, nel 1545 per 76, nel 1561 per 86, nel 1595 per 100, nel 1648 per 117, e nel 1669 per 62.”.

Nel 1671, Sapri nel verbale della visita del Vescovo di Policastro De Silva

Dal documento diocesano sulla “Prima visitatio Episcopi de Silva datato 1671, apprendiamo che nel 1671 da poco era stata costruita nel feudo del Porto di Sapri, la Cappella di San Antonio di Padova al Timpone ove “vi si celebrava nei giorni festivi di precetto, salvo nelle domeniche nelle quali la messa si diceva nella Cappella di San Giovanni“. Anche la Cappella di San Giovanni, secondo il Gaetani, fu fatta costruire dal Barone Palamolla e con i sussidi dei buoni sapresi del Porto di Sapri, i quali dal 1714 pagarono le decime.

Nel 1658, Vespasiano Palamolla, 3° Barone di Torraca e della Terra di Sapri

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “3° Vespasiano Palamolla, 3° Barone, ebbe a moglie donna Lucrezia Salone, figlia del Barone di Castrocucco “. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: …..a lui successe Vespasiano, sposato a Lucrezia Salone, figlia del barone di Castrocucco. Ecc..”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “Nel 1658, a due anni dalla terribile peste che, come tutti gli altri paesi del Cilento decimò anche qui la scarsa popolazione, subentrò nel dominio del feudo Vespasiano Palamolla, che ebbe per moglie donna Lucrezia Salone, figlia del barone di Castrocucco. Ecc…”. Dunque, secondo il Guzzo fu nel 1658 che Vespasiano Palamolla successe a Carlo Palamolla e diventò 3° barone di Torraca e di Sapri. Vespasiano Palamolla sposò donna Lucrezia Salone dei baroni di Castrocucco. Su donna Lucrezia Salone, baronessa di Castrocucco e figlia di del Barone di Castrocucco vi sono alcue notizie tratte dalla rete.  Lo storico, verso il 1890 Michele Lacava (….) chiese e ottenne da Bartolomeo Capasso, all’epoca direttore dell’archivio, un sunto di quei documenti per un suo libro; dai suoi appunti possiamo seguire, a grandi linee, la successiva storia del feudo. Lacava appuntò come «nel 1470 Re Ferrante investì Galiotto Pascale di Policastro del castello diruto e disabitato di Castrocucco in Provincia di Valle di Crati e Terra Giordana, cum eius arce juribus etc. Nel 1563 il detto castello fu venduto a Giulia De Rosa dall’incantatore del Sacro Regio Consiglio per esecuzione contro Antonio Varavalle. Nel 1573 lo stesso castello fu venduto a Giovan Cola de Giordano… Nel 1603 era possessore di Castrocucco, Fabio Giordano… Nel 1680 Domenica Giordano, Baronessa di Castrocucco, legittima moglie di D. Bonaventura Salone Caracciolo donò a D.a Francesca Greco sua figlia primogenita la Terra seu Castello di Castrocucco sito in Provincia di Basilicata» . Dunque, secondo i ‘Cedolaria’ e il Lacava, nel 1680 un Don Bonaventura Salone Caracciolo, Barone di Castrocucco, forse era il padre di donna Lucrezia Salone Caracciolo che era andata sposa a Vespasiano Palamolla. Intanto, nel 1664 la nobildonna Francesca Greco aveva sposato Antonio Labanchi, attraverso cui questa famiglia acquisì il titolo di barone di Castrocucco e che conserverà fino all’abolizione della feudalità.

Nel 1671, a Sapri, al Timpone, da poco era sorta la “cappella di S. Antonio di Padova”

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, parlando del “Porto di Sapri” e delle sue origini a p. 36, in proposito scriveva che: “Nel 1671, da poco erasi costruita nel feudo del Porto di Sapri, la cappella di S. Antonio di Padova per devozione dei fedeli e per comodo dei circonvicini. Vi si celebrava nei giorni festivi di precetto, salvo nelle domeniche nelle quali la messa si diceva nella cappella di S. Giovanni (1).”. Il Gaetani (….), a p. 36, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Prima visitatio Episcopi de Sylva, 6 novembre 1671 – Cappella Sancti Antonio de Padua – “Nuper fuit constructa in eodem faudo Portus Saprorum ex fidelium devotione et ad ipsorum ibidem commemoratium commodum, ex eo quia in ea singulis diebus festivis de praecepto praeter Dominicas in quibus celebratur in altera Cappella Sancti Joannis. Onus missarum est 28. Pariter est competenter ornata cum calice”. Dunque, stando al verbale della visita episcopale del vescovo di policastro Mons. De Sylva il 6 novembre 1671, le messe di domenica, a Sapri venivano celebrate nella cappella di S. Giovanni che al momento dunque risulta ancora più antica di quella data. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a pp. 90-91, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Riteniamo opportuno dare qualche notizia circa i possedimenti nell’anno 1742, come risultano dai Catasti Onciari, volume 4342, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Si tratta delle dichiarazioni catastali o fiscali, rilasciate dagli abitanti della Terra di Sapri. Le così dette ‘Rivele’ sono, appunto, le dichiarazioni fatte dai proprietari circa i redditi e le tasse che versavano all’erario. Il Vol. 4342, oltre alle ‘Rivele’ degli abitanti del posto, contiene anche quelle delle contrade limitrofe (Bonati, Rivello, Lagonegro), dei Sacerdoti di Maratea, della Grancia di policastro ecc…. Le ‘Rivele’ iniziano con una frase che si ripete ecc…ecc…Di notevole importanza è il fascicolo riguardante la Rivela del Parroco, sotto il titolo “Chiesa Parrocchiale di Sapri”, si legge: “Rivelo io D. Biagio Lacorte, Procuratore di questo Reverendo Clero di questa Parrocchial Chiesa sotto il titolo della SS.ma Concezione della Beata Vergine, come detta Chiesa non possiede Beni stabili per essere stata eretta da quindici anni in circa, cosa che ancora non è completa di fabbrica, anzi scarsissima di utensili, solamente possiede…..In detta Rivela si parla, tra l’altro di Messe da celebrare per la somma di un carlino di elemosina per ogni Messa, come si evince dall’istrumento rogato dal Notar Giovanni Pietro Ricciardo della Terra di Bonati nell’anno 1719. E’ specificato il numero delle Messe (470) per li sopra donatori della Chiesa. Si parla anche delle quantità di grano che si paga alla Rev.ma Mensa Vescovile di Policastro. Questa è l’ultima annotatazione della Rivela riguardante i beni della Chiesa Parrocchiale non ha altri Altari, se non che il solo Altare maggiore, ancora non perfezionato. Vi sono, bensì, in questo tenimento di Sapri la cappella di San Giovanni, amministrata dal Reverendo Clero di Torraca, v’è altresì la cappella del SS. Rosario, amministrata dal Reverendo Canonico Domenico Cavalieri, la cappella di S. Antonio di Padova, anche anmministrata dal Rev.do Clero di Torraca, per essere fondata da benefattori prima dell’erezione di questa Chiesa Parrocchiale, ed altra cappella di S. Giovanni Battista (8) amministrata dalli Revv. di PP. di S. Francesco di Paula del convento di Bonati, per le rendite dei quali mi rimetto alla Rivela dell’Amministratore di essa….”. Dunque, secondo l’antico documento (“Rivela del Parroco della Chiesa Parrocchiale di Sapri”), il Tancredi afferma che la cappella di SS. Rosario in via Cassandra a Sapri era amministrata dal reverendo canonico Domenico Cavalieri.

Nel 1600, nel Porto di Sapri, Scipione Eboli e Giovanna Rosa

Secondo il sacerdote Luigi Tancredi il primo parroco di Sapri, Don Gennaro Eboli nacque nel 1692 e morì nel 1805. Il Tancredi dice pure che Gennaro nacque dall’unione di Scipione Eboli coniugato con Giovanna Rosa. Scipione Eboli lo ritroviamo anche nel documento del 1719. Se il figlio Gennaro Eboli nacque nel 1692 è molto probabile che il matrimonio tra Scipione e Giovanna si ebbe o lo stesso anno (1692) o l’anno prima (1691). I matrimoni a Sapri vennero offciati dai sacerdoti della chiesa di Torraca di cui però non abbiamo i registri delle nascite. Presso l’Archivio di Stato di Salerno, i registri delle nascite per Torraca iniziano nel 1809. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nella sua “Sapri giovane e antica”, a pp. 72-73 parlando della chiesa parrocchiale di Sapri in proposito scriveva che: “La vita del primo parroco Don Gennaro Eboli, figlio di Scipione e di Giovanna Rosa, fu molto lunga, perchè si protrasse per oltre un secolo. Ebbe una fibra vigorosa e guidò il popolo ecc…”. Sempre il Tancredi a p. 75, nell’elenco dei Sacerdoti di Sapri elenca “D. Gennaro Eboli, 1692-1805”. Dunque secondo il Tancredi il primo parroco di Sapri, Don Gennaro Eboli nacque nel 1692 da Scipione Eboli e dall’unione di Giovanna Rosa.

I sacerdoti di Torraca D. Donato e D. Domenico Stoduti che esercitarono a Sapri

Sulle origini di Rocco Stoduti è interessante notare che a Sapri vi era un Arciprete chiamato Domenico Stoduti. Infatti, rileviamo dal sacerdote Luigi Tancredi (….), nella sua “Sapri giovane e antica”, a pp. 72-73 parlando della chiesa parrocchiale di Sapri in proposito scriveva che: “Si veniva, intanto formando un nuovo clero: nel 600 c’erano già 50 sacerdoti, appartenenti a famiglie distinte, come risulta da apposito elenco, che dettero vita e slancio operativo a Sapri, sotto la direzione pastorale di Don Francesco Magaldi, Don Daniele Mangia (54) Don Domenico Stoduti. Quest’ultimo è citato nel 1717. La vita del primo parroco Don Gennaro Eboli, figlio di Scipione e di Giovanna Rosa, fu molto lunga, perchè si protrasse per oltre un secolo. Ebbe una fibra vigorosa e guidò il popolo ecc…”. Dunque, secondo il Tancredi nel 1717 si citava un Don Domenico Stoduti forse un sacerdote proveniente dalla chiesa di Torraca. Sempre il Tancredi a pp. 73-74 parlando del “Clero di Torraca che ha operato a Sapri dal primo ‘600 al 1719” cita un “D. Donato Stoduti 1670-1727”; e anche un “D. Domenico Stoduti 1688-1733.”.

Nel 1692, nel Porto di Sapri nasce Gennaro Eboli

Nel 1695-96, la ‘Platea dei beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro’ redatta dal notaio Domenico Magliano

Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo: ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, parlando di Torraca, a pp. 151-152 ecc.. fa luce (…) su un antico documento manoscritto conservato presso l’Archivio Diocesano di Policastro e citato pure dal Di Luccia (….). Si tratta di un documento del 1695 (….): “La Platea dei beni e delle rendite dell’Abbadia di S. Giovanni a Piro”, compilata nel 1695 dal notaio Domenico Magliano. Questo documento è di estrema importanza anche per Sapri in quanto in esso vengono elencati i beni e le rendite di tutti i possedimenti che dipendevano dall’antica Abbazia italo-greca prima e poi benedettina di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Il sacerdote Rocco Gaetani, a p. 152 parlando di S. Fantino morto a Tessalonica, in proposito così scriveva che: “Nè incuria degli uomini, nè l’audacia del tempo sono giunte a distrugere le robuste pareti della sua Chiesa fabbricata in mezzo a una vasta tenuta, la quale vi signoreggiava sontuosamente. La ricca Grancia di San Fantino a Torraca con le Grance di San Benedetto a Policastro, di San Gaudioso a Rivello, di San Nicola in Maratea, di San Costantino a Trecchina, di San Pietro in Maiera, di San Nicola in Grisolia appartennero alla doviziosa e antica Abbadia dè monaci Basiliani (43) di San Giovanni a Piro, che ebbe vicende or prospere or infauste, fino a che Sisto V nel 1587, con speciale bolla, l’unì ed incorporò alla insigne cappella del Santo Presepe eretta dentro la grande basilica di Santa Maria Maggiore (2). L’Abbadia Basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina, com’oggi si osserva involta di erbe e roveti. Tolgo da importante documento del 1695, la descrizione del tempietto e dei limiti delle sue larghe e molte possessioni. La Venerabile Cappella di S. Fantino dimostra magnificenza ecc…”. Dunque è proprio in questo passo che il Gaetani si richiama all’“importante documeno del 1695”. Il Gaetani a pp. 153-154 riporta il passo della descrizione della detta cappella e del territorio o possedimenti in Torraca (ma io dico in territorio Saprese) che appartenevano alla Grancia di S. Fantino.

In questo libro dei conti e dele rendite si parla della Grancia di San Fantino a Torraca e ne descrive limiti e confini (nel territorio saprese) e dice che doveva appartenere alla Badia di San Giovanni a Piro e che tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia. Pietro Ebner (…) parlando del cenobio basiliano di San Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Il Di Luccia (citt., p. 3) afferma che l’abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva la grancia a Sapri di S. Nicola, senza specificare però l’epoca di fondazione.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro’, a p. 3, scriveva in proposito: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, e diversi altri effetti, possiede la Terra di S. Gio: a Piro, quale è Baronia essendo copiosa d’anime, e di ottimo Clero con sua Giurisdizione, e perchè viene al presete occupata da Monsig. di Policastro, perciò ad effetto di far vedere la verità del fatto, ho determinato di fare una digressione nell’origine di detta Abbadia, e Terra, ecc…” .

di luccia, p. 3, sulle grangie

(Fig….) Di Luccia P.M., op. cit.,  p. 3

Il Di Luccia (…), affermava che l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, possedeva a Sapri la grancia di San Nicola e la grancia di S. Fantino a Torraca, ma non specificava niente altro. Incominciamo col dire subito che la citazione del Di Luccia (…), poi in seguito confermata da Domenico Martire (…) e dal Cappelli (…), dei due possedimenti  “…di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca”, la grangia di S. Fantino veniva citata a Torraca perchè Sapri o il suo “Porto”, all’epoca del Di Luccia (…), 1700, era ancora posto nel territorio dell’Università o Baronia o Feudo di Torraca, allora dei  Palamolla. Dunque, la grancia di S. Fantino, si trovava nel territorio Saprese. La notizia di della grancia di S. Fantino a Torraca, è citata anche in seguito dal Gaetani (…) che, in proposito, fa luce.  Il Gaetani (…) nel suo libro su Torraca: ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, riporta uno stralcio dell’antico documento notarile manoscritto del 1695 (3) il quale, parla della Grancia di San Fantino’, che apparteneva in origine all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, quindi confermando la notizia del Di Luccia (…), descrivendone limiti e confini nel territorio saprese. Il documento (…), descrive le Grancie di S. Fantino e di S. Nicola, site nel porto di Torraca (o di Sapri) che, però erano molto più antiche del documento in questione. Il documento del 1695-96, del notaio Domenico Magliano (…) è, quasi contemporaneo di altri due importantissimi documenti che riguardano la storia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e dei suoi possedimenti. Si tratta di due importantissimi ed unici documenti da cui è possibile trarre alcune uniche notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni Battista a  S. Giovanni a Piro ed i suoi possedimenti sul nostro territorio ed in particolare in quello Saprese. Dal documento notarile manoscritto del notaio Domenico Magliano (…), conservato nell’Archivio Diocesano di Policastro, di cui il Gaetani (…), ha pubblicato un piccolo stralcio trascritto e, di cui ivi pubblico alcune pagine originali, si possono trarre interessantissime notizie storiche sulle origini ed i possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e su alcuni suoi possedimenti nel territorio Saprese e di Torraca. Infatti, questo documento (…), è interessante anche per la storia di Sapri,  dell’Università (Comune) di Torraca e quindi del territorio Saprese a cui in quel tempo apparteneva. Il Gaetani (…), in proposito alla ‘Cappella di S. Fantino‘, pubblicò il passo trascritto del documento illustrato in Figg….., tratto dal documento notarile del Magliano (…), del 1695. Il documento illustrato nell’immagine di Fig…., si legge, nel territorio di Torraca. La quì sottoscritta Badia di S. Fantino e ducati annue rendite in doti dieci carlini sottoposto a due terzi è stata venduta dal Rag: Zifao al Don Francesco Falci di Napoli, come da Istrumento del Rag. Notaro Nunzio Pacileo di Napoli, al quale a me presentato. Die Xma (decima) gbri ibgS (?), con ordine e dal D. Falce ceduto alli fratelli D: Zif… D: Filippo ed Alfieri e D: Francesco Brandi di Torraca; anche Pasquale Falce. Cappella di S. Fantini, sita et posta in Tra (terra) Torraca Provinciae Salernitana et Diocesis Paleocastrens, et Grancia ….de alys est et est annesa et unita Abb.e (Abbazia) …..Joanni a Pyro Abba acque est annesa S. Capp. e Presepy in Basilica S. Maria Maiory de Urbe quoque ……concessi fuerunt con………..Rev. D. Egidio Sorrentino…..Joanny a Pyro……….ecc… D. Michele Brancaleone et F.sco Tomaso Mercadante..”.

S. Fantino a Sapri

(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (…) – Particolare tratto da pag. 163 che riporta i possedimenti a Torraca

Sappiamo che questi antichi edifici sorgevano nel territorio Saprese che all’epoca dipendeva dall’Università o Feudo che apparteneva ai Palamolla di Torraca. Dunque, la ‘platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro’ redatta dal Notaio Domenico Magliano nel 1695-96, citata e trascritta in parte dal Gaetani (…), riguardo il possedimento di Torraca, diceva che quì (riferendosi al feudo di Torraca), vi era la “sottoscritta Badia di S. Fantino” fu venduta dal Ragioniere Zifao a Francesco Falci di Napoli per ‘ducati annue rendite in doti dieci carlini sottoposto a due terzi’, con Atto pubblico (Istrumento) del Rag. Notaro Nunzio Pacileo di Napoli, e aggiunge “al quale a me presentato. La ‘Platea’ continua e dice che Don Francesco Falce di Napoli, cedette la detta Badia di S. Fantino “alli fratelli D: Zif… D: Filippo ed Alfieri e D: Francesco Brandi di Torraca; anche Pasquale Falce.”. Sempre nella “Platea”, leggiamo che: “Cappella di S. Fantini, sita et posta in Tra (terra) Torraca Provinciae Salernitana et Diocesis Paleocastrens, ecc..”. Dunque, in questo passo, la Platea dei beni redatta nel 1695-96 dal notaio Domenico Magliano, ci informa che a Torraca o nel suo feudo vi erano a quei tempi distintamente tre edifici: la Badia di S. Fantino, la Cappella di S. Fantino e la grancia di S. Fantino. Riguardo la grancia di S. Fantino, la platea dei beni e delle rendite (…), redatta dal notaio Domenico Magliano nel 1695-96, dice che: “….et Grancia ….de alys est et est annesa et unita Abb.e (Abbazia) …..Joanni a Pyro Abba acque est annesa S. Capp. e Presepy in Basilica S. Maria Maiory de Urbe quoque ……concessi fuerunt con………..Rev. D. Egidio Sorrentino…..Joanny a Pyro……….ecc… D. Michele Brancaleone et F.sco Tomaso Mercadante..”, ovvero dice che la Grancia di S. Fantino posta nel feudo di Torraca dipendeva dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro che era stata annessa (aggregata) alla Cappella del Presepe dalla Basilica di Santa Maria Maggiore con …… ……… ..Rev. Gilles D. Sorrentino ..Joanny da Pyro ……… … … .ecc D. Michele Brancaleone e F.sco TomasoMercadante”. Chi erano i due notabili Reverendo Egidio Sorrentino, Michele Brancaleone e Tomaso Mercadante ?.

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(Fig. 4) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (5) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.

Le notizie di alcuni possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro nel territorio Saprese e le sue origini, di cui parleremo – sono molto più antiche del documento (…) del Notaio Domenico Magliano

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(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; Manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (…)

Nel 1695-96, i confini del territorio della Grancia di S. Fantino in “Terra di Torraca” (campagne di Sapri)

La ‘Grangia’, secondo il Visconti (…): “Era particolarmente nelle Abbazie benedettine, il magazzino destinato alla conservazione dei prodotti agricoli che i monaci ricavavano dai loro terreni. Faceva parte di solito, del complesso monastico, ma nei monasteri dei Cistercensi, a causa dello sviluppo delle abbazie, la grangia venne costruita anche in località non lontane dall’Abbazia stessa, ed ospitava i conversi che sotto la guida di un monaco anziano erano addetti ai lavori nei campi.”Il Gaetani (…), che, in proposito alla ‘Grancia di San Fantino’, possedimento dell’antica Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, sita nel territorio Saprese (Torraca), pubblicò anche la trascrizione del contenuto del documento (…) illustrato nell’immagine di Fig…. (pag. 153), dove si descrivono i confini del territorio della ‘Grancia di S. Fantino’, riferendosi al documento (…), da cui trae il passo, scrive nella sua nota (1) postillando che: “(1) donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, ecc…”, trascrive il documento: “Incomincia il territorio di detta Grancia, sita et posta nel territorio di detta Terra di Torraca, da Ponente vi è il vallone che sparte la foresta de Cercole del Barone della Torraca detto lo Saracino, et và a basso per detto vallone insino allo vallone detto della Chiusa della Sorba, poi saglie per la via pubblica, per sopra il scariazzo di m.ro Francesco Brando, et circuisce detta via detto territorio, et poi circuisce la Chiusura, che fu del q.m D. Flaminio Barra renditia à detta Grancia et per sopra la vigna fu di Mario Campanella, che hoggi si possiede dal Abbate D. Francesco Magaldo, et p. sopra la Chiusura del D.co Tommaso Mercadante, per sopra la vigna di Francesco di Loise, per sopra la vigna di Gio Tommaso Brando, per sopra la vigna di D. Daniele mangia, per sopra le Castagne, et cerque di Luca Palamolla, et Domenico mercadante pe sopra le Cerque furno di q.m. Cesare Brando, per sopra la Chiusura della Coia, poseduta da Francesco Brando di Celio, per sopra le Cerque di D. Giacomo Antonio Brando, et per sopra la terra possedeva il q.m Gio. Antonio Alias Cisina, hoggi devoluta à dètta Grancia et scende al’ vallone sparte la foresta del Barone, da parte di Ponente chiamata la foresta dello Saraceno (1).”. Dalla descrizione delle terre annesse alla Grancia di S. Fantino, dei confini del suo territorio e dei proprietari confinanti che riporta il Gaetani, non siamo riusciti ad individuare l’esatta sua localizzazione che aveva questo possedimento nel 1689. Possiamo solo dire in proposito che la Grancia di S. Fantino si trovava nel territorio Saprese (Terra di Torraca) a ridosso del vallone di S. Martino o di Ischitello, un tempo chiamato “Piscitello” come ci dice lo stesso Gaetani e, che detti terreni confinavano con i possedimenti del Barone Palamolla (“Barone della Torraca detto lo Saracino”), da cui dipendeva l’intero territorio Saprese. Possiamo aggiungere che la Grancia di S. Fantino, nel 1689, dipendeva sempre dall’Abbadia di S. Giovanni a Piro, i cui beni erano stati però incamerati dalla Cappella del SS. Presepe eretta dentro la sacrosanta Basilica di S. Maria Maggiore – quindi gestiti dalla Chiesa – e non più dipendente dagli Abbati dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro come era in origine e, che secondo il Gaetani (…), riferendosi alla Commenda, così scriveva: “L’Abbadia basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina”.

Nel 1689, i confini del territorio della Grancia di S. Fantino in ‘Terra di Torraca’ (territorio di Sapri ?)

La Grancia di S. Fantino, nel 1689, dipendeva sempre dall’Abbadia di S. Giovanni a Piro, i cui beni erano stati però incamerati dalla Cappella del SS. Presepe eretta dentro la sacrosanta Basilica di S. Maria Maggiore – quindi gestiti dalla Chiesa – e non più dipendente dagli Abbati dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro come era in origine e, che secondo il Gaetani (4): “L’Abbadia basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina”. La ‘Grangia’, secondo il Visconti (…): “Era particolarmente nelle Abbazie benedettine, il magazzino destinato alla conservazione dei prodotti agricoli che i monaci ricavavano dai loro terreni. Faceva parte di solito, del complesso monastico, ma nei monasteri dei Cistercensi, a causa dello sviluppo delle abbazie, la grangia venne costruita anche in località non lontane dall’Abbazia stessa, ed ospitava i conversi che sotto la guida di un monaco anziano erano addetti ai lavori nei campi.”. Il Gaetani (4), che, in proposito alla ‘Grancia di San Fantino’, possedimento dell’antica Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, sita nel territorio Saprese (Torraca), pubblicò anche la trascrizione del contenuto del documento (5) illustrato nell’immagine di Fig. 9 (pag…..), dove si descrivono i confini del territorio della ‘Grancia di S. Fantino’ riferendosi al documento (…), da cui trae il passo, nel suo ‘La fede degli Avi nostri o Ricordi storici della chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, a pp. 152-153, in proposito pubblicava la trascrizione del testo estratto di una o due pagine tratte dal documento del 1695-96 redatto dal notaio Domenico Magliano “La Platea di beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, che riguardavano la chiesa di S. Fantino a Torraca e la grancia di S. Fantino posta in territorio saprese: “Tolgo da importante documento del 1695, la descrizione del tempietto e dei limiti delle sue larghe e molte possessioni.”. Dunque, il Gaetani (…), a pp. 152-153, scrive che sulla scorta del suo amico Canonico Domenico Menta, cita e si riferisce alla “Platea di Beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro, del 1695-96”, redatta dla notaio Domenico Magliano, trascrivendone il testo di alcune pagine: “La Venerabile Cappella di S. Fantino dimostra magnificenza di spesa nell’edificio per essere d’ampiezza et altezza con pietre d’intaglio tutti i fondamenti; li quattro cantoni, ed il frontespitio, et anco un arco sopra l’altare medesimente di pietre scarpellate, stimandosi che tal edificio sia stato costrutto in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi vien detta la marina, et porto di Sapri, perchè s’aprì il monte, et entrò il mare; la detta Cappella era diuta senza tetto, et per divozione del Santo fu l’anni passati sotto lì 16 d’agosto 1689 ricorso dal Rev. D. D. Michele Brandaleone alla f. m. di P. P. Innocenco XI et commesso al q.m. mons. Rosa Vesc.vo di Policastro, et incaricato dal suddetto D. Michele, il quale n’ebbe cura, et con l’entrate di detta Cappella rifece le mura, la ricoverse, fece l’astraco Porte et Altare et di più di suo proprio, e per sua divotione ci fece intempiata, valtaltare, carta di gloria et candelieri.”, poi continua la trascrizione del testo che riguarda i confini della Grancia di S. Fantino: “Incomincia il territorio di detta Grancia, sita et posta nel territorio di detta Terra di Torraca, da Ponente vi è il vallone che sparte la foresta de Cercole del Barone della Torraca detto lo Saracino, et và a basso per detto vallone insino allo vallone detto della Chiusa della Sorba, poi saglie per la via pubblica, per sopra il scariazzo di m.ro Francesco Brando, et circuisce detta via detto territorio, et poi circuisce la Chiusura, che fu del q.m D. Flaminio Barra renditia à detta Grancia et per sopra la vigna fu di Mario Campanella, che hoggi si possiede dal Abbate D. Francesco Magaldo, et p. sopra la Chiusura del D.co Tommaso Mercadante, per sopra la vigna di Francesco di Loise, per sopra la vigna di Gio Tommaso Brando, per sopra la vigna di D. Daniele mangia, per sopra le Castagne, et cerque di Luca Palamolla, et Domenico mercadante pe sopra le Cerque furno di q.m. Cesare Brando, per sopra la Chiusura della Coia, poseduta da Francesco Brando di Celio, per sopra le Cerque di D. Giacomo Antonio Brando, et per sopra la terra possedeva il q.m Gio. Antonio Alias Cisina, hoggi devoluta à dètta Grancia et scende al’ vallone sparte la foresta del Barone, da parte di Ponente chiamata la foresta dello Saraceno (1).”. Dalla descrizione delle terre annesse alla Grancia di S. Fantino, dei confini del suo territorio e dei proprietari confinanti che riporta il Gaetani, non siamo riusciti ad individuare l’esatta sua localizzazione che aveva nel 1695-96. Possiamo solo dire in proposito che la Grancia di S. Fantino si trovava nel territorio Saprese (Terra di Torraca) a ridosso del vallone di S. Martino o di Ischitello, un tempo chiamato “Piscitello” come ci dice lo stesso Gaetani (…) e, che detti terreni confinavano con i possedimenti del Barone Palamolla (“Barone della Torraca detto lo Saracino”), da cui dipendeva l’intero territorio Saprese.

Nel 1700, il Catasto Onciario ed i possidenti di Sapri, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli

Il Catasto onciario, precursore degli odierni catasti, rappresenta l’attuazione pratica delle norme dettate da re Carlo di Borbone nella prima metà del XVIII secolo per un riordino fiscale del regno di Napoli, progettato e diretto da Bernardo Tanucci. Nonostante fosse un catasto descrittivo, poiché non prevedeva la rappresentazione geometrica dei luoghi, fu uno strumento teso ad eliminare i privilegi goduti dalle classi più abbienti che facevano gravare i tributi fiscali sempre sulle classi più umili e di fatto rappresenta uno dei più brillanti esempi del tempo di ingegneria finanziaria e di ripartizione proporzionale del peso fiscale.  Il catasto era basato su un sistema di duplice tassazione, che prevedeva sia una imposizione di tipo reale cioè sui beni e sia personale cioè sulla capitazione o testatico e sulle attività dei contribuenti e dei loro nuclei familiari.  Dall’imposizione catastale per antico privilegio era esentata la città di Napoli. Si chiamò Onciario perché la valutazione dei patrimoni sia immobiliari che da bestiame o finanziari (per es. da censi attivi), veniva stimato in base all’unità monetaria teorica di riferimento, l’oncia, corrispondente a sei ducati. Era anche detta Oncia di carlini tre, in quanto ogni tre carlini di rendita, capitalizzati al tasso di interesse fissato al 5% (solo per il bestiame era fissato al 10%), equivalevano a 60 carlini, pari a sei ducati e quindi 1 Oncia di capitale o patrimonio. Veniva così introdotta anche una distinzione tra unità monetarie di riferimento per la valutazione delle rendite, adottando le valute correnti del grano, il carlino e il ducato, e per i patrimoni usando delle unità monetarie di conto come il tarì e l’oncia. È chiaro come un meccanismo volutamente semplice poteva assicurare nelle intenzioni, un prelievo fiscale generalizzato ed accertamenti molto rapidi. Per il calcolo delle imposte le persone erano distinti in diverse categorie. Una prima distinzione era effettuata fra cittadini e forestieri: i primi formavano i “fuochi” (ovvero le famiglie) dell’Università; i secondi erano solamente iscritti nell’Onciario o perché vi possedevano beni o perché vi esercitavano un’attività. La consultazione dell’Onciario, conservato in originale per tutte le università del Regno presso la Regia Camera della Sommaria (S.R.C.) poi nell’Archivio di Stato di Napoli, oltre che in copia in alcuni pochi archivi comunali, è ancora oggi, pur con tutti i suoi limiti e omissioni, una fonte preziosa di informazioni sul periodo.

Nel 1706, la cappella del SS. Rosario di Sapri fu dotata di un castagneto al Castellaro di Capitello

Riguardo l’antica cappella del SS. Rosario a Sapri, posta appunto nel piccolo quartiere del “Rosario”, Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 58 che scriveva in proposito: “Fu fondata da D. Francesco Antonio Magaldi di Torraca, Canonico Cantore della Cattedrale di Policastro, nel feudo di Sapri dei Palamolla, nel 1706 e fu dotato dei seguenti beni: un  capitale di 145 ducati, 4 vigneti in Sapri colla rendita di 200 ducati; un castagneto al Castellaro di Capitello ed una chiusa al Pallarete, colla rendita di 10 carlini (= 20 ducati); 40 vacche, colla rendita di 160 ducati; mezzo tomolo di terra pure in Sapri, colla rendita di 4 carlini. Il tutto assommava a 525 ducati (26)”. Il Tancredi riporta il documento diocesano (7) che descrive le rendite ed i beni assegnati a questa Cappella. Di questa antica Cappella di Sapri, ne parla il prelato Rocco Gaetani, nel suo libro su Torraca (1). Il Tancredi (…) a p. 58, nella sua nota (7) postillava che: “(26) A.D.P.: Ufficio Amministrativo Diocesano: Sapri, Capp. S. Rosario 1706.”. Dunque, secondo l’antico documento diocesano presentato dal Tancredi, la cappella del SS. Rosario in via Cassndra a Sapri era stata dotata di un “castegneto al Castellaro di Capitello ed una chiusa al Pallarete, colla rendita di 10 carlini (= 20 ducati)”. Una piccola cappella fondata dal Barone Palamolla dotata di un castagneto al Castellaro di Capitello.

Nel 1700, Palazzo Gallotti in Piazza del Plebiscito

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(Fig….) Palazzo Gallotti in Piazza del Plebiscito – Portale marmoreo e particolare della serratura metallica – foto Attanasio

Nel 1710, Francesco Palamolla, 4° Barone di Torraca e della terra di Sapri

Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “A Vespasiano successe, nel 1710, Francesco Palamolla, che sposò donna Lucrezia Bruno, dei Baroni di Santa Lucia e, nel 1776, da questi il feudo passò nelle mani del figlio Vespasiano, che prese per moglie Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Nel 1805, morto Vespasiano diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla ecc…”. Dunque, stando a quanto scrive il Guzzo, Francesco Palamolla diventa 4° barone di Torraca e della Terra di Sapri nel 1710 alla successione della morte di Vespasiano. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: Francesco, il quarto barone di Torraca prese per moglie Lucrezia Bruno dei baroni di Santa Lucia ecc…”. Chi era Francesco Palamolla, IV barone di Torraca ?. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, non dice nulla di Francesco Palamolla. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “4° Francesco Palamolla, quarto Barone, prese per moglie donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia.”. Dunque, secondo il Gaetani (…), il IV° barone di Torraca, Francesco Palamolla nel 1641 era sposato con donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia. Nella storia di Torraca troviamo scritto che dopo Decio Palamolla troviamo “Decio Palamolla sposò Brianna Gaetani e nei successivi tre secoli si susseguirono ben 7 baroni della stessa dinastia: Carlo, Vespasiano, Francesco, Biagio etc.”. Duque, il IV barone, Francesco Palamolla successe al III° barone di Torraca, Vespasiano Palamolla che ebbe a moglie donna Lucrezia Salone dei Baroni di Castrocucco. Dunque, Francesco Palamolla era figlio di donna Lucrezia Salone e di Vespasiano Palamolla. I Palamolla di Scalea detenevano la Baronia ed il Feudo di Torraca e dunque anche l’attuale territorio di Sapri. Riguardo l’acquisto di Sapri, il Tancredi (…), sulla scorta del Gaetani a p. 39 precisava che: “L’appartenenza di Sapri alla Baronia di Torraca si deduce da altri atti così indicati: “Sono stati sempre del Barone di Torraca il ‘seminatorio’ di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino la mare, il vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi Baroni di Torraca e posseduto da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri (34). Ecc…“. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (34) postillava che: “(34) Arch. di Stato di Napoli: Atti de li esami presso dell’Esaminatore del S. C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, P.O. fol. 217.”.

Nel 1710 (?), Francesco Palamolla intentò una causa contro i Carafa di Policastro

Nel mio studio depositato presso il Comune di Sapri (1), riguardo la nota (120) postillavo che: (120) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P. O. “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. Francesco Palamolla.”. Andrebbero ulteriormente indagati gli atti del Processo e della Causa vertente tra il barone di Torraca Francesco Palamolla, pronipote di Decio ed il conte di Policastro Carafa della Spina (quale ?). Il Di Luccia (…), ha citato questi processi ma non dice chi fossero i loro intestatari. Dunque, il sacerdote Rocco Gaetani (….), a p. 10, nella sua nota (2) postillando che: “(2) Fol. 217, P.O.”, citava gli atti della Causa (“Esami presso dell’Esaminatore”) intentata da Francesco Palamolla, pronipote di Decio Palamolla e 4° Barone di Torraca. Francesco Palamolla intentato davanti alla Regia Camera della Sommaria di Napoli contro i conti di Policastro.

Nel 9-10 maggio 1714, la visita pastorale a Torraca del Vescovo di Policastro, Mons. A. De Robertis

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 594 parlando della ‘Chiesa’ di Sapri in proposito scriveva che: “Sapri fu eretta in parrocchia solo il 1° settembre 1719 da mons. Andrea de Robertis col titolo dell’Immacolata. Nella visita del 1735 non si è notizia di cappelle, nè del clero. Nell’800 vi erano a Sapri solo tre cappelle intra moenia S. Giovanni Battista, S. Antonio di Padova al Timpone e S. Rosario. Nel giugno del 1832 visitò la chiesa mons. Laudisio. Decreto. Ecc..”. Devo far notare in proposito che quando Ebner scriveva che nella visita a Sapri nel 1735 non vi è notizie di cappelle, forse è dovuto al fatto che le cappelle a Sapri esistevano ma appartenevano al clero di Torraca. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), parlando della Sapri sacra nel suo libro “Sapri giovane e antica”, parlando della chiesa dell’Immacolata concezione a Sapri, a p……, nella sua nota (41) postillava che: “A.D.P. (Archivio Diocesi di Policastro), SS. Visite Pastorali di A. De Robertis, anno 1714: nello Stato d’anime si rileva che Don Gennaro Eboli, chierico, era figlio di Scipione e di Giovanna Rosa ed aveva un solo fratello, Matteo.”. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi (….), il documento che contiene alcune interessanti notizie circa l’origine della Chiesa Madre di Sapri, la Chiesa dell’Immacolata concezione sono contenute in un verbale della visita pastorale del vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis, per l’anno 1714. Vediamo in dettaglio la notizia. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi (….), il verbale delle visite pastorali di Mons. De Robertis attesta che nel 1714, don Gennaro Eboli era chierico. Sul documento citato da Laudisio (….), fa luce il sacerdote Rocco Gaetani (…) ancor prima del Tancredi. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, a pp. 41-42 in proposito scriveva che: “Io so che Sapri nel 1714, nello stato di anime segnava 345 persone, oltre tre case di Vibonati, e che in Torraca, in questo stesso anno, si presentò alla sacra visita di Monsignor De Robertis, l’accolito Gennaro Eboli del porto di Sapri, e presentò le bolle di ordinazione e fu approvato pel Suddiaconato (1); ecc…”. Il Gaetani (…) a p. 41, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Visitatio de Robertis, 9 maggio 1714: Visitavit Acolythum Januarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacras Testimoniales suorum ordinum et fuit approbatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.”. Dunque, secondo il Gaetani (….), egli sapeva che nel 1714 Sapri segnava 345 persone. Inoltre il Gaetani (…), sulla base del documento conservato alla Curia Vescovile di Policastro dice che nel 1714 si presentò davanti al Vescovo Mons. Andrea De Robertis “l’accolito Gennaro Eboli del Porto di Sapri”.

Nel 1714, la cappella di S. Francesco di Paula in località Pietradama

Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a pp. 90-91, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Riteniamo opportuno dare qualche notizia circa i possedimenti nell’anno 1742, come risultano dai Catasti Onciari, volume 4342, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Si tratta delle dichiarazioni catastali o fiscali, rilasciate dagli abitanti della Terra di Sapri. Le così dette ‘Rivele’ sono, appunto, le dichiarazioni fatte dai proprietari circa i redditi e le tasse che versavano all’erario. Il Vol. 4342, oltre alle ‘Rivele’ degli abitanti del posto, contiene anche quelle delle contrade limitrofe (Bonati, Rivello, Lagonegro), dei Sacerdoti di Maratea, della Grancia di policastro ecc…. Le ‘Rivele’ iniziano con una frase che si ripete ecc…ecc…Di notevole importanza è il fascicolo riguardante la Rivela del Parroco, sotto il titolo “Chiesa Parrocchiale di Sapri”, si legge: “Rivelo io D. Biagio Lacorte, Procuratore di questo Reverendo Clero di questa Parrocchial Chiesa sotto il titolo della SS.ma Concezione della Beata Vergine, come detta Chiesa non possiede Beni stabili per essere stata eretta da quindici anni in circa, cosa che ancora non è completa di fabbrica, anzi scarsissima di utensili, solamente possiede…..In detta Rivela si parla, tra l’altro di Messe da celebrare per la somma di un carlino di elemosina per ogni Messa, come si evince dall’istrumento rogato dal Notar Giovanni Pietro Ricciardo della Terra di Bonati nell’anno 1719. E’ specificato il numero delle Messe (470) per li sopra donatori della Chiesa. Si parla anche delle quantità di grano che si paga alla Rev.ma Mensa Vescovile di Policastro. Questa è l’ultima annotatazione della Rivela riguardante i beni della Chiesa Parrocchiale non ha altri Altari, se non che il solo Altare maggiore, ancora non perfezionato. Vi sono, bensì, in questo tenimento di Sapri la cappella di San Giovanni, amministrata dal Reverendo Clero di Torraca, v’è altresì la cappella del SS. Rosario, amministrata dal Reverendo Canonico Domenico Cavalieri, la cappella di S. Antonio di Padova, anche anmministrata dal Rev.do Clero di Torraca, per essere fondata da benefattori prima dell’erezione di questa Chiesa Parrocchiale, ed altra cappella di S. Giovanni Battista (8) amministrata dalli Revv. di PP. di S. Francesco di Paula del convento di Bonati, per le rendite dei quali mi rimetto alla Rivela dell’Amministratore di essa….”. Il Tancredi, a p. 92, nella sua nota (8) postillava che: “(8) La cappella non esiste più; sembra fosse ubicata nella località ove è soto l’albergo “Le Terrazze”. In effetti il Tancredi, riferendosi all’antica cappella di S. Francesco di Paula, dicendo della sua antica ubicazione indica la località Pietradama, più o meno dove subito dopo sorge il Seminario Fanuele lungo la strada che porta a Torraca. Come ho già scritto li vicino vi è un tratto dell’antica strada di S. Paolo che correva lungo la dorsale di S. Martino e arrivava fino a Vibonati e forse a Policastro. Attualmente all’interno del recinto dell’Hotel Terrazze, ormai chiuso e abbandonato, verso occidente e a confine con altra proprietà si vede una piccola cappella forse sconsacrata.

Nel 1714, a Sapri la cappella di S. Giovanni Battista

Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 54, in proposito scriveva pure che: “La manutenzione era diligentemente curata da parte del clero stesso, al quale corrispondevano le decime 72 persone di Sapri (5). Da pochi frammentari documenti del primo ‘700, come il libro della contabilità della chiesa parrocchiale di Torraca, dai primi di settembre 1706 alla fine dell’agosto 1707, si rileva che il procuratore D. Gaetano Magaldi pagava 4 carlini all’anno al principalista Nicola Comes e 16 carlini a Biase Brando per il servizio prestato nella cappella (6).”. Il Tancredi a p. 54 nella sua nota (5) postillava che: “(5) Gaetani Rocco, op. cit., p. 43-44.”. Il Tancredi a p. 54-55 nella sua nota (6) postillava che: “(6) Gaetani Rocco, op. cit., pp. 34-35.“. Il Tancredi a p. 55 scriveva che: “Nel 1714, era affidata ancora alla cura del clero di Torraca con l’onere di otto messe settimanali. In tale anno si rileva la necessità di provvedere all’acquisto di carte-gloria, di sedie, croci e quadri, come alla tinteggiatura delle pareti. Fungeva da cappellano Don Biagio Giovanni Magaldi (7).“. Il Tancredi a p. 55 nella sua nota (7) postillava che: “(7) A.D.P.: SS. Vis. Pastor. Andrea De Robertis (anno 1714). D. Gaetano Magaldi paga dal servizio di S. Giovanni Biase Magaldi carlini 16 per la vigna delle Cannicelle.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a pp. 90-91, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Riteniamo opportuno dare qualche notizia circa i possedimenti nell’anno 1742, come risultano dai Catasti Onciari, volume 4342, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Si tratta delle dichiarazioni catastali o fiscali, rilasciate dagli abitanti della Terra di Sapri. Le così dette ‘Rivele’ sono, appunto, le dichiarazioni fatte dai proprietari circa i redditi e le tasse che versavano all’erario. Il Vol. 4342, oltre alle ‘Rivele’ degli abitanti del posto, contiene anche quelle delle contrade limitrofe (Bonati, Rivello, Lagonegro), dei Sacerdoti di Maratea, della Grancia di Policastro ecc…. Le ‘Rivele’ iniziano con una frase che si ripete ecc…ecc…Di notevole importanza è il fascicolo riguardante la Rivela del Parroco, sotto il titolo “Chiesa Parrocchiale di Sapri”, si legge: “Rivelo io D. Biagio Lacorte, Procuratore di questo Reverendo Clero di questa Parrocchial Chiesa sotto il titolo della SS.ma Concezione della Beata Vergine, come detta Chiesa non possiede Beni stabili per essere stata eretta da quindici anni in circa, cosa che ancora non è completa di fabbrica, anzi scarsissima di utensili, solamente possiede…..In detta Rivela si parla, tra l’altro di Messe da celebrare per la somma di un carlino di elemosina per ogni Messa, come si evince dall’istrumento rogato dal Notar Giovanni Pietro Ricciardo della Terra di Bonati nell’anno 1719. E’ specificato il numero delle Messe (470) per li sopra donatori della Chiesa. Si parla anche delle quantità di grano che si paga alla Rev.ma Mensa Vescovile di Policastro. Questa è l’ultima annotatazione della Rivela riguardante i beni della Chiesa Parrocchiale non ha altri Altari, se non che il solo Altare maggiore, ancora non perfezionato. Vi sono, bensì, in questo tenimento di Sapri la cappella di San Giovanni, amministrata dal Reverendo Clero di Torraca, ecc….”.

Nel 9-10 maggio 1714, Sapri in uno “Stato d’anime” redatto dal parroco don Daniele Mangia

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, a pp. 41-42 in proposito scriveva che: “Io so che Sapri nel 1714, nello stato di anime segnava 345 persone, oltre tre case di Vibonati, e che in Torraca, in questo stesso anno, si presentò alla sacra visita di Monsignor De Robertis, l’accolito Gennaro Eboli del porto di Sapri, e presentò le bolle di ordinazione e fu approvato pel Suddiaconato (1); ecc…”. Il Gaetani (…) a p. 41, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Visitatio de Robertis, 9 maggio 1714: Visitavit Acolythum Januarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacras Testimoniales suorum ordinum et fuit approbatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.”. Dunque, secondo il Gaetani (….), egli sapeva che nel 1714 Sapri segnava 345 persone. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 40, in proposito aggiungeva che: “La popolazione di Sapri s’incrementò rapidamente nell’arco di due secoli, tanto da superare i 7.000 abitanti. Infatti, dallo stato d’anime, il nucleo saprese documentava 345 unità nel 1714 e 414 nel 1719 (36). Quindi saliva a 508 nel 1726, a 1046 nel 1757 e a 1131 nel 1761 (37)”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (36) postillava che: “(36) Gaetani Rocco, o.p., p. 41.”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (37) postillava che: “(37) A.D.P.: SS. Visite Pastorali di A. De Robertis (Vis. Portus Saprorum)(ann. 1726) e di G.B. Minucci (ann. 1757 e 1761).”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, parlando di Sapri e sulla scorta di Rocco Gaetani (…), a p. 41 in proposito scriveva che: “Da uno stato d’anime del 1714, riportato integralmente dal Parroco D. Daniele Mangia nelle visite Pastorali di Mons. De Robertis, conosciamo che in Sapri vivevano 345 persone, distinte in 65 famiglie, da un minimo di due ed un massimo di 12 membri ciascuna (39).”. Dunque, secondo l’antico documento del 1714: “lo stato d’Anime” citato dal Gaetani e poi dal Tancredi, a Sapri si contavano 13 membri in assoluto della famiglia Eboli. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 42-43-44-45-46-47 riporta integralmente e trascrive lo stato d’anime riportato dal parroco di Torraca don Daniele Mangia in occasione della visita pastorale di Mons. Andrea De Robertis nel 9 maggio 1714. Il Tancredi a p. 47 in proposito scriveva che: “E’ il primo dato anagrafico della popolazione di Sapri. Le cifre saliranno via via nel tempo, per l’operosità della nuova generazione. Questo nucleo originario comprendeva 68 famiglie, cioè case abitate o focolari domestici, tenendo conto delle tre case di Vibonatesi; solo 7 famiglie erano senza figli, due gruppi di persone vivevano per conto proprio, non coniugati. Le donne vedove, con relative famiglie, erano 8. I casati, distinti dai cognomi, erano 43, come già detto alla nota n. 13. Le origini, come appare chiaramente, erano di Torraca e di Vibonati; qualcuno, come i Maimone e gli Schettino, erano di Trecchina o di Maratea. Ecc..”. Sempre il Tancredi a p. 40, sulla scorta del Gaetani in proposito aggiungeva che: “La popolazione di Sapri s’incrementò rapidamente nell’arco di due secoli, tanto da superare i 7.000 abitanti. Infatti, dallo stato d’anime, il nucleo saprese documentava 345 unità nel 1714 e 414 nel 1719 (36). Quindi saliva a 508 nel 1726, a 1046 nel 1757 e a 1131 nel 1761 (37)”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (36) postillava che: “(36) Gaetani Rocco, o.p., p. 41.”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (37) postillava che: “(37) A.D.P.: SS. Visite Pastorali di A. De Robertis (Vis. Portus Saprorum)(ann. 1726) e di G.B. Minucci (ann. 1757 e 1761).”. Riguardo questo antico documento del 1714, il primo secondo il Tancredi che riguardi la popolazione di Sapri, il Tancredi (…), a p. 41, nella sua nota (39) postillava che: “(39) A. D.P.: SS. Vis. Past. di A. De Robertis (9-10) maggio 1714): – Le famiglie denominate, coi rispettivi membri, erano, per casati e cognomi (ceppi genealogici) 32, e cioè: Cannella 2, Nicodemo 1, Calderaro 8, Eboli 6, Cavaliere 1, ecc….(Segue stato completo delle famiglie predette). Nella nota è aggiunto “oltre tre case che dicon esser dè Bonati, e ne pagano la decima”. Il numero dei membri, in asoluto, per famiglie, distinte in casati, è: Barra 8, Bello, 25, ecc…, Eboli 13, ecc…”. Poi a pp. 42-43 il Tancredi riporta uno specchietto con “Lo Stato d’anime di Sapri nel 1714”.

Nel 1719 o nel 1725 la costruzione e l’elevazione a parrocchia della Chiesa dell’Immacolata

Nel 4 agosto 1719, il rogito notarile firmato da mons Andrea De Robertis per la costruzione della Chiesa dell’Immacolata nell’“Aria del Re” oggi Piazza del Plebiscito a Sapri

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(Fig…) Chiesa dell’Immacola in piazza del Plebiscito a Sapri

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Riguardo la costruzione e l’elevazione a parrocchia della Chiesa dell’Immacolata concezione oggi in Piazza del Plebiscito a Sapri, si hanno poche e frammentarie notizie. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 594 parlando della ‘Chiesa’ di Sapri in proposito scriveva che: “Sapri fu eretta in parrocchia solo il 1° settembre 1719 da mons. Andrea de Robertis col titolo dell’Immacolata. Nella visita del 1735 non si è notizia di cappelle, nè del clero. Il 14 giugno 1765 mons. Pantuliano si recò a Sapri nella chiesa locale dove visitò il SS. , il fonte e l’olio. Altare maggiore della Concezione. Altare di S. Vito martire. Coro e libri corali. Corpo, campanile. Elenco dei beni patrimoniali. Dalla visita di mons. Giuseppe de Rosa si rileva che a Sapri vi erano 12 sacerdoti e 2 chierici. Dalla prima visita di mons. Laudisio risulta che vi erano 9 sacerdoti e 5 chierici. Nell’800 vi erano a Sapri solo tre cappelle intra moenia S. Giovanni Battista, S. Antonio di Padova al Timpone e S. Rosario. Nel giugno del 1832 visitò la chiesa mons. Laudisio. Decreto. Ecc..”. Ebner non dava nessun riferimento bibliografico ma è indubbio che la notizia sulla chiesa di Sapri è stata tratta dal Laudisio (…). Infatti, Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 200 parlando di Sapri in proposito scriveva che: “La chiesa del porto di Sapri – come si legge dal Volpe – fu eretta in Parrocchia nell’anno 1725, al tempo del Vescovo Andrea de Robertis (3). Nel 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne conteneva 1368 (4).”. Il Vassalluzzo a p. 200, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Volpe, op. cit., pag. 137.”. Il Vassalluzzo citava il Volpe, ovvero il testo di Giuseppe Volpe (…), Notizie storiche delle antiche città ecc…”, p. 137. Infatti, il sac. Giuseppe Volpe (…), parlando degli “Antichi porti del Cilento” a p. 137, in proposito scriveva che: “VIII. A 28 chilometri evvi l’ottavo ed ultimo porto, ecc….Questo porto….”. Il Vassaluzzo per la notizia della Parrocchia di Sapri o di “Portus e Terram Saprorum” citava anche il Laudisio (….), ovvero Nicola Maria Laudisio (….), vescovo di Policastro ed il suo ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831. Il Vassalluzzo a p. 200 nella sua nota (3) postillava pure che: “Laudisio M. Nicola, op. cit., p. 61.”. Infatti, il Laudisio (…) a p. 61 (si veda p. 88 dell’edizione di Galeazzo Visconti) in proposito scriveva che: “Nel 1725 aveva eretto in parrocchia la chiesa di Sapri (9).”. Il Visconti, nella sua edizione con note al Laudisio a p. 88 nella sua nota 89) postillava che: “(9) Da un documento conservato nell’archivio della Curia di Policastro risulta però che la chiesa di Sapri fu eretta nel 1719.”. Devo però precisare che riguardo alcune notizie che riguardano il vescovo di Policastro de Robertis è noto il periodo controverso che vi fu per il suo mandato episcopale nella Diocesi di Policastro a causa dei continui dissidi con il feudatario della Contea di Policastro, il Carafa. Stessa cosa il Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri”, parlando di Sapri, a p. 225 in proposito scriveva che: “Nell’anno 1719, per la seconda volta nella sua storia, Sapri fu eretta a parrocchia dal Vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis. Il suolo per la costruzione della cattedrale fu offerto dal Conte Carafa di Policastro.”. Riguardo la nota del Visconti (….), nella sua edizione con note al Laudisio a p. 88 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Da un documento conservato nell’archivio della Curia di Policastro risulta però che la chiesa di Sapri fu eretta nel 1719.”. Dunque, il vescovo di Policastro Mons. Nicola Maria Laudisio (…), secondo il Visconti (….) fa riferimento ad un documento conservato nell’Archivio della Curia di Policastro (Archivio Diocesano di Policastro) dove, perlatro, il Visconti scrive che da questo documento si evince che la chiesa dell’Immacolata di Sapri fu eretta nel 1719 e non nel 1725. Sul documento citato dal Laudisio (…), il sacerdote Luigi Tancredi (….) parlando della Sapri sacra nel suo libro “Sapri giovane e antica”, parlando della chiesa dell’Immacolata concezione a Sapri, a p……, nella sua nota (41) postillava che: “A.D.P. (Archivio Diocesi di Policastro), SS. Visite Pastorali di A. De Robertis, anno 1714: nello Stato d’anime si rileva che Don Gennaro Eboli, chierico, era figlio di Scipione e di Giovanna Rosa ed aveva un solo fratello, Matteo.”. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi (….), il documento che contiene alcune interessanti notizie circa l’origine della Chiesa Madre di Sapri, la Chiesa dell’Immacolata concezione sono contenute in un verbale della visita pastorale del vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis, per l’anno 1714. Sul documento citato da Laudisio (….), fa luce il sacerdote Rocco Gaetani (…) ancor prima del Tancredi. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, a pp. 41-42 in proposito scriveva che: “Io so che Sapri nel 1714, nello stato di anime segnava 345 persone, oltre tre case di Vibonati, e che in Torraca, in questo stesso anno, si presentò alla sacra visita di Monsignor De Robertis, l’accolito Gennaro Eboli del porto di Sapri, e presentò le bolle di ordinazione e fu approvato pel Suddiaconato (1); so che nel 1719 lo stesso Vescovo, con autorità ordinaria, eresse la parrocchia, ‘sub invocatione Sanctae Mariae Immaculatae Conceptionis’ , e creò Arciprete il sopradetto D. Gennaro Eboli, il quale nella prima visita pastorale presentò lo stato di anime ascendere a 508, ed un sacerdote, D. Francesco Mileo (2), e che nel 1761, le anime ascendevano a 1131, i preti a sette ed i chierici ad otto: ‘crescit eundo’. Ecc…”. Sempre il Gaetani (…) a p. 41, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Visitatio de Robertis, 9 maggio 1714: Visitavit Acolythum Januarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacras Testimoniales suorum ordinum et fuit approbatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.”. Sempre il Gaetani a p. 41, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Visitatio Personalis Portus Saprorum (Fol. 128). “Visitavit personaliter R. D Januarium Eboli Archipres (r) Novae Parocchialis Ecclesiae sub invocatione San.tae Mariae Immacolatae Conceptionis Portus Saprorum authoritate ordinaria erecta etc: et de anno 1719 ab Ill.mo et Rev. D.no Archiepiscopo de Robertis Ep. Policastren, ut ex Bullis erectionis et provisionis prospective, legitime ecc…”. Questi i due documenti in questione citati dal Gaetani. Sempre il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio”, pubblicato nel 1914, parlando delle origini di Sapri e dei Sapresi, a p. 11 (si veda l’altro a p. 289), in proposito scriveva che: “Dopo cinque anni (1° settembre 1719) il porto di Sapri contava 414 abitanti “ad numerum quatuor centum quatuordecim insimul cohabitantibus” che con umile preghiera domandarono al Vescovo di essere separati dalla Chiesa di S. Pietro Apostolo di Torraca, per le gravi difficoltà di lontananza e per i pericoli di vie disastrose, che impedivano ai fanciulli, ai mal fermi, ai vecchi di andare e compiere i doveri religiosi nella distante parrocchia. Furono ascoltati, trovate giuste le ragioni, si obbligarono al beneficio di dotazione, con decime, cera, denaro, oltre gli assegni, i proventi e le sovvenzioni di diritto, senza servitù di gius patronato, con istrumento erogato il 4 agosto 1719, dal notaio Gian Pietro Biscardo da Vibonati (2). Si ordinò che la Chiesa Madre fosse eretta nel luogo chiamato “L’Aria del Re”, sub invocatione SS. Conceptionis Virginis Mariae. La piccola popolazione ebbe assegnato alla cura l’Arciprete D. Gennaro Eboli con uffici e diritti propri, rispettando le ragioni del parroco e della Chiesa di Torraca, che permisero lo smembramento e concessero, fino a che non si edificasse la Matrice, il fonte battesimale, la custodia degli olii sacri, e il decente Tabernacolo nella cappella di S. Giovanni……Il popolo del porto di Sapri passò a far corpo a sè ed ebbe chiesa propria, parroco proprio, ma a piè pari il Vescovo fondatore ne saltò la determinazione dei confini: “parochiae certis finibus distinguendae” (Cond. Tride., Sess. 24, Cap. 13).”. Il Gaetani, a p. 289 di La Fede ecc…, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Archivio Bussentino, Bullarium, Fol. 17. Andres Archiepiscopus De Rubertis, Dei et Apostolicae sedis grazia Episcopus Policastren. Bero etiam Terrarum Turris Ursaiae, Castri Rogerii, Feudi Seleucii ecc…”. Con istrumento erogato, il 4 agosto 1719, dal notaio Gian Pietro Biscardo da Vibonati (9), il Vescovo di Policastro Andrea De Robertis ordinò che la Chiesa Madre, la Chiesa dell’Immacolata posta nell’attuale Piazza del Plebiscito, fosse eretta nel luogo chiamato ” l’Aria del Re” che era stato donato per l’occasione dal Conte di Policastro Ettore Carafa che espresse il desiderio che la nuova parrocchia fosse dedicata alla Vergine Immacolata. Al Carafa fu poi intitolata dalla cittadinanza una strada detta appunto Via del Conte. La chiesa di Sapri fu consegnata a Don Gennaro Eboli, primo parroco di Sapri e mio avo e, coadiuvato da Don Francesco Mileo. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 71, in proposito scriveva pure che: “Tutto venne eseguito con Bolla Vescovile del 1à settembre 1719 e con strumento rogato dal Notaio Gian Pietro Biscardo di Vibonati (49). Per la costruzione della chiesa parrocchiale , il sito, detto l”Aria del Re’, fu offerto dal Conte di Policastro, Ettore Carafa (50); la nuova chiesa fu dedicata alla Madonna “sub invocatione Mariae Immacolatae Conceptionis”: il primo Parroco fu Don Gennaro Eboli, coadiuvato da Don Francesco Mileo (51).”. Il Tancredi a p. 71, sempre sulla scorta del Gaetani, nella sua nota (49) postillava che: “(49) A.D.P. ‘Bullarium Archiepiscopi’ A. De Robertis: fol. 17. Bolla “Universis et singulis” 1° settembre 1719- Carteggio Sapri.”. Il Tancredi a p. 71, nella sua nota (50) postillava che: “(50) All’epoca, il Conte di Policastro dimorava a Napoli ed era membro della Congregazione dell’Immacolata; il vescovo aderì al suo desiderio che la nuova Parrocchia fosse dedicata all’Immacolata ecc…“. Sempre il Tancredi (…) a p. 71 scriveva che: “Don Gennaro Eboli era nativo di Sapri e si era già presentato al Vescovo, recatosi in Visita pastorale a Torraca il 9 maggio 1714, per essere ordinato suddiacono. Nella Pentecoste del 5 giugno 1729, il clero di Sapri aveva, oltre ai due sacerdoti nominati, anche un Diacono, Don Giovanni Battista Calderaro, e due chierici, Biagio La Corte e Antonio Mileo.”. Alcune notizie utili alla ricostruzione storiografica della Chiesa dell’Immacola Concezione di Sapri e di altre cappelle ivi esistenti possono essere desunte da alcuni documenti. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a pp. 90-91, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Riteniamo opportuno dare qualche notizia circa i possedimenti nell’anno 1742, come risultano dai Catasti Onciari, volume 4342, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Si tratta delle dichiarazioni catastali o fiscali, rilasciate dagli abitanti della Terra di Sapri. Le così dette ‘Rivele’ sono, appunto, le dichiarazioni fatte dai proprietari circa i redditi e le tasse che versavano all’erario. Il Vol. 4342, oltre alle ‘Rivele’ degli abitanti del posto, contiene anche quelle delle contrade limitrofe (Bonati, Rivello, Lagonegro), dei Sacerdoti di Maratea, della Grancia di policastro ecc…. Di notevole segnaliamo il fascicolo riguardante gli ecclesiastici, ‘secolari cittadini’; da esso risultano i nomi di quattro sacerdoti: D. Antonio Mileo, di anni 33, D. Biagio Lacorte, di anni 28, D. Francesco Mileo, di anni 49, D. Gennaro Eboli, Arciprete di Sapri. Si rileva, inoltre, la denominazione di alcune località, come ‘Brizzi’, ‘Aria del Re’, ‘Tempone’, ‘la Cantina’, ‘il Rosario’, ‘la Difesa’, ‘Cassandra’, ‘il Giardinello’, ‘S. Giovanni’, ‘Ischitelli’, ‘Pali’…ecc….La prima ‘Rivela’ è prodotta da Antonio Lacorte, bracciale, fattore (e forse amministratore) dell’Ecc.mo Sig.r Conte di Policastro. Egli dichiara la consistenza numerica della propria famiglia, i beni mobili ed immobili, i pesi (le tasse), che è tenuto a pagare, e quanto altro concorre a formare i “beni” della famiglia stessa. E’ importante sapere che il Lacorte era certamente benestante ed era padre del Parroco D. Biagio Lacorte. Riportiamo, semplificando, l’elenco dei ‘familiari’: Antonio Lacorte, bracciale, fattore dell’entrade dell’Ecc.mo Sig.r Conte di Policastro, di anni 50; Moglie Laura Pasquale, di anni 48; Primo figlio il Sacerdote Biagio, di anni 28; Serafina, maritata, di anni 24; Macario, accasato, bracciale, abita meco, di anni 21; Giovanni Aloise, figlio malsano, di anni 17; Bartolomeo, figlio, custode di capre, di anni 13; Giovanna, figlia in capillis, di anni 11 (“in capillis”, s’intende nubile); Pietro Illò ecc….Le ‘Rivele’ iniziano con una frase che si ripete ecc…Di notevole importanza è il fascicolo riguardante la Rivela del Parroco, sotto il titolo “Chiesa Parrocchiale di Sapri”, si legge: “Rivelo io D. Biagio Lacorte, Procuratore di questo Reverendo Clero di questa Parrocchial Chiesa sotto il titolo della SS.ma Concezione della Beata Vergine, come detta Chiesa non possiede Beni stabili per essere stata eretta da quindici anni in circa, cosa che ancora non è completa di fabbrica, anzi scarsissima di utensili, solamente possiede…..In detta Rivela si parla, tra l’altro di Messe da celebrare per la somma di un carlino di elemosina per ogni Messa, come si evince dall’istrumento rogato dal Notar Giovanni Pietro Ricciardo della Terra di Bonati nell’anno 1719. E’ specificato il numero delle Messe (470) per li sopra donatori della Chiesa. Si parla anche delle quantità di grano che si paga alla Rev.ma Mensa Vescovile di Policastro. Questa è l’ultima annotatazione della Rivela riguardante i beni della Chiesa Parrocchiale non ha altri Altari, se non che il solo Altare maggiore, ancora non perfezionato. Vi sono, bensì, in questo tenimento di Sapri la cappella di San Giovanni, amministrata dal Reverendo Clero di Torraca, v’è altresì la cappella del SS. Rosario, amministrata dal Reverendo Canonico Domenico Cavalieri, la cappella di S. Antonio di Padova, anche anmministrata dal Rev.do Clero di Torraca, per essere fondata da benefattori prima dell’erezione di questa Chiesa Parrocchiale, ed altra cappella di S. Giovanni Battista (8) amministrata dalli Revv. di PP. di S. Francesco di Paula del convento di Bonati, per le rendite dei quali mi rimetto alla Rivela dell’Amministratore di essa….”.

Nel 1719, Don Gennaro Eboli, primo parroco della Parrocchia dell’Immacolata a Sapri

Sulle origini del prete, mio avo, Gennaro Eboli vi sono alcune notizie. La notizia di un chierico “accolito” Gennaro Eboli del Porto di Sapri è tratta da un documento diocesano che vedremo in seguito. Nel 1888, il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, fa luce su un documento del 9 maggio 1714 citato dal vescovo di Policastro Mons. Laudisio (….) nella sua ‘Synopsi’. Il Gaetani (…), nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, a pp. 41-42 in proposito scriveva che: “Io so che Sapri nel 1714, nello stato di anime segnava 345 persone, oltre tre case di Vibonati, e che in Torraca, in questo stesso anno, si presentò alla sacra visita di Monsignor De Robertis, l’accolito Gennaro Eboli del porto di Sapri, e presentò le bolle di ordinazione e fu approvato pel Suddiaconato (1); ecc…”. Il Gaetani (…) a p. 41, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Visitatio de Robertis, 9 maggio 1714: Visitavit Acolythum Januarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacras Testimoniales suorum ordinum et fuit approbatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.”. Inoltre il Gaetani (…), sulla base del documento conservato alla Curia Vescovile di Policastro dice che nel 1714 si presentò davanti al Vescovo Mons. Andrea De Robertis “l’accolito Gennaro Eboli del Porto di Sapri”. Dunque, secondo il documento diocesano del 9 maggio 1714, redatto in occasione della visita pastorale a Sapri del vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis, a Sapri esisteva un chierico chiamato Gennaro Eboli. Secondo questo documento, il chierico di Sapri Gennaro Eboli si presentò al vescovo di Policastro “presentando le bolle di ordinazione e fu approvato pel Suddiaconato”: “(1) Visitatio de Robertis, 9 maggio 1714: Visitavit Acolythum Januarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacras Testimoniales suorum ordinum et fuit approbatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.”. Secondo il sacerdote Luigi Tancredi (2), parlando della Sapri sacra nel suo libro “Sapri giovane e antica”, riferisce che il primo parroco della Parrocchia della Chiesa dell’Immacolata Concezione di Sapri è stato Don Gennaro Eboli. Il Tancredi, scriveva in proposito: “il primo parroco, D. Gennaro Eboli (41) ebbe vita lunghissima; le sue firme risultano dal 1719 al 1805; sembra incredibile. Possiamo immaginare con quale forza fisica e morale resse questa nuova parrocchia, sebbene piccola, ma di ben diversa dimensione, se nel 1790 contava 1500 anime”. Il Tancredi (2), trae queste notizie da un documento diocesano (3) e, nella sua nota 41 dice: “A.D.P. (Archivio Diocesi di Policastro), SS. Visite Pastorali di A. De Robertis, anno 1714: nello Stato d’anime si rileva che Don Gennaro Eboli, chierico, era figlio di Scipione e di Giovanna Rosa ed aveva un solo fratello, Matteo.”. Dunque, riepilogando le informazioni forniteci dal Laudisio e dal Tancredi, Gennaro Eboli del Porto di Sapri era chierico nel 9 maggio 1714, inizia a firmare documenti come primo parroco di Sapri nel 1719, muore molto anziano nel 1805. Inoltre dal Tancredi sappiamo che Gennaro Eboli era figlio di Scipione Eboli e di Giovanna Rosa ed aveva un solo fratello di nome Matteo Eboli. Nel documento che illustro nella Fig…., in seguito – le famiglie del Porto di Sapri che versarono le decime nell’agosto 1719 per la Madonna dei Cordici – tratto a p. 44 dal Gaetani (….), si legge un Giovanni Antonio Rosa. Forse il fratello della Giovanna Rosa, madre di Gennaro Eboli.  Come si può leggere nel documento dell’agosto del 1719, i cognomi delle famiglie di Sapri o “Portus Saprorum”. Si possono leggere i nomi di alcuni Eboli. Si leggono i nomi di Eboli: Giuseppe, Scipione, Biasi Antonio, Nicola, Francesco, Pietro. Dunque, secondo il documento del 9 maggio 1714, il chierico Gennaro Eboli del Porto di Sapri si presentò al Vescovo. Mi chiedo quanti anni poteva avere Gennaro Eboli ?, una ventina ? ciò potrebbe significare che in un improbabile registro delle anime egli sia nato intorno al 1694.Purtroppo per risalire alla nascita di Gennaro Eboli non è possibile consultare i registri delle nascite per gli anni antecedenti al XVIII secolo perchè essi non esistono. Possiamo vedere di individuare l’atto di morte. Sappiamo che don Gennaro Eboli morì molto vecchio. Purtroppo anche per il documento di morte del 1805 non si trova. Nell’Archivio di Stato di Salerno troviamo i registri dei “morti” per il Comune di “Torraca” dal 1809. Riguardo “Sapri” si trovano i registri dello “Stato della Restaurazione” dove troviamo i registri più antichi di Sapri ma i primi, i “nati” risalgono al 1822. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 40, in proposito aggiungeva che: “La popolazione di Sapri s’incrementò rapidamente nell’arco di due secoli, tanto da superare i 7.000 abitanti. Infatti, dallo stato d’anime, il nucleo saprese documentava 345 unità nel 1714 e 414 nel 1719 (36). Quindi saliva a 508 nel 1726, a 1046 nel 1757 e a 1131 nel 1761 (37)”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (36) postillava che: “(36) Gaetani Rocco, o.p., p. 41.”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (37) postillava che: “(37) A.D.P.: SS. Visite Pastorali di A. De Robertis (Vis. Portus Saprorum)(ann. 1726) e di G.B. Minucci (ann. 1757 e 1761).”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, parlando di Sapri e sulla scorta di Rocco Gaetani (…), a p. 41 in proposito scriveva che: “Da uno stato d’anime del 1714, riportato integralmente dal Parroco D. Daniele Mangia nelle visite Pastorali di Mons. De Robertis, conosciamo che in Sapri vivevano 345 persone, distinte in 65 famiglie, da un minimo di due ed un massimo di 12 membri ciascuna (39).”. Il Tancredi (…), a p. 41, nella sua nota (39) postillava che: “(39) A.D.P.: SS. Vis. Past. di A. De Robertis (9-10) maggio 1714): – Le famiglie denominate, coi rispettivi membri, erano, per casati e cognomi (ceppi genealogici) 32, e cioè: Cannella 2, Nicodemo 1, Calderaro 8, Eboli 6, Cavaliere 1, ecc….(Segue stato completo delle famiglie predette). Nella nota è aggiunto “oltre tre case che dicon esser dè Bonati, e ne pagano la decima”. Il numero dei membri, in assoluto, per famiglie, distinte in casati, è: Barra 8, Bello, 25, ecc…, Eboli 13, ecc…”. Poi a pp. 42-43 il Tancredi riporta uno specchietto con “Lo Stato d’anime di Sapri nel 1714”. Sempre il Tancredi a p. 47, parlando della popolazione e delle famiglie sapresi nel 1714 a seguire, in proposito scriveva che: “Questo nucleo originario comprendeva 68 famiglie, cioè case abitate o focolari domestici, tenendo conto delle tre case di Vibonatesi; solo 7 famiglie erano senza figli, due gruppi di persone vivevano per conto proprio, non coniugati. Le donne vedove, con relative famiglie, erano 8. I casati, distinti dai cognomi, erano 43, come già detto alla nota n. 13. Le origini, come appare chiaramente, erano di Torraca e di Vibonati; qualcuno, come i Maimone e gli Schettino, erano di Trecchina o di Maratea. Ecc..”. Dunque, secondo l’antico documento del 1714: “lo stato d’Anime” citato dal Gaetani e poi dal Tancredi, a Sapri si contavano 13 membri in assoluto della famiglia Eboli. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 71, in proposito scriveva pure che: “Tutto venne eseguito con Bolla Vescovile del 1à settembre 1719 e con strumento rogato dal Notaio Gian Pietro Biscardo di Vibonati (49). ……il primo Parroco fu Don Gennaro Eboli, coadiuvato da Don Francesco Mileo (51).”. Sempre il Tancredi (…) a p. 71 scriveva che: “Don Gennaro Eboli era nativo di Sapri e si era già presentato al Vescovo, recatosi in Visita pastorale a Torraca il 9 maggio 1714, per essere ordinato suddiacono. Nella Pentecoste del 5 giugno 1729, il clero di Sapri aveva, oltre ai due sacerdoti nominati, anche un Diacono, Don Giovanni Battista Calderaro, e due chierici, Biagio La Corte e Antonio Mileo…..La vita del primo parroco di Sapri Don Gennaro Eboli, figlio di Scipione e di Giovanna Rosa, fu molto lunga, perchè si protrasse per oltre un secolo. Ebbe una fibra vigorosa e guidò il popolo, che era in continuo aumento: la popolazione, infatti, saliva da 414 a 1500 unità. Potette redigere di proprio pugno, con scrittura ampia, chiara e ferma tutti i documenti fino al 1805, anno di sua morte.“. Sempre il Tancredi a p. 74 nell’elencare i parroci di Sapri scriveva che: “D. Gennaro Eboli 1719-1805; D. Biagio Antonio La Corte 1806-1818; D. Giovanni Eboli 1819-1834; D. Antonio Eboli 1834-1835; D. Nicola Timpanelli 1836-1857; D. Pietro Timpanelli 1858-1914 ecc…”. Sempre il Tancredi a p. 75, parlando dei “Sacerdoti di Sapri” scriveva che: D. Gennaro Eboli 1692-1805; ecc…”. Dunque, secondo il Tancredi il primo parroco di Sapri, Don Gennaro Eboli nacque nel 1692 e morì nel 1805.

Nel 1 settembre 1719, Sapri contava 414 abitanti

Riguardo la popolazione di Sapri nel 1719, ha scritto il sacerdote Rocco Gaetani (….) di Torraca. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio”, pubblicato nel 1914, parlando delle origini di Sapri e dei Sapresi, a p. 11 (si veda l’altro a p. 289), in proposito scriveva che: “Dopo cinque anni (1° settembre 1719) il porto di Sapri contava 414 abitanti “ad numerum quatuor centum quatuordecim insimul cohabitantibus”ecc…”. Il Gaetani, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, parlando del “Porto di Sapri” e delle sue origini a pp. 42-43-44 e, riferendosi alla Cappella di San Giovanni Battista a Sapri, in proposito scriveva che: “Nè deve ignorarsi; ……dovuta al nostro barone Dezio Palamolla, ecc….; e che la cappella di S. Giovanni fu fatta costruire anche dal nostro barone, con sussidii, a fine di tenerla nelle domeniche aperta al culto, mantenutovi dal nostro Clero (1), a cui fino al 1719, i buoni sapresi pagarono le decime (2).”. Il Gaetani (….), parlando della cappella di San Giovanni Battista a Sapri, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Visitatio Felicei etc. Cappella S.ti Joannis: Haec Cappella constructa in maritma Portus Saprorum a D. Barone Turracae, tunc quando erat Dominus illius Feudi, celebratur ibidem singulis Dominicis diebus cun congrua elemosyna. Cappella est competenter ornata cum omnibus necessariis, nempe calice planeta ecc…”. Poi, sempre il Gaetani (….) a p. 44 nella sua nota (2) postillava il documento di seguito riportato dell’immagine della Fig….che, è intitolato: “(2) Decime di quest’anno finito ad Agosto 1719 Procuratore in detto Anno il Rev. D. Gaetano Magaldo, ecc…” :

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(Fig…) Decime versate dai Sapresi del Porto di Sapri nel 1719 – da Gaetani Rocco (…)

Per questo documento del 1719, il sacerdote Luigi Tancredi ne parla a p. 55 nella sua nota (7). Tancredi parlando di “San Giovanni Battista” a Sapri in proposito nella sua nota (7) a p. 55 postillava che: “A.D.P.: SS. Visit. Past. di A. De Robertis (anno 1714). D. Gaetano Magaldi paga dal servizio di S. Giovanni Biase Magaldi carlini 6 per la vigna delle Cannicelle. Nel 1719 il Procuratore D. Gaetano Magaldo riceve le decime del Porto di Sapri da Filippo Calderaro ecc..ecc…”. Come si può leggere nel documento dell’agosto del 1719, i cognomi delle famiglie di Sapri o “Portus Saprorum”. Si possono leggere i nomi di alcuni Eboli. Si leggono i nomi di Eboli: Giuseppe, Scipione, Biasi Antonio, Nicola, Francesco, Pietro. Riguardo questo documento e notizia del 1719, il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 55, nella sua nota (7) postillava che: “Nel 1719 il Procuratore D. Gaetano Magaldo riceve le decime del Porto di Sapri da Filippo Calderaro, ecc…Eboli ecc…”.

Nel 1720, Sapri eretto a Comune

Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo testo “Sapri giovane e antica”, a pp. 86-87-88 in proposito scriveva che: “L’erezione a Comune del Villaggio di Sapri, distinto da quello di Torraca, avvenne quasi certamente nel 1720, quale Terra o Università. Lo si deduce dai primi sigilli municipali, rinvenuti tra i carteggi vescovili, precisamente nei documenti delle Sacre Ordinazioni dei chierici, relativamente alla compilazione del Sacro Patrimonio (3) ecc…”. Il Tancredi (…), a p. 86, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il sacro patrimonio consiste in un appannaggio che la famiglia, per legge ecclesiastica, deve assegnare ad un suo membro, che intendediventare sacerdote a servizio del popolo di Dio, in modo che egli possa esercitare il sacro ministero senza preoccupazione d’interessi terreni.”.

Nel 1720, Sapri (“Marina di Torraca”), eretto a Comune, apparteneva alla Contea di Policastro o alla Baronia di Torraca ?

Riguardo i Palamolla, baroni di Torraca ed il territorio di Sapri ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “….e, nel 1776, da questi il feudo passò nelle mani del figlio Vespasiano, che prese per moglie Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Nel 1805, morto Vespasiano diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla ecc…”. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Dopo la descrizione del complesso ritorniamo ai Moscati e precisamente a Teresa, figlia di Giuseppe ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 di gennaio 1771 che il 20 agosto del 1795 sposò Vespasiano Palamolla, barone di Torraca. Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846. …….ed arriviamo a Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone di Torraca e marchese di Poppano fu don Francesco, cavaliere di giustizia del Sovrano Ordine di Malta, morto il 19 di febbraio del 1910 a Napoli. I titoli nobiliari della famiglia passarono poi per successione alla Famiglia Marigliano di Napoli, ereditati da Filippo, duca di Canzano e conte di Marigliano, figlio di Teresa Palamolla. Nicola, Moscati, nato a Napoli, fu il terzo marchese di Poppano, morendo celibe il 13 marzo del 1845, infine ecc…”. Dunque, riguardo il Barone di Torraca nel 1746, doveva essere il barone Vespasiano Palamolla che morì, secondo i Cedolaria ricordati dal Gaetani, l’11 maggio 1774. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “3° Vespasiano Palamolla, terzo Barone, ebbe a moglie donna lucrezia Salone figlia del Barone di Castrocucco. 4° Francesco Palamolla, quarto Barone, prese per moglie donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia; 5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; ecc…. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. E’ molto probabile che il territorio di Sapri, la porzione occidentale ovvero quella che dall’attuale località “Fortino” e fino al Cimitero dipendesse dai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca. Ad un certo punto della storia, e questo però non viene chiarito ne dal Tancredi che dal Mallamaci, il vecchio “Portus Saprorum” diventa “Marina di Torraca” perche tutto il suo territorio apparterrà ai Palamolla, Baroni di Torraca. Francesco Sacco (…) ed al suo “Dizionario Geografico-Istorico-Fisico del Regno di Napoli” che, a pp. 380 381 parlando di Sapri scriveva che: “Sapri, Terra della Provincia di Salerno, ed in Diocesi di Policastro, situata sopra un falso piano bagnata dal Mar Tirreno, d’aria buona e nella distanza di sessantaquattro miglia dalla Città di Salerno, che si appartiene in Feudo alla Famiglia Carafa, Conti di Policastro. Questa terra appellata anticamente ‘Sipron’ ecc….Le cose degne da notarsi in quest’antica terra sono una Parrocchia di mediocre struttura; ed un Porto considerabile per la sua grandezza, avendo due miglia di perimetro, e mezzo miglio di apertura. Questo porto per l’opportunità del luogo, e per non esservene altro da Messina sino a Castellammare dovrebbe ristaurarsi. Ecc…”. Pietro Ebner (9), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” parlando di Sapri dopo la Congiura dei Baroni a p. 592, “La famiglia Carafa posedeva ancora la contea nel 700 il 3 ottobre 1770 la figlia di Gerardo Carafa e della congiunta Ippolita Carafa, Teresa, ebbe quale unica erede intestato Policastro con titolo di Conte, Forli con titolo di duca (il titolo era stato trasferito su Ispani con diritto al villaggio di denominarsi Forli), Libonati (Vibonati), Sapri e Santa Mericina o Marina e con i casali di S. Cristoforo e Capitello. Successivamente Teresa Carafa ebbe intestata varie giurisdizioni delle terre di Bosco, S. Giovanni a Piro e Torre Orsaia. Teresa aveva sposato il congiunto Gennaro Carafa, Principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo. Costui aveva avuto discendenza maschile da Silvia, per cui il primogenito Vincenzo divenne erede dei feudi della Roccella e il primogenito delle seconde nozze, Gerardo, ebbe titoli e feudi di Policastro.”. Dunque, secondo quanto scriveva Pietro Ebner, Gerardo Carafa della Spina, e Ippolita Carafa, ebbero come figlia Teresa che aveva sposato Gennaro Carafa, Principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo di Calabria. Scrive sempre l’Ebner che Gerardo Carafa della Spina era il figlio primogenito delle seconde nozze di Gennaro Carafa, Principe di Roccella con ……..Il Principe Don Gerardo Carafa della Spina (* 6-11-1702 + 16-6-1764), Principe del S.R.I., 6° Duca di Forli e 10° Conte di Policastro dal 1728, Patrizio Napoletano, e amministratore del Ducato di Chiusa per conto della moglie; il 20-1-1725 ottenne che il titolo di Duca di Forli (feudo venduto) passasse sul casale di Ispani e che questo cambiasse il suo nome in Forli; fece una permuta l’11-8-1733 dei casali di Vibonati e Sapri con la famiglia Pignone. Dunque, il passaggio è interessante perchè vi è scritto che il conte di Policastro, Gerardo Carafa, l’11 agosto 1733 permutò con la famiglia Pignone i fondi di Vibonati e di Sapri. Dunque, secondo questa notizia, il conte di Policastro, il Principe Gerardo Carafa della Spina, prima dell’11 agosto 1733 era proprietario dei casali di Vibonati e di Sapri. Per quanto riguarda il casale di Sapri, che appunto all’epoca risultava come dice l’Ebner (….), nel Catasto di Policastro, il Principe Gerardo Carafa della Spina, doveva essere padrone di una parte del suo territorio.

Nell’11 agosto 1733, Gerardo Carafa della Spina, Conte di Policastro permutò con i Pignone i casali di Vibonati e di Sapri

Nel ‘Libro d’Oro della Nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: il Principe Don Gerardo Carafa della Spina (* 6-11-1702 + 16-6-1764), Principe del S.R.I., 6° Duca di Forli e 10° Conte di Policastro dal 1728, Patrizio Napoletano, e amministratore del Ducato di Chiusa per conto della moglie; il 20-1-1725 ottenne che il titolo di Duca di Forli (feudo venduto) passasse sul casale di Ispani e che questo cambiasse il suo nome in Forli; fece una permuta l’11-8-1733 dei casali di Vibonati e Sapri con la famiglia Pignone. Dunque, il passaggio è interessante perchè vi è scritto che il conte di Policastro, Gerardo Carafa, l’11 agosto 1733 permutò con la famiglia Pignone i fondi di Vibonati e di Sapri. Dunque, secondo questa notizia, il conte di Policastro, il Principe Gerardo Carafa della Spina, prima dell’11 agosto 1733 era proprietario dei casali di Vibonati e di Sapri. Per quanto riguarda il casale di Sapri, che appunto all’epoca risultava come dice l’Ebner (….), nel Catasto di Policastro, il Principe Gerardo Carafa della Spina, doveva essere padrone di una parte del suo territorio. Pietro Ebner (9), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” parlando di Sapri dopo la Congiura dei Baroni a p. 592, “La famiglia Carafa posedeva ancora la contea nel 700 il 3 ottobre 1770 la figlia di Gerardo Carafa e della congiunta Ippolita Carafa, Teresa, ebbe quale unica erede intestato Policastro con titolo di Conte, Forli con titolo di duca (il titolo era stato trasferito su Ispani con diritto al villaggio di denominarsi Forli), Libonati (Vibonati), Sapri e Santa Mericina o Marina e con i casali di S. Cristoforo e Capitello. Successivamente Teresa Carafa ebbe intestata varie giurisdizioni delle terre di Bosco, S. Giovanni a Piro e Torre Orsaia. Teresa aveva sposato il congiunto Gennaro Carafa, Principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo. Costui aveva avuto discendenza maschile da Silvia, per cui il primogenito Vincenzo divenne erede dei feudi della Roccella e il primogenito delle seconde nozze, Gerardo, ebbe titoli e feudi di Policastro.”. Dunque, secondo quanto scriveva Pietro Ebner, Gerardo Carafa della Spina, e Ippolita Carafa, ebbero come figlia Teresa che aveva sposato Gennaro Carafa, Principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo di Calabria. Scrive sempre l’Ebner che Gerardo Carafa della Spina era il figlio primogenito delle seconde nozze di Gennaro Carafa, Principe di Roccella con ……..

Nel 1739, a Sapri in località S. Martino vi erano beni e le dipendenze dell’antico Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano passati poi alle dipendenze del Monastero certosino di S. Lorenzo di Padula

Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nella sua “Sapri giovane e antica”, a p. 93 parlando di Sapri e dei documenti conservati nei Catasti Onciari dell’Archivio di Stato di Napoli, per il 1742 ci parla di un altro interessante documento (“Rivela”) del 1739 ed in proposito scriveva che: “Nel medesimo Volume n. 4342 dei Catasti Onciari, per l’anno 1742, si trova la Rivela riguardante la Grancia di Policastro per i beni posseduti in Sapri. Riportiamo per estratto: “Io Fr’ Placido M. a Cirino, Certusino Laico del Monistero di S. Lorenzo della Padula, Attual Granciero della Grancia di Policastro….rivelo come fra li beni che essa Grancia possiede, tiene un territorio di capacità (ettari ?) cento incirca, sito nelle Pertinenze della Terra di Sapri, e perciò alli Deputati di detta Terra di Sapri fò la pres.te mia Rivela di detto territorio chiamato vulgarmente S.to Martino, quale l’anno 1739 con….fu detto Territorio tutto censuato a Censo emfiteutico per annui docatiSi come per Istrumento rogato con tutte le solite solennità, per mano di Not.ro Gio. Ant. Brandi…”. La citazione del Tancredi di una ‘Rivela’ dove si descrivono le proprietà della Grancia del Monastero di S. Francesco di Policastro è interessante perchè in esso vi è la prova che ancora nel 1739 vi erano a Sapri possedimenti di proprietà e dipendenza della “Grancia” o Monastero di S. Francesco di Policastro, Grancia del Monastero di S. Lorenzo di Padula. Sappiamo che il Monastero della Certosa di S. Lorenzo di Padula possedeva i beni dell’antica Abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano e con questi beni passarono al Monastero di S. Lorenzo di Padula alcune “grancie” che appartenevano all’antico Monastero italo-greco di Rofrano. Il documento del 1731 citato dal Tancredi (….), conservato nei Catasti Onciari dell’Archivio di Stato di Napoli è firmato, è una dichiarazione del “grancero”, “Io Fr’ Placido M. a Cirino, Certusino Laico del Monistero di S. Lorenzo della Padula, Attual Granciero della Grancia di Policastro…”, che: “rivelo come fra li beni che essa Grancia possiede, tiene un territorio di capacità (ettari ?) cento incirca, sito nelle Pertinenze della Terra di Sapri, e perciò alli Deputati di detta Terra di Sapri fò la pres.te mia Rivela di detto territorio chiamato vulgarmente S.to Martino, quale l’anno 1739 con….fu detto Territorio tutto censuato a Censo emfiteutico per annui docatiSi ecc…”e che tale dichiarazione “come per Istrumento rogato con tutte le solite solennità, per mano di Not.ro Gio. Ant. Brandi…”. Dunque, secondo il documento rogato dal Notaio Giovanni Antonio Brandi di Vibonati, oggi conservato nel Volume n. 4342 dei Catasti Onciari, per l’anno 1742, ci parla dei bani posseduti nel 1739 a Santo Martino a Sapri posseduti dalla grancia di Policastro dipendente dal Monastero di S. Lorenzo di Padula. Il documento ci dice che questi beni e terreni siti a Santo Martino a Sapri erano stati affittati (a censo emfiteutico). Il “granciero” di Policastro, il Certusino laico del Monastero di S. Lorenzo di Padula, granciero della grancia di Policastro, frate Placido M. a Cirino, dichiarava i beni posseduti in Sapri dalla Grancia di Policastro. La Grancia di Policastro era il Monastero di S. Francesco d’Assisi, grancia del Monastero Certosino di S. Lorenzo di Padula al quale erano passati tutti i beni dell’antico Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, in seguito di S. Maria di Grottaferrata di Tuscolo, poi in seguito passata all’Arcamone per vendita e poi in sguito ancora passati al monastero di Padula. Nel 26 ottobre 1728, la Certosa di S. Lorenzo a Padula acquistò Montesano e il monastero basiliano di S. Pietro al Tomusso dall’Abbazia italo-greca di Grottaferrata a Grottaferrata, un tempo Grancia del monastero italo-greco di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano. E’ con l’acquisto del Monastero di S. Pietro al Tumusso che la Certosa di Padula diviene proprietaria di tutti i beni che un tempo appartenevano ai due Monasteri di Rofrano e di S. Giovanni a Piro. Infatti, il frate certosino del monastero di Policastro di cui parla il documento dipendeva dalla Certosa di Padula. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 339 parlando di Policastro in proposito scriveva che: “A Policastro, oltre quella di S. Giovanni a Piro, vi era una grancia di S. Lorenzo di Padula (55).”. Ebner a p. 339, nella sua nota (55) postillava che: “(55) Sacco cit., I, p. 97, col. 2.”. Ebner si riferiva al testo di Antonio Sacco (…) ed il suo ‘La Certosa di Padula disegnata, descritta e narrata su documenti inediti, con speciale riguardo alla topografia, alla storia e all’arte della contrada’. Il documento citato dal Tancredi è interessantissimo anche per Sapri e per il suo territorio perchè è la testimonianza che molti beni presenti nel territorio saprese non appartenevano alla Baronia dei Carafa o dei Palamolla ma erano dipendenze dell’antichissimo Monastero italo-greco di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano. Da Domenico Martire (….), però leggiamo che a Sapri vi era una grancia detta di “13. S. Nicola a Sapri”. Inoltre riguardo Policastro il Martire (….), riporta “12. S. Benedetto a Policastro” e non riporta il Monastero di S. Francesco. Dunque, il granciero che faceva la dichiarazione al Catasto nel 1731 a quale grancia o monastero dipendeva ? Di sicuro era un Monastero di Policastro e di sicuro gestiva un Monastero grancia o dipendenza di S. Lorenzo di Padula. Domenico Martire (…) nel 1877, a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, e cioè: …….1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo nel territorio di Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, il Martire (….), oltre ad elencare per Policastro, la “grancia” di “6. S. Matteo nel territorio di Policastro”, che era una grancia dell’antico monastero di S. Maria di Rofrano, elenca pure alcune grancie o dipendenze dell’antico Monastero di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro che pure era grancia di S. Maria di Rofrano. Il Martire (….) a p. 151 elenca “11. Monastero di S. Giovanni a Pera, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepe di Roma:”, e quindi elenca “13. S. Nicola a Sapri” e pure “12. S. Benedetto a Policastro”. Il Martire aggiunge anche “14. S. Fantino alla Torraca”. Dunque, secondo il Martire (…) che scriveva anche sulla scorta del Di Luccia (….), a Sapri vi erano due grangie, quella di S. Nicola e quella di S. Fantino, entrambi grangie del monastero di S. Giovanni a Piro che a sua volta era una grangia del monastero di S. Maria di Rofrano. A Sapri, l’antica località di S. Martino è localizzata al di sopra della località “Fortino” e si estende fino alla località “Pietradame“. Vi passa pure l’antica via interpoderale S. Paolo che arrivava pare fino a Policastro. Come forse voleva e si riferiva il Corcia (13) nel 1874 e, poi anche Gallotti (6), sull’area adiacente e a ridosso del Seminario ‘Fanuele’, da cui si può vedere Sapri, e delle colline degradanti della contrada ‘S. Martino’, sopra Sapri, insiste una grande necropoli antichissima. Alla luce di queste considerazioni andrebbe ulteriormente indagata e rivista tutta la politica archeologica delle autorità sapresi e della Soprintendenza della Campania, al fine di mettere in luce e di meglio valorizzare tutta l’area archeologica compresa fra il Seminario ‘Fanuele’ e ‘Madonna dei Cordici’, e le colline che degradano fino ai versanti sapresi delle contrade di ‘Fortino’, di ‘S. Martino’ e forse ‘Fenosa’. L’attuale documentazione dei rinvenimenti in quell’area, attesta e conforta la tesi di una città sepolta e scomparsa tesi questa suffragata dagli innumerevoli ritrovamenti puntualmente occultati dalle stesse autorità che, forse timorosi di non potere attuare le loro politiche clientelari, hanno preferito girarsi dall’altra parte. Non si capisce per quale motivo le residenze dei Carabinieri di Sapri, fossero state costruite in località S. Martino, in un area scarsamente urbanizzata e distante dal locale centro abitato. Le evidenze e le notizie delle non scarse testimonianze archeologiche in quell’area, fanno ritenere ad un piano criminoso tendente ad occultare invece che valorizzare. Lo studioso locale, Josè Magaldi (5), nel 1928, su incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, in occasione delle opere e lavori che portavano a compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, scrisse un libretto rimasto indedito e di cui possediamo la copia originale donataci dall’autore: Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni’. Il Magaldi (6), riprendendo alcuni passi del Gallotti (6), disserta fra le numerose notizie – sulle origini di Sapri ed in proposito alla città d’Avenia di cui ha sempre parlato la tradizione orale popolare, scriveva:  La collina rocciosa che da Santa Domenica a Santo Martino scende al mare e si estende fino al Faro ‘Pisacane’ e alla ridotta del Fortino era segnalata dai vecchi del luogo, fino al secolo scorso, come il punto dove in antichi tempi, sorgeva una città antica che impropriamente essi chiamavano l’antica città di Avenia, ma che giustamente ritenevano sommersa, giacchè la denominavano anche “la città dei romani”. Il Magaldi, poi prosegue il racconto scrivendo: “Un viottolo vicinale attraversava quella zona e metteva in comunicazione Sapri  con i paesi circonvicini ed occidentali tra i quali il più importante tra i quali Vibonati colonia dell’antica Vibone dell’Antonini.“.

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Nel 1742, Sapri possidenti in alcuni documenti (“Rivele”) conservate nel Catasto Onciario conservato nell’Archivio di Stato di Napoli

Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a pp. 90-91, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Riteniamo opportuno dare qualche notizia circa i possedimenti nell’anno 1742, come risultano dai Catasti Onciari, volume 4342, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Si tratta delle dichiarazioni catastali o fiscali, rilasciate dagli abitanti della Terra di Sapri. Le così dette ‘Rivele’ sono, appunto, le dichiarazioni fatte dai proprietari circa i redditi e le tasse che versavano all’erario. Il Vol. 4342, oltre alle ‘Rivele’ degli abitanti del posto, contiene anche quelle delle contrade limitrofe (Bonati, Rivello, Lagonegro), dei Sacerdoti di Maratea, della Grancia di policastro ecc…. Di notevole segnaliamo il fascicolo riguardante gli ecclesiastici, ‘secolari cittadini’; da esso risultano i nomi di quattro sacerdoti: D. Antonio Mileo, di anni 33, D. Biagio Lacorte, di anni 28, D. Francesco Mileo, di anni 49, D. Gennaro Eboli, Arciprete di Sapri. Si rileva, inoltre, la denominazione di alcune località, come ‘Brizzi’, ‘Aria del Re’, ‘Tempone’, ‘la Cantina’, ‘il Rosario’, ‘la Difesa’, ‘Cassandra’, ‘il Giardinello’, ‘S. Giovanni’, ‘Ischitelli’, ‘Pali’…ecc….La prima ‘Rivela’ è prodotta da Antonio Lacorte, bracciale, fattore (e forse amministratore) dell’Ecc.mo Sig.r Conte di Policastro. Egli dichiara la consistenza numerica della propria famiglia, i beni mobili ed immobili, i pesi (le tasse), che è tenuto a pagare, e quanto altro concorre a formare i “beni” della famiglia stessa. E’ importante sapere che il Lacorte era certamente benestante ed era padre del Parroco D. Biagio Lacorte. Riportiamo, semplificando, l’elenco dei ‘familiari’: Antonio Lacorte, bracciale, fattore dell’entrade dell’Ecc.mo Sig.r Conte di Policastro, di anni 50; Moglie Laura Pasquale, di anni 48; Primo figlio il Sacerdote Biagio, di anni 28; Serafina, maritata, di anni 24; Macario, accasato, bracciale, abita meco, di anni 21; Giovanni Aloise, figlio malsano, di anni 17; Bartolomeo, figlio, custode di capre, di anni 13; Giovanna, figlia in capillis, di anni 11 (“in capillis”, s’intende nubile); Pietro Illò ecc….Le ‘Rivele’ iniziano con una frase che si ripete ecc…Di notevole importanza è il fascicolo riguardante la Rivela del Parroco, sotto il titolo “Chiesa Parrocchiale di Sapri”, si legge: “Rivelo io D. Biagio Lacorte, Procuratore di questo Reverendo Clero di questa Parrocchial Chiesa sotto il titolo della SS.ma Concezione della Beata Vergine, come detta Chiesa non possiede Beni stabili per essere stata eretta da quindici anni in circa, cosa che ancora non è completa di fabbrica, anzi scarsissima di utensili, solamente possiede…..In detta Rivela si parla, tra l’altro di Messe da celebrare per la somma di un carlino di elemosina per ogni Messa, come si evince dall’istrumento rogato dal Notar Giovanni Pietro Ricciardo della Terra di Bonati nell’anno 1719. E’ specificato il numero delle Messe (470) per li sopra donatori della Chiesa. Si parla anche delle quantità di grano che si paga alla Rev.ma Mensa Vescovile di Policastro. Questa è l’ultima annotatazione della Rivela riguardante i beni della Chiesa Parrocchiale non ha altri Altari, se non che il solo Altare maggiore, ancora non perfezionato. Vi sono, bensì, in questo tenimento di Sapri la cappella di San Giovanni, amministrata dal Reverendo Clero di Torraca, v’è altresì la cappella del SS. Rosario, amministrata dal Reverendo Canonico Domenico Cavalieri, la cappella di S. Antonio di Padova, anche anmministrata dal Rev.do Clero di Torraca, per essere fondata da benefattori prima dell’erezione di questa Chiesa Parrocchiale, ed altra cappella di S. Giovanni Battista (8) amministrata dalli Revv. di PP. di S. Francesco di Paula del convento di Bonati, per le rendite dei quali mi rimetto alla Rivela dell’Amministratore di essa….”.

Nel 1742, Sapri nella “Rivela” di Antonio La Corte, fattore del Conte di Policastro Girardo Carafa della Spina

Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a p. 92, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Notevole è pure il fascicolo che contiene la Rivela fatta da Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro, in qualità di fattore, ma è molto difficile la decifrazione della grafia. Comunque, è certo che all’inizio si parla dell’ubicazione geografica del Porto di Sapri e delle sue ultime vicende storiche, riferite allo smembramento della Contea di Policastro. Ne riportiamo qualche stralcio per intenderne l’importanza. “Antonio La Corte della Terra di Sapri, Erario dell’E.ma Casa del Sig.re Principe D. Girardo Caraffa, Conte di Policastro, Cavaliere Napolitano, et habitante in detta Città di Napoli, rivela come, quantunque il Feudo del med.mo dovesse andar compreso con la Città di Policastro, e nel Catasto si forma dalla med.ma, nò cadesse più proprio, il Rivelo delli suddetti beni sì esser fatto Sapri corpo compreso nella Contea di detta Città, e nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra, nulla però di meno, affinchè restino separatamente Rivelate, et adempita la mente di S. M. (ch’Iddio guardi) Rivela possedersi da detto Ecc.mo Sig.re li seguenti beni propri, e li infrascribe Redditi senza recare menomo pregiudizio alle rag.ni di detta città, e sono …” (Firma).”. Dunque, come scriveva il Tancredi presentandoci dei documenti “Rivele” che riguardavano il Conte di Policastro, si può vedere come nel 1742 (il documento è conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli – Catasto Onciario) risultava sotto il dominio del Conte Gerardo Carafa di Policastro tutta la fascia costiera “…la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, ecc…”. Dunque, la marina o la fascia costiera che si estendeva dai confini di Camerota, volgarmente detta “Li Marcellini” fino al Canale di Mezzanotte, confine con la Basilicata. Nel Libro d’oro della nobiltà napoletana, alla voce Carafa troviamo: H4. Principe Don Gerardo Carafa della Spina (* 6-11-1702 + 16-6-1764), Principe del S.R.I., 6° Duca di Forli e 10° Conte di Policastro dal 1728, Patrizio Napoletano, e amministratore del Ducato di Chiusa per conto della moglie; il 20-1-1725 ottenne che il titolo di Duca di Forli (feudo venduto) passasse sul casale di Ispani e che questo cambiasse il suo nome in Forli; fece una permuta l’11-8-1733 dei casali di Vibonati e Sapri con la famiglia Pignone. Dunque, il passaggio è interessante perchè vi è scritto che il conte di Policastro, Gerardo Carafa, l’11 agosto 1733 permutò con la famiglia Pignone i fondi di Vibonati e di Sapri. Sempre il Tancredi (….), proseguendo il suo racconto ci presenta un altro accertamento del Catasto Onciario del 1742 ed in proposito scriveva che:  “Alla precedente Rivela segue dichiarazione a parte, quasi un accertamento compiuto su quanto dichiarato dal detto Antonio Lacorte: “Facciamo piena, ecc…” :

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(Fig….) Tancredi Luigi (…) – Rivela di Antonio La Corte, segretario del Conte Carafa

Nel 1745, Sapri era abitata da 500 persone

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucania‘, del 1745, nella sua prima versione curata da Guglielmo Goesio (…), così descrive Sapri: “nelle campagne intorno al Porto e Marina di Vibonati (che sono deliziosissime) abitano sparsamente da 500 persone, che le coltivano assai bene, specialmente per le viti e fichi e olivi,oltre di quei che sono addetti alla pesca, che vi è abbondantissima e di squisito sapore.” (….). Il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nella sua ‘Lucania’, così descrive le preesistenze che vide in località Santa Croce a Sapri, tra cui le ‘Pilae’, in proposito a p….. scriveva che:  “Il porto, ch’è di figura semicircolare, ha quasi due miglia di circonferenza, e la sua bocca è di circa mezzo miglio, guardando per dritto a mezzo giorno; quindi è, che spirando quei venti, i legni non sono sicuri nel porto. Avevano a questo difetto rimediato gli antichi (che ben il conobbero) col fare un gran riparo di scogli all’imboccatura di esso, che ricevendo di fronte gli urti delle tempestose onde, faceva, che al di dentro tutto stasse in calma: di questo riparo pochissimo oggi n’è rimasto, ed appena si vede sott’acqua, essendo il di più stato consumato, e roso; ma se mai al Governo piacesse di fare stendere un piccolo braccio, o di scogli, o di fabbrica verso la Torre chiamata Buondormire, che sta ad occidente, lo che costerebbe pochissimo, si farebbe allo Stato ed a’ forestieri ancora un gran benefizio, perché i navilj, che vanno, o vengono da Calabria, da Sicilia, da Puglia, da Malta, avrebbero ove ricoverarli; non essendoci adesso da Messina fino a Baja porto né così capace, né più opportuno; ed in tal caso converrebbe ancor nettar il porto stesso, che presentemente…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 40, sulla scorta del Gaetani in proposito aggiungeva che: “La popolazione di Sapri s’incrementò rapidamente nell’arco di due secoli, tanto da superare i 7.000 abitanti. Infatti, dallo stato d’anime, il nucleo saprese documentava 345 unità nel 1714 e 414 nel 1719 (36). Quindi saliva a 508 nel 1726, a 1046 nel 1757 e a 1131 nel 1761 (37)”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (36) postillava che: “(36) Gaetani Rocco, o.p., p. 41.”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (37) postillava che: “(37) A.D.P.: SS. Visite Pastorali di A. De Robertis (Vis. Portus Saprorum)(ann. 1726) e di G.B. Minucci (ann. 1757 e 1761).”.

Nel 31 maggio 1746, Giovanni Antonio Brando vendeva la Cappella di S. Vito

Forse vi è una relazione con la recente pubblicazione fatta dall’amico Domenico Smaldone, che ha pubblicato alcuni documenti che attestano la vendita di un’altra cappella, la Cappella di S. Vito che il barone Giovanni Antonio Brando di Torraca vendeva il 31 maggio 1746. Chi era il barone Giovanni Antonio di Torraca ?. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “Nel 1658, a due anni dalla terribile peste che, come tutti gli altri paesi del Cilento decimò anche qui la scarsa popolazione, subentrò nel dominio del feudo Vespasiano Palamolla, che ebbe per moglie donna Lucrezia Salone, figlia del barone di Castrocucco. A Vespasiano successe, nel 1710, Francesco Palamolla, che sposò donna Lucrezia Bruno, dei Baroni di Santa Lucia e, nel 1776, da questi il feudo passò nelle mani del figlio Vespasiano, che prese per moglie Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Nel 1805, morto Vespasiano diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla ecc…”. Dunque, riguardo il Barone di Torraca nel 1746, doveva essere il barone Vespasiano Palamolla che morì, secondo i Cedolaria ricordati dal Gaetani, l’11 maggio 1774. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “3° Vespasiano Palamolla, terzo Barone, ebbe a moglie donna Lucrezia Salone figlia del Barone di Castrocucco. 4° Francesco Palamolla, quarto Barone, prese per moglie donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia; 5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; 6° Biagio Palamolla, sesto Barone, ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze Donna Mariana Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc..”.

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Nel 1747, il Troyli ci parla del porto di Sapri

Nel 1747 il Troyli (…), nel suo “Istoria generale del Reame di Napoli”, vol. I a p. 59 ci descrive il porto di Sapri

(Fig….) Troyli (…), op. cit., vol. I, p. 59

Nel 1764, parte del territorio di Sapri apparteneva a Teresa Carafa della Spina, Contessa di Policastro

Dopo la ‘Congiura dei baroni‘ e, la fellonia di Ferrante d’Aragona e, l’arresto e la decapitazione del Petrucci, il 25 ottobre 1496, la Contea aragonese di Policastro e quindi anche Sapri, furono avocate al fisco per fellonia e poi concessa da Re Ferrante d’Aragona a Giovanni Carafa (2). Pietro Ebner (9), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” parlando di Sapri dopo la Congiura dei Baroni a p. 592, “La famiglia Carafa posedeva ancora la contea nel 700 il 3 ottobre 1770 la figlia di Gerardo Carafa e della congiunta Ippolita Carafa, Teresa, ebbe quale unica erede intestato Policastro con titolo di Conte, Forli con titolo di duca (il titolo era stato trasferito su Ispani con diritto al villaggio di denominarsi Forli), Libonati (Vibonati), Sapri e Santa Mericina o Marina e con i casali di S. Cristoforo e Capitello. Successivamente Teresa Carafa ebbe intestata varie giurisdizioni delle terre di Bosco, S. Giovanni a Piro e Torre Orsaia. Teresa aveva sposato il congiunto Gennaro Carafa, Principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo. Costui aveva avuto discendenza maschile da Silvia, per cui il primogenito Vincenzo divenne erede dei feudi della Roccella e il primogenito delle seconde nozze, Gerardo, ebbe titoli e feudi di Policastro.”. Nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’, leggiamo che: I5. Principessa Donna Teresa Carafa della Spina (* Napoli 17-4-1731 + 17-3-1804), Principessa del S.R.I., 7° Duchessa di Forli, 11° Contessa di Policastro e Duchessa di Chiusa dal 1764 con i feudi di Sapri, Vibonati e Ispani (Forli). = 3-7-1747 Principe Don Gennaro I Carafa Cantelmo Stuart 7° Principe della Roccella.

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(Fig….) Diploma di Teresa Casafa, Contessa di Policastro, Duchessa di Forli (Ispani), Principessa della Roccella – propr. eredi Gallotti – foto Attanasio

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(Fig….)

Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. E’ molto probabile che il territorio di Sapri, la porzione occidentale ovvero quella che dall’attuale località “Fortino” e fino al Cimitero dipendesse dai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca. Ad un certo punto della storia, e questo però non viene chiarito ne dal Tancredi che dal Mallamaci, il vecchio “Portus Saprorum” diventa “Marina di Torraca” perche tutto il suo territorio apparterrà ai Palamolla, Baroni di Torraca. Francesco Sacco (…) ed al suo “Dizionario Geografico-Istorico-Fisico del Regno di Napoli” che, a pp. 380 381 parlando di Sapri scriveva che: “Sapri, Terra della Provincia di Salerno, ed in Diocesi di Policastro, situata sopra un falso piano bagnata dal Mar Tirreno, d’aria buona e nella distanza di sessantaquattro miglia dalla Città di Salerno, che si appartiene in Feudo alla Famiglia Carafa, Conte di Policastro. Questa terra appellata anticamente ‘Sipron’ ecc….Le cose degne da notarsi in quest’antica terra sono una Parrocchia di mediocre struttura; ed un Porto considerabile per la sua grandezza, avendo due miglia di perimetro, e mezzo miglio di apertura. Questo porto per l’opportunità del luogo, e per non esservene altro da Messina sino a Castellammare dovrebbe ristaurarsi. Ecc…”.

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Nel 1805, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno di Napoli”, vol. IX, a p. 192 così scriveva di Torraca:

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Lorenzo Giustiniani (….), scriveva che Torraca: “Fu posseduta dalla famiglia ‘Gambacorta’, ed in oggi dalla ‘Palamolla’ con titolo di ‘baronia‘. Interessante a questo proposito è il documento pubblicato dal Tancredi (….), una “Rivela” ovvero la dichiarazione dei beni privati posseduti dai genitori di un prete che doveva lasciare tutto alla Chiesa. Il documento è interessante perchè rivela: La prima ‘Rivela’ è prodotta da Antonio Lacorte, bracciale, fattore (e forse amministratore) dell’Ecc.mo Sig.r Conte di Policastro. Egli dichiara la consistenza numerica della propria famiglia, i beni mobili ed immobili, i pesi (le tasse), che è tenuto a pagare, e quanto altro concorre a formare i “beni” della famiglia stessa.”. Si tratta della dichiarazione o “Rivela” che fa nel 1742 Antonio Lacorte o La Corte, padre del futuro Parroco di Sapri Biagio Lacorte.

Nell’11 maggio 1774 (o 1776 come scrive il Guzzo ?), Vespasiano Palamolla, 5° barone di Torraca

Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). “. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “…..e, nel 1776, da questi il feudo passò nelle mani del figlio Vespasiano, che prese per moglie Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Nel 1805, morto Vespasiano diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla ecc…”. Dunque, riguardo il Barone di Torraca nel 1746, doveva essere il barone Vespasiano Palamolla che morì, secondo i Cedolaria ricordati dal Gaetani, l’11 maggio 1774. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; ecc….”. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Dopo la descrizione del complesso ritorniamo ai Moscati e precisamente a Teresa, figlia di Giuseppe ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 di gennaio 1771 che il 20 agosto del 1795 sposò Vespasiano Palamolla, barone di Torraca. Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846……..Francesco, il quarto barone di Torraca prese per moglie Lucrezia Bruno dei baroni di Santa Lucia ed arriviamo a Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer avi del medico Santo Giuseppe Moscati, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Dunque, come ha scritto Rocco Gaetani (….), Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca aveva sposato in seconde nozze donna Marianna Caputo dei marchesi di Cerreto. In rete in “Nobili-Napoletani” troviamo che: “Salvatore, marchese della Petrella come erede per la morte di suo padre Giuseppe, sposato ad Ippolita Mascaro, figlia di Luigi († 1812), marchese di Acerno, e di Vittoria Carafa di Montecalvo (1758 † 1792), generarono due figlie femmine: Vincenza, sposata al marchese Ferdinando Rohrlach, Gentiluomo di Camera di S.A.R. l’Infante di Lucca, e Marianna († 1861) sposata al marchese di Poppano Biagio Palamolla (1796 † 1867); con esse questo ramo si estinse.”. Dunque, secondo il sito dei Nobili Napoletani, Marianna Caputo, marchese di Cerreto, morì nel 1861 e fu sposa a Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca e marchese di Poppano, nato nel 1796 e morto nel 1867. Infatti, sul sito è scritto che Biagio Palamolla nasce il 1796, un anno dopo il matrimonio tra il padre Vespasiano Palamolla e la madre Teresa Moscati, marchesa di Poppano.

Melvetti Onofrio, I marchesi di Poppano

Nel 12 dicembre 1778, il primo stemma civico del Comune di Sapri

Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo testo “Sapri giovane e antica”, a pp. 86-87-88 in proposito scriveva che: “L’erezione a Comune del Villaggio di Sapri, distinto da quello di Torraca, avvenne quasi certamente nel 1720, quale Terra o Università. Lo si deduce dai primi sigilli municipali, rinvenuti tra i carteggi vescovili, precisamente nei documenti delle Sacre Ordinazioni dei chierici, relativamente alla compilazione del Sacro Patrimonio (3) in favore dei nuovi ordinati, promossi dal Suddiaconato, i quali dovevano dichiarare al Vescovo i beni ereditati dalla famiglia per poter vivere decorosamente, e stralciati dalla mappa catastale, con la specificazione esatta di fondi, case, rendite, relativi confini e debita autorizzazione civile (4). Ogni Università per distinguersi dalle altre aveva uno stemma civico segnato ed impresso, prima secco, poi ad inchiostro con timbro a fondo nero e disegni bianchi, reca la data del 12 dicembre 1778, usato nei documenti per la promozione agli ordini minori del chierico Giuseppe Lacorte. Il documento reca la firma del Cancelliere Nicola La Corte. Lo stemma, inciso su un disco rotondo, raffigura il mare, con due torri e al centro un uccello con una stella a sei punte in testa e, sotto i piedi, all’orizzonte, una fascia trasversa con la scritta “SAPRI”; intorno, circolarmente, vi è un’altra scritta in latino: EX VARIIS QUASI ELEMENTIS”. Il Tancredi (…), a p. 86, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il sacro patrimonio consiste in un appannaggio che la famiglia, per legge ecclesiastica, deve assegnare ad un suo membro, che intendediventare sacerdote a servizio del popolo di Dio, in modo che egli possa esercitare il sacro ministero senza preoccupazione d’interessi terreni.”. Sempre il Tancredi a p. 86, nella sua nota (4) postillava che: “(4) A.D.P.: ‘Sacre Ordinazioni sacerdotali: Sapri- Vol. I (1778-1829).” :

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(Fig…) Stemma civico del “Comune di Sapri” – disegno tratto da “Sapri giovane e antica” di Luigi Tancredi

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(Fig….) Stemma civico del Comune di Sapri impresso a secco su carta vergata con un timbro metallico

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(Fig….) Stemma civico del “Comune di Sapri” nel Regno delle Due Sicilie – su timbro impresso a secco su carta vergata – documento inedito – foto Attanasio

Su questo sigillo ne parla anche Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia ecc…”, nel suo “Il secolo XVIII, primi segnali di autonomia saprese”, a p. 57 in proposito scriveva che: “Il suo territorio confinerà con i comuni di Vibonati, Torraca e Tortorella. Si fregerà, anche di un proprio stemma (che in seguito verrà cambiato), in cui viene rappresentato il mare del golfo tra due torri che molto plausibilmente rappresentavano: una la “Torre Canale di Mezzanotte”, l’altra, quella scomparsa denominata “Del Buondormire”, e come già citato, questa era ubicata in località Fortino al posto dell’attuale faro. Al centro delle torri vi era un uccello con in testa una stella a sei punte; sotto la scritta “Sapri”. Il tutto è incorniciato dalla frase “EX VARIIS QUASI ELEMENTIS” che esprime l’origine di Sapri, costituito in prevalenza di condizioni e provenienza diversa, quali: Torraca, Vibonati, Tortorella, Santa Marina, Rivello, Policastro e Maratea.”. Fin qui il Mallamaci ripete le stesse cose dette dal Tancredi ma si sbaglia nel dire che le due torri rappresentate nello stemma siano una quella di “Mezzanotte”. La Torre detta oggi di “Mezzanotte”, così detta su google maps a causa della vicinanza con il vicino confine tra la Regione Campania ex “Principatro Citeriore” del Regno delle Due Sicilie e l’attuale Basilicata, anticamente veniva ed era chiamata “Torre Scialandro” come ho cercato di dimostrare in un altro mio saggio. L’altra torre rappresentata è quella che oggi si chiama “Torre Capobianco” e che un tempo l’Antonini chimava “Torre Lubertino” a causa della vicinanza al fiume carsico sotterraneo “Lubertino”. Infatti, le due torri citate chiudevano l’ampia baia del porto naturale di Sapri.

Nel 17 agosto 1781, un documento su Sapri

Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 93 cita un documento del 1781 tratto e conservato nell’Archivio di Stato di Napoli. Il Tancredi a p. 93 dice “Voci di Vettovaglie (9)”. Il Tancredi (…), a pp. 93-94 in proposito scriveva che: “Il documento che segue potrà, in qualche modo, tornare utile alla definizione degli aspetti sociali ed economici del tempo. “In esecuzione dei Reali ordini, facciamo piena, vera ed indubitata fede Noi quì sotto a Croce signata Sindaco ed Eletto della città di Sapri, provincia di Salerno, etiam cum juramento….che il prezzo delle vettovaglie corre della seguente maniera B: Il grano a Carlini quindici il tomolo (10). L’orzo a Carlini otto il tomolo. L’avena a Carlini diciotto lo staio. Il vino a Carlini diciotto la soma. Altra sorta di vettovaglie non si vende presentemente in questa suddetta Terra…. In fede della verità ne abbiamo fatta scrivere la….e Croce signata di nostre proprie mani, firmata dal nostro ordinario Cancelliere e munita col nostro solito universal suggello. Sapri 17 agosto 1781. “Fortunato Timpanelli, Sindaco fa fede come d.o. + Segno di Croce di me ‘Biase’ Magaldi’ Eletto che fò fede come sopra”. Segue il bollo a secco che rappresenta un uccello sull’acqua e con la scritta in giro ‘Comune di Sapri, Provincia di Salerno'”. Il Tancredi a p. 93, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Archivio di Stato di Napoli: B. III/18 – anno 1781”. Dunque, il documento citato dal Tancredi è conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli: Busta III/18 – anno 1781.

Nel 1786, Sapri e Torraca secondo Giuseppe Maria Galanti

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” vol. II, a p. 665 parlando di Torraca in proposito ai Palamolla di Torraca scriveva che:  “Il Galanti (12) scrive che “Torraca” contava ai suoi tempi 1296 abitanti.”. Ebner a p. 665, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Galanti, cit. IV, p. 234.”. Ebner si riferiva al testo di Giuseppe Maria Galanti (….), vol. IV del “Nuova descrizione storica e geografica delle Sicilie”, pubblicata dal 1796 in poi, egli riportava la popolazione dei centri del Cilento e a p. 234 scriveva “Toraca – d. di Policastro, 1296”, dove “d” stava per Diocesi, dunque “Toraca” in Diocesi di Policastro, abitanti 1296. Il Galanti riportava anche e distintamente la popolazione di Sapri che risultava a quei tempi superiore a quella di Torraca e scriveva che: “Sapri, d. di Policastro, 1423”.

Nel 1790, Palazzo Masiello in via Roma oggi via Nicodemo Giudice

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(Fig….) Stemma araldico del 1790 che sormonta il portale di Palazzo Masiello in via Nicodemo Giudice con corte interna

Nel 1795, secondo il Tancredi, Giovanni Schettino, primo Sindaco di Sapri

Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica” a p. 89 elenca i Sindaci del Comune di Sapri citando il primo Sindaco “1) – Giovanni Schettino nel 1795” e il “12) Vincenzo Peluso nel 1852”. Questo Vincenzo Peluso si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”.

Nel 20 agosto 1795, Vespasiano Palamolla, 5° barone di Torraca sposò in prime nozze Teresa Moscati, marchesa di Poppano

Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Dopo la descrizione del complesso ritorniamo ai Moscati e precisamente a Teresa, figlia di Giuseppe ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 di gennaio 1771 che il 20 agosto del 1795 sposò Vespasiano Palamolla, barone di Torraca. Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846……..Francesco, il quarto barone di Torraca prese per moglie Lucrezia Bruno dei baroni di Santa Lucia ed arriviamo a Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “A Vespasiano successe, nel 1710, Francesco Palamolla, che sposò donna Lucrezia Bruno, dei Baroni di Santa Lucia e, nel 1776, da questi il feudo passò nelle mani del figlio Vespasiano, che prese per moglie Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Nel 1805, morto Vespasiano diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla ecc…”. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; Ecc..”. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”.

Nel 1797, Sapri era abitata da circa ……persone

1797, il Giustiniani, nel suo “Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli”, così descrive Sapri: Terra in provincia del Principato Citeriore Diocesi di Policastro. E’ situata alla radice del monte, accosto al mare e dista da Salerno miglia 74. Si vuole antica indicando alcuni ruderi., che tuttavia si veggono. Taluni credono che fosse stata edificata da’ Sibariti ed altri che gli antichi  romani, si fossero voluti dell’ampio porto, che si vede. Il suo territorio è fertile in grano, vino ed olio, ecc..” (….).

Nel 22 giugno 1798, muore Bonaventura Palamolla, fratello del 5° barone di Torraca, Vespasiano Palamolla

Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). “. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; 6° Biagio Palamolla, sesto Barone, ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze Donna Mariana Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone don Francesco Marchese di Poppano, ecc… .

Nel 1799, Sapri e Torraca durante la reazione Sanfedista ed il vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici

Nel 1998, su incarico dell’Amministrazione Comunale di Sapri redissi uno studio di analisi storico-urbanistico per la redazione del Piano Regolatore Generale redatto dal Prof. Francesco Forte. Lo stusio si intitolava, l’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri”. Verso la fine del testo in proposito scrivevo che: “I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali.I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, Monsignor Nicola Laudisio, plenipotenziario ‘Sanfedista’ nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. Il 23 gennaio 1799 il Regno di Napoli cadde in seguito al fallimento della spedizione dell’esercito borbonico, al comando del generale austriaco Karl von Mack per liberare Roma dai francesi. La controffensiva dei transalpini costrinse alla ritirata le truppe di Ferdinando IV, il quale fuggì a Palermo imbarcandosi sul Vanguard dell’ammiraglio Horatio Nelson con tutta la famiglia (21 dicembre 1798). Nella città fu proclamata la Repubblica Napoletana (“sorella” di quella francese) e fu innalzato l’albero della libertà. Il nome divenne celebre nel 1799 per le gesta degli insorgenti nel Regno di Napoli e nello Stato Pontificio. La parola “sanfedismo” deriva infatti da “Esercito della Santa Fede“, l’armata creata dal cardinale clabrese Fabrizio Ruffo che, tra il febbraio ed il giugno del 1799, prese parte attiva alla restaurazione del dominio borbonico a Napoli, ponendo fine alla Repubblica Napoletana. All’inizio della primavera, il cardinale Fabrizio Ruffo annunciò la costituzione di un’Armata Cristiana e Reale. Decine di migliaia di volontari accorsero da ogni parte del Regno. Il nucleo dell’Armata sanfedista fu composto da contadini, borghesi, ufficiali, finanche preti, pronti ad abbandonare famiglia, lavoro, case, chiese, per difendere la monarchia e la santa fede (da cui il nome sanfedisti), dalle truppe francesi rivoluzionarie. All’esercito si unirono anche banditi e recidivi nella speranza di vedere perdonati i propri reati, distinguendosi molto spesso in episodi di crudeltà gratuita. Guidata dal cardinale, l’armata contribuì a mettere fine all’esperienza della Repubblica Napoletana, con il conseguente ritorno sul trono di Napoli della dinastia Borbone (giugno 1799). Il cardinale Fabrizio Ruffo è sbarcato il 7 febbraio in Calabria con l’assenso regio e pochi compagni, riuscendo a costituire in poco tempo un’armata popolare (l’Esercito della Santa Fede) e a impadronirsi rapidamente della regione e quindi della Basilicata e delle Puglie. Nell’esercito di Ruffo militarono anche diversi briganti come Fra Diavolo, Panedigrano, Mammone e Sciarpa, che si distinguono con metodi feroci e sanguinari, tant’è che lo stesso Ruffo ne rimane amareggiato e non riesce a placare del tutto la loro efferatezza. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “Repubblica Partenopea” (anno 1799) e del Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (…), a pp. 65- 66-67 e s. in proposito scriveva che: “Nel gennaio 1799 da Napoli giungono, portate dai soldati dell’esercito borbonico in fuga, notizie di sommosse avvenute nella città partenopea. La prima ad insorgere è la vicina Basilicata….All’armata dell’intrepido cardinale aderirono, spinti dalla sete di sangue e ricchezza, anche molti briganti. Tra questi vi era Panedigrano, al secolo Nicola Gualtieri, con il quale il cardinale Ruffo risalì il regno facendo proseliti ecc…Il movimento controrivoluzionario, ebbe in Novi il suo caposaldo e in Vallo della Lucania il suo più fiero avversario. Torraca, che si tenne fuori da vampate rivoluzionarie filo-repubblicane, venne minacciata dai francesi i quali dopo aver devastato e conquistato i paesi limitrofi si diressero verso il paese. La gente, disperata, il 3 marzo 1799, sotto il baronato di Vespasiano Palamolla e Terese Moscati, si riunì nella chiesa della Madonna dei Cordici per chiedere alla Vergine una sua intercessione. L’intensa preghiera della popolazione fu ascoltata, ed avvenne il miracolo. Discese all’improvviso una nebbia fitta e oscura che avvolse il borgo rendendolo invisibile alla vista del nemico che passò oltre. Per contrastare il dilagare della rivoluzione repubblicana, il clero della zona cilentana intervenne infiammando la folla che accorse ad arruolarsi sotto il comando del Durante capo dei sanfedisti. Il 12 aprile 1799 venivano destituiti tutti gli apparati repubblicani di questi paesi che insorsero. Il vescovo di Policastro mons. Ludovico Ludovici, dell’ordine dei frati Minori Osservanti, (resse la diocesi dal 1797 fino al 1818, anno della sua morte) entrò in azione in prima persona. Egli si attivò riuscendo a scuotere il sud della provincia di Salerno, fino al confine calabro, infiammando gli animi con la predicazione ed attirare a se un gran numero di accoliti. Il cardinale Ruffo, visto il suo impegno per la sana causa, gli affidò il governo politico ed economico nella Provincia del Principato Citra, nominandolo ‘Generale dell’armata cristiana, commissario regio e suo ministro plenipotenziario’. Il presule non deluse le aspettative del cardinale; riuscì in poco tempo ad imporre il controllo di tutto il Cilento meridionale fino al Vallo di Diano. Dal Golfo di Policastro assicurò un tranquillo sbarco delle truppe inglesi, mentre Padula divenne la roccaforte per il controllo della Regia strada delle Calabrie. Per ottenere in breve tempo ottimi risultati, l’intrepido vescovo si circondò di elementi validi ma principalmente fidatissimi, tra questi molto sanguinari e noti briganti, come Nicola Gualtieri detto Panedigrano e Michele Pezza alias Fra Diavolo.”. Certamente gli episodi che riguardano quel momento storico ed in particolare le figure che parteciparono agli avvenimenti come ad esempio Mons. Ludovico Ludovici, Vescovo di Policastro dal …… e di Rocco Stoduti devono essere ulteriormente meglio indagati. Mons. Nicola Maria Laudisio (4), nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, non dice molto su questi episodi ma parla dei vescovi di Policastro e qualche notizia siamo riusciti a strapparla. Il Laudisio (…) ci parla del vescovo Ludovici a pp. 91-92-93, nell’edizione del Visconti. Laudisio a p. 91 in proposito scrive che: “XLVIII. Ludovico Ludovici, frate dell’Ordine dei Minori Osservanti, di Eboli, trasferito dalla diocesi di Crotone a quella di Policastro nel 1797….Fu insignito della carica di ministro plenipotenziario del defunto nostro augustissimo re Ferdinando, e ispezionò le provincie del regno e le contee del Molise, della Capitanata, di Principato Ultra e Terra di Bari; perciò, dopo l’occupazione del Regno fu con audacia sacrilega cacciato con la forza delle armi dal suo episcopo di Lauria. E come il pontefice Pio VII in quegli stessi anni fu deportato dal Quirinale a Savona e poi in Francia, così egli fu deportato dal suo episcopio a Roma e poi ad Assisi. A Roma dal pontefici Pio VII, allora regnante, fu nominato prelato domestico e suo assistente al soglio Pontificio. Passò per Rivello il comndante in capo delle truppe francesi, e gli fu consegnata dai cittadini una petizione; così, dopo parechi anni ecc…Perciò lo zelantissimo vescovo Ludovici, per liberare la sua diocesi dalla luce che serpeggiava, ecc…”. Mons. Lodovici ebbe una parte importantissima nella restaurazione del Regno Borbonico, egli ritenne utile e doveroso aiutare la Chiesa e contribuire a restaurare la monarchia, il suo impegno per la riuscita di questa missione durò oltre due anni e nel novembre del 1801 fece ritorno alla diocesi di Policastro. In un saggio on line leggiamo che: “Nel dramma di questa controrivoluzione emerge quale principale protagonista al fianco del Ruffo, il vescovo di Policastro mons. fra Lodovico Lodovici, dell’ordine dei Minori Osservanti, egli, come il cardinale Ruffo, si attivò girando in lungo e in largo il sud della provincia di Salerno, da Eboli agli Alburni, dal cuore del Cilento fino ai confini calabro-lucani infiammando gli animi con la predicazione e l’esempio, tanto da raccogliere ed armare sedicimila uomini, mettendovi a capo Don Rocco Stoduti, dando inizio all’insurrezione nel Principato Citeriore ed in tutti i comuni di fede realista. Il cardinale Vicario a questo punto credette giunto il momento di dare la responsabilità del comando degli insorti di tutto il territorio salernitano al vescovo di Policastro, gli affidò il governo politico ed economico nella provincia di Principato Citra, nominandolo “Generale dell’Armata cristiana, commissario regio, e, suo ministro plenipotenziario”. Alla caduta della Repubblica, venerdì 14 giugno 1799, Lodovico Lodovici, per la sua fedeltà verso il re, fu uno dei sei commissari regi nominati da Ferdinando IV ed inviato come “visitatore” con pieni poteri nelle terre di Lucera, Trani, Montefusco, della Capitanata (foggiano) e nel contado del Molise.”. Dopo la battaglia di Austerlitz, 2 dicembre 1805, i francesi occuparono il Regno di Napoli decretando la fine della dinastia; Lodovico Lodovici nel 1806 fu esiliato a Roma, dove divenne assistente al soglio pontificio, ritornò nel 1811 nella sua diocesi, dove morì e fu sepolto il 17 gennaio 1819: aveva 72 anni. Anche il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (….) ci dice alcune cose sull’arrivo dei francesi a Torraca. Già precedentemente e sin dal 1978 ho dedicato gran parte del mio tempo libero alla ricerca di testimonianze storiche sull’argomento, testimonianze e documenti che attestassero eventuali conferme o ripensamenti. Ho più volte pubblicato miei saggi di storia ed in seguito, nel 1998, su incarico dell’Amministrazione Comunale di Sapri avevo redatto uno studio di analisi storico-urbanistico per la redazione del Piano Regolatore Generale redatto dal Prof. Francesco Forte. Lo stusio si intitolava, l’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri”. Verso la fine del testo in proposito scrivevo che: “I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. Tuttavia, il decennio francese (1806-1815) fu una pausa troppo breve per l’opera di rinnovamento. Le aspirazioni costituzionali, sembrarono trionfare con i moti rivoluzionari del 1820, quando fra i deputati eletti del Cilento vi fu anche il canonico di Celle di Bulgheria Antonio Maria De Luca che, negli anni della reazione sanfedista organizzò in queste terre un movimento clandestino, legato a Carbonari e Filadelfi.”. I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, Monsignor Nicola Ludovico Ludovici, plenipotenziario ‘Sanfedista’ nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. In un manoscritto datato 1803 il nipote Cosmo Lodovici, canonico cantore della Collegiata della città di Eboli, tra gli arcadi sebezj “Salmoneo Meleagride” ed accademico sincero laureato, raccolse in un volume le gesta di suo zio per tramandarne ai posteri la memoria. Questo “diario-raccolta” venne in possesso del prof. Francesco Paolo Cestaro il quale da attento storico lo studiò e lo ritenne un importante e curioso saggio sanfedista perché era una sicura fonte di notizie storiche e biografiche, che citavano documenti singolari e mettevano in risalto lo spirito e la reazione popolare del nostro circondario contro i Francesi e la Repubblica Napoletana. Il volume, legato in carta pecora, è un manoscritto composto di 382 pagine, contiene oltre duecento componimenti di autori diversi ed è intitolato “Raccolta di varie composizioni italiane e latine in lode dell’Ill.mo e Rev.mo Mons, Lodovico Lodovici fatta dal Rev.mo Signore Cosmo Lodovici” -Eboli MDCCCIII-. In questa raccolta si trovavano inseriti parecchi componimenti poetici di ebolitani tra cui alcuni sonetti del signor D. Carlo d’Orsi (che fra gli Accademici Sinceri laureati aveva scelto il nome di Demarete Megalite, dai quali si apprende che egli nel 1797 aveva iniziato a scrivere la storia degli uomini illustri ebolitani), un’elegia latina di Donato Campagna ed una “cantata” per la caduta di Picerno di Salmoneo Meleagride ( Cosmo Lodovici).

Nel 1799, Rocco Stoduti e le sue probabili origini con gli Eboli di Ispani (o di Torraca)

Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “Repubblica Partenopea” (anno 1799) e del Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (…), a pp. 65- 66-67 e s. in proposito scriveva che: Tra gli uomini che accorsero al richiamo del Ludovici è doveroso citare il capomassa Rocco Stoduti, al quale lo stesso vescovo affidò un’armata di ben sedicimila uomini. Alcuni storici lo vogliono nativo di San Cristoforo, una frazione di Ispani, altri affermano invece che sia nato a Torraca. La seconda ipotesi sembrerebbe la più attendibile perchè suffragata dal fatto che in merito vengono forniti precisi dati, come la località e la data di nascita, i nomi dei suoi genitori ed anche l’esatta provenienza della mamma, della moglie ed il nome del figlio nato dal loro matrimonio. Se si accettano tali presupposti, dobbiamo ammettere quanto affermano i secondi storici, ossia che lo Stoduti è nato a Torraca nel 1756 da Carmine e Anna Eboli di Ispani, ha sposato una certa Antonia Eboli, anch’essa nativa di Ispani e dalla loro unione è nato Francesco, il quale ha seguito incondizionatamente le orme del padre. L’errore dovuto all’imprecisa collocazione del paese di nascita di Stoduti, potrebbe essere stato causato dalla provenienza della mamma e della moglie, entrambe native di Ispani. La conferma che costui sia torracchese, viene ancor più avvalorata dal fatto che in alcuni documenti del XVII e del XVIII sec. riportati dal Rev. Rocco Gaetani nel testo “La fede degli avi nostri”, questo cognome si legge di frequente. In una scrittura datata 1656, contenente il “Voto fatto dall’Università di Torraca a favore del clero di essa”, compaiono Carlo e Fabritio Stodut(o). In un altro del 1671, inerente ad un registro in cui venivano annotate le messe, spiccano i nomi di Guglielmo e Vittorio Stodut(i); ed ancora, in un elenco del 1733, ove vengono elencati i sacerdoti del paese, si fa menzione di Don Donato e Domenico Stoduti. Per finire, in un Regio Memoriale del 1778, in cui sono trascritte le regole inerenti la fondazione della Confraternita delle Anime del Purgatorio, si nominano appartenenti a tale organizzazione religiosa, Domenico e Rocco Stoduti. Da quanto accennato e dagli sparuti elementi, sarebbe azzardato affermare incondizionatamente che quest’ultimo, sia la stessa persona al quale il Vescovo di Policastro ha affidato il comando di un vero e proprio esercito, ma le coincidenze sono senz’altro numerose, specialmente le date. Come si è potuto constatare dal 1656 al 1778, degli otto Stoduti citati, nei tre documenti esiste uno solo con il nome Rocco, che in qualche modo potrebbe essere colui che nel 1799, anno della controrivoluzione monarchica intrapresa dal Cardinale Ruffo, sia stato uno degli artefici che ha portato al fallimento il sogno della Repubblica Partenopea.”. Dunque, nell’interessante passaggio, il Mallamaci (….), scrive che alcuni storici, senza citarli, ritenevano che il Rocco Stoduti, quello della reazione Sanfedista del Cardinale Ruffo fosse nato a Torraca nel 1756 da Carmine Stoduto e Anna Eboli di Ispani. Il Mallamaci scrive che: “Alcuni storici lo vogliono nativo di San Cristoforo, una frazione di Ispani, altri affermano invece che sia nato a Torraca. La seconda ipotesi sembrerebbe la più attendibile perchè suffragata dal fatto che in merito vengono forniti precisi dati, come la località e la data di nascita, i nomi dei suoi genitori ed anche l’esatta provenienza della mamma, della moglie ed il nome del figlio nato dal loro matrimonio. Se si accettano tali presupposti, dobbiamo ammettere quanto affermano i secondi storici, ossia che lo Stoduti è nato a Torraca nel 1756 da Carmine e Anna Eboli di Ispani, ha sposato una certa Antonia Eboli, anch’essa nativa di Ispani e dalla loro unione è nato Francesco, il quale ha seguito incondizionatamente le orme del padre. L’errore dovuto all’imprecisa collocazione del paese di nascita di Stoduti, potrebbe essere stato causato dalla provenienza della mamma e della moglie, entrambe native di Ispani.”.

Nel 5 novembre 1803, Vespasiano Palamolla, diventa il 5° barone di Torraca e Teresa Moscati, Marchesa di Poppano

Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). “. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “…..5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; 6° Biagio Palamolla, sesto Barone, ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze Donna Mariana Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc….”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; Ecc…”. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846……. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; ecc..”.

Dal 1806 al 1815, il Decennio Francese

Tuttavia, il decennio francese (1806-1815) fu una pausa troppo breve per l’opera di rinnovamento. Le aspirazioni costituzionali, sembrarono trionfare con i moti rivoluzionari del 1820, quando fra i deputati eletti del Cilento vi fu anche il canonico di Celle di Bulgheria Antonio Maria De Luca che, negli anni della reazione sanfedista organizzò in queste terre un movimento clandestino, legato a Carbonari e Filadelfi. Il Regno di Napoli napoleonico (formalmente Regno dele Due Sicilie) fu uno Stato fondato da Napoleone Bonaparte nel dicembre 1805, allorquando le truppe francesi occuparono il Regno di Napoli borbonico. Il Regno, che comprendeva l’Italia meridionale continentale (senza la Sicilia) aveva come capitale Napoli, e si dissolse nel 1815. Nella storia del meridione d’Italia il periodo del Regno napoleonico è anche noto come Decennio francese. Dal 1805 i francesi tornarono ad occupare la parte continentale del regno, stanziando in Puglia un presidio militare. Il regno di Napoli borbonico l’11 settembre 1805 era entrato nella terza coalizione antifrancese, palesemente ostile a Napoleone. Dopo la vittoria di Austerlitz del 2 dicembre 1805, Napoleone Bonaparte regolò definitivamente i conti con Napoli. Il 27 dicembre emise un proclama da Schönbrunn dichiarando decaduta la dinastia borbonica, che Ferdinando aveva perso il suo regno e che “il più bello dei paesi è sollevato dal giogo del più infedele degli uomini”. L’imperatore dei francesi indicò quindi il 31 dicembre il fratello Giuseppe come “Re di Napoli”. Promosse l’occupazione del napoletano, condotta con successo dal Gouvion-Saint Cyr e dal Reynier. Re Ferdinando IV con la sua corte, già nel gennaio 1806 se ne tornò a Palermo, sotto la protezione inglese. Nella fase di passaggio dal regno di Ferdinando IV a quello del Bonaparte, fu reggente il marchese Michelangelo Cianciulli. L’11 febbraio 1806 Giuseppe Bonaparte entrò nella piazzaforte di Capua e il 15 dello stesso mese fece il proprio ingresso solenne a Napoli, omaggiato dalle autorità cittadine e di governo. Il 30 marzo 1806 fu proclamato re delle Due Sicilie. Il successivo quinquennio vide il Regno seguire una politica altalenante nei confronti della Francia napoleonica che, per quanto ormai egemone sul continente, rimase sostanzialmente sulla difensiva sui mari: questa situazione non consentì al Regno napoletano, strategicamente posizionato nel Mediterraneo, di mantenere una stretta neutralità nel conflitto a tutto campo fra francesi e inglesi, i quali a loro volta minacciavano di invadere e conquistare la Sicilia. Durante il decennio dell’occupazione francese del Regno delle due Sicilie (1806-1815), il meridione d’Italia visse una vera e propria guerriglia civile. Anche il Cilento venne coinvolto, tanto dalle operazioni terrestri tanto da quelle navali, per la difesa delle coste (6). Nel Regno delle due Sicilie, durante il breve periodo di occupazione napoleonica di Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo, il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. Il rafforzamento e l’ingrandimento delle fortificazioni militari esistenti, fu certamente oggetto di particolare attenzioni del governo napoleonico, in epoca murattiana, come risulta da alcune carte inedite dell’epoca, da me ritrovati presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, da me pubblicati nell’’87 e, a cui abbiamo ivi dedicato lo studio: “Il vecchio Fortino borbonico a Sapri”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti. Durante il decennio dell’occupazione francese del Regno delle due Sicilie (1806-1815), il meridione d’Italia visse una vera e propria guerriglia civile, che si manifestò col cosiddetto “brigantaggio”, alimentato dai borboni e dagli inglesi, respinti ed arroccati in Sicilia. Anche il Cilento venne coinvolto, tanto dalle operazioni terrestri tanto da quelle navali, per la difesa delle coste (7). Nel Regno delle due Sicilie, durante il breve periodo di occupazione napoleonica di Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo, il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. Il rafforzamento e l’ingrandimento delle fortificazioni militari esistenti, fu certamente oggetto di particolare attenzioni del governo napoleonico, in epoca Murattiana, come risulta da alcuni disegni manoscritti, da me ritrovati e conservati presso la Biblioteca Nazionale di Napoli (2) che, pubblicai nel lontano 1987. Alcuni disegni manoscritti simili e di simile provenienza, furono pubblicati molti anni dopo, nel 1989, in uno studio di Antonio Caffaro (8). Molti di questi disegni , ma non quelli trovati da me ed ivi pubblicati, erano stati citati da Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa cilentana” (9) e poi successivamente, nel 1989 pubblicati da Adriano Caffaro, “Le fortificazioni della costa cilentana attraverso alcuni disegni inediti” (8). Il Caffaro (8), sebbene si fosse limitato  ai documenti che riguardavano le sole batterie e fortificazioni progettate fino a Palinuro, rimane di estremo interesse in quanto fa luce su alcuni aspetti storiografici dell’ampia documentazione conservata presso gli Archivi della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. Questa ricca documentazione pare che provenga da alcuni fondi della Biblioteca Provinciale di Salerno. La particolare attività di rilievo lungo la costa del litorale saprese a fini militari, sia durante il decennio francese (1806-1815), durante il breve periodo di occupazione napoleonica, con Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo, il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento, riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. L’Esercito del Regno di Napoli, attivo durante il decennio francese, ovvero allorquando il regno fu conquistato e governato dai napoleonidi, fu una forza armata di terra che prese parte, al fianco della Grande Armata, a molte delle principali campagne delle guerre napoleoniche. Con l’occupazione napoleonica del 1806 il trono napoletano venne affidato in un primo momento a Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone. Nel 1808, fino al 1815, il trono napoletano fu occupato invece da Gioacchino Murat, uno dei più brillanti comandanti militari dell’impero napoleonico. Il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento, riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. Nel 1891, il Dott. Nicola Gallotti (5), uno tra i primi Sindaci di Sapri dell’Italia unitaria, in alcuni suoi scritti su Sapri, riportava interessanti notizie storiche su Sapri e così scriveva: “Devo ricordare, a titolo di cronaca locale, l’esistenza di un vecchio fortino, munito pure un tempo di diversi cannoni, e sito sul lembo occidentale estremo dell’antica Sapri. Ora il Fortino è del tutto smantellato, dappoichè parecchi anni indietro ne furono tolti financo i cannoni. Intanto vi fu un momento, in cui nel 1860, Garibaldi voleva attivare a difesa questo vecchio spaldo.”. Il Gallotti, medico, in un suo pregevole scritto dell’epoca, riferiva che il Re Gioacchino Murat, visitò il paese per ispezionare il Fortino situato nell’omonima zona, la quale era guarnita di cannoni (5), mentre il Pesce, ricordava che, moschetti, cannoni e mortaretti, alcuni dei quali furono mandati nel sec. XVII a guarnire il Fortino presso il mare di Sapri e Vibonati (6). Nel presente studio, pubblichiamo una serie di documenti originali manoscritti e rari tratti dall’Archivio di Stato di Napoli e dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, le cui fotoriproduzioni digitali tratte dagli originali richieste ed ottenuto recentemente. Esse rappresentano parte della documentazione da me rinvenuta oltre trenta anni fa, presso l’Archivio di Stato di Napoli e la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. Nel 1981, ancora studente, iscritto alla Facoltà di Architettura  dell’Università ‘Federico II’ di Napoli, frequentavo spesso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, ed in particolare le due sue Sezioni: la “Napoletana” e “Manoscritti e Rari”, che custodivano diversi documenti inediti che riguardano la nostra storia passata. E’ proprio alla Biblioteca Nazionale di Napoli che trovai una serie di documenti inediti che, in seguito ne pubblicai a stampa su alcune riviste, i resoconti storici in alcuni miei studi, come Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, pubblicato a stampa sulla rivista ‘Progetto‘, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3, 4 (1) (Figg…..) e, quello pubblicato già nel lontano 1987 sulla rivista “I Corsivi”, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“. Molti dei miei studi, in seguito sono stati riassunti nel 1998, allorquando mi occupai della redazione della Relazione di Analisi Urbana:  sull'”Evoluzione storico-urbanistica di Sapri“, redatta per il nuovo Piano Regolatore Generale del Comune di Sapri, di cui fui incaricato e, depositata in Comune. In questi articoli, frutto di studi e ricerche durati anni, pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri e sul Golfo di Policastro ed in particolare alcune carte manoscritte ed inedite da me rinvenute alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. In particolare, rinvenni due disegni manoscritti inediti tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, custoditi presso la Sezione “Manoscritti e Rari“. Questi disegni, da una parte ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, da sempre prima linea di difesa alla conquista del Regno e causa principale dello spopolamento delle sue coste, dall’altra, costituiscono testimonianze che contribuiscono a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca (…). Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri – natura mito e storia ecc…”, parlando di Policastro Bussentino, a p. 181 in proposito scriveva che: Il 1 agosto 1806 le truppe francesi, allo scopo di inseguire i borbonici attraverso le Calabrie, dopo essersi divisi in vari scaglioni al comando dei loro generali, iniziarono la marcia verso la Sicilia. Alcuni seguirono le strade interne (Eboli – Sala Consilina – Lagonegro), mentre il generale Mermet marciò lungo il litorale (72). Questi, con 1500 uomini, da Vallo della Lucania si portò prima a Roccagloriosa e, dopo averla saccheggiata e devastata spietatamente, si diresse a Policastro. Qui, dopo aver compiuto stragi, rapine ed atti di intollerabile violenza e vandalismo, saccheggiò le case, vi appiccò il fuoco e quindi si arroccò, con i suoi masnadieri, nel vecchio castello (73). Gruppi di emissari borbonici, tra i quali il Colonnello Rocco Stoduti di San Cristoforo, il Maggiore Necco, il Maggiore Giuseppe Guariglia ed il sacerdote Vincenzo Peluso di Sapri, riuscirono a far pervenire agli Inglesi notizie sulla nuova situazione venutasi a creare a Policastro e nella zona. Questi ultimi inviarono immediatamente a Policastro una flotta al comando dell’Ammiraglio Sydney Smith il quale, onde stanare i francesi da loro rifugio, non esitò a dare ordine al Capitano Guglielmo Harley di bombardare il castello che, nell’occasione, venne definitivamente distrutto (74).”. Il Guzzo a p. 181, nella sua nota (73) postillava che: “(73) G. Cataldo, op. cit., p. 62”. Il Guzzo a p. 182, nella sua nota (74) postillava che: “(74) A. Acton – I borboni di Napoli – Milano – 1964 – pag. 613 e segg.”. Sempre il Guzzo a p. 183, parlando sempre di Policastro in proposito scriveva che: “L’ordine fu ristabilito dal generale Manhès il quale riuscito a sterminare, in poco tempo, i briganti, fu salutato come un liberatore. “Egli, scrive il Monnier, “fu l’istrumento di una giustizia inesorabile; non indietreggiò di fronte a qualsiasi violenza, ma in breve tempo pacificò il Regno. Sacrificando un uomo, bruciando un villaggio, ne salvava dieci; egli infine prese sopra di sè la responsabilità terribile degli atti di rigore, che furono poi causa di salvezza del paese” (75).”. Il Guzzo a p. 183, nella sua nota (75) postillava che: “(75) M. Monnier – Notizie storiche documentate sul brigantaggio nelle provincie napoletane dai tempi di Frà Diavolo sino ai nostri giorni (1862) – Napoli – 1965, pagg. 20-21.“. 

Nel 1806, le truppe francesi dei Generali Messena e Gardanne

Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della città di Lagonegro” a p. 309, in proposito scriveva che queste notizie erano state tratte dalla “Dalla relazione fatta dal Generale De Montigny-Turpin, che era Capitano dello stato maggiore del Generale Gardanne – pubblicata dal Racioppi, nel Vol. II p. 493 della ‘Storia’ – si possono apprendere i funesti particolari di quel sanguinoso combattimento, nel quale il Generale Gardanne in prima fila ed il Massena alla riserva, marciando da Lauria Inferiore a Lauria Superiore ecc…”. Infatti, Giacomo Racioppi, nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, pubblicò in apendice a pp. 493-494 il testo “Appendice I. Documenti (1). A. Incendio di Lauria – Agosto 1806. La ignota o poco nota relazione che segue riferiamo dal libro – Grands épisodes inedits et causes segrètes de la politique et des guerres sous de la Directoire executid, le Consulat et l’Empire, etc. etc. ‘Lettres à Mr. le Genénéral Pelet, directeur du depot de la Guerre, Senateur; à MM. Thiers, Lamatine, La Guerroniere et Delamarre, par M. Charles De Montigny-Turpin, general retraité. – Paris, de Soye, imprimeur, 1852, in 8°.”.

Dal 1805 al 1815, Sapri, Rocco Stoduti e l’occupazione francese

Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando e volendo a tutti i costi rivalutare la figura di Rocco Stoduti, trasformandolo da brigante che era ad un leale servitore della causa Borbonica, a p. 67, in proposito scriveva che: “La fedeltà alla corona farà sì che nel primo decennio del XIX secolo lo ritroveremo ancora una volta in prima linea con suo figlio e vari torracchesi a combattere contro gli invasori francesi. La capitolazione lo costrinse a riparare con altri compaesani in Sicilia, presso la corte del re Ferdinando IV, ove sembra sia deceduto nel 1826. Dopo la sua fuga, cosa alquanto strana, non si ha traccia nel paese di qualcuno che porti tale cognome. Non è possibile neanche attingere ulteriori notizie dai registri parrocchiali., poichè sono andati distrutti dall’incendio provocato dai soldati napoleonici.”. Il Mallamaci (….), parlando di Rocco Stoduti, a p. 67, in proposito scriveva che: “Un’altra ipotesi che porta a pensare che lo Stoduti sia nato a Torraca, è rappresentata dal fatto che gli stessi francesi nutrivano per questo paese un particolare rancore, molto probabilmente dovuto al fatto di aver dato i natali all’intrepido torracchese ed a suo figlio, ma anche per l’esistenza di un nutrito gruppo di compaesani che spalleggiava ambedue gli Stoduti e che seguiva gli incrollabili ideali monarchici da loro propugnati. Il Vescovo di Policastro ebbe un’alta considerazione di costui, tanto da affidargli l’incarico di capeggiare i sanfedisti locali, i quali ebbero rapidamente ragione sui repubblicani, estirpando dai paesi vicini della ribelle Basilicata e successivamente in molti paesi del Cilento, il simbolo della repubblica “l’albero della libertà”. Il torracchese dopo aver placato la fievole rivolta cilentana, proseguì verso la Basilicata ed una volta sedata anche la ribellione lucana si diresse verso Salerno. Praticamente, in poco più di tre mesi, il versante tirrenico fino alle montagne campane sovrastanti Sapri, era ritornato nelle mani dei lealisti, grazie all’opera di Rocco Stoduti il quale riuscì ad innalzare il bianco vessillo borbonico nei centri liberati.”. Dunque, secondo il Mallamaci, il Rocco Stoduto sposò Antonia Eboli, anch’essa nativa di Ispani e con cui ebbe un figlio di nome Francesco Stoduto. Il Mallamaci, cita il “Regio Memoriale, Regole e fondazione della pia e laicale confraternita delle Anime del Purgatorio, 1778”, pubblicato dal Rocco Gaetani nel suo “La Fede degli Avi nostri ecc..”, a pp. 260-261 e s. dove veniva citato il Rocco Stoduti ed altri Stoduti di Torraca. Carlo Pesce a p. 283 in proposito scriveva che: “mura, e spargendo terrore, saccheggio, stragi, e desolazione, si avanzavano lentamente a Napoli, altre masnade di galeotti, spediti dalla Sicilia su navi inglesi, e sbarcati nel golfo di Policastro, s’adoperavano, di conserva coi Celentani, a reprimere, a saccheggiare, a punire le popolazioni del versante occidentale. Un Rocco Stoduti di S. Cristoforo, dandosi il titolo di ‘Comandante Generale’, a capo d’una vil ciurma di galeotti e di Celentani, estese il raggio delle sue scorrerie in Lauria, Maratea, Lagonegro e Moliterno, e col pretesto di perseguire e punire i ‘Giacobini’, – come erano nomati, ad imitazione dei rivoluzionari francesi, i seguaci del nuovo ordine di cose – e ristabilire il vecchio regime, rubava e faceva rubare spudoratamente. La masnada dello Stoduti un triste giorno, irruppe in Lagonegro, e col solito pretesto di punire i fatti insurrezionali, si diede a saccheggiare varie case, fra cui principalmente quella della famiglia Tortorella in via Salce, facendo su tutto man bassa senza pietà. La cittadinanza, colta all’impensata, ecc…, al primo colpo di fucile tirato da un cittadino, se la diedero a gambe precipitosamente verso la marina di Sapri, abbandonando anche il bottino. In premio di queste scorrerie, lo Stoduti fu nominato dal Governo Borbonico Tenente Colonnello, e con tale qualità venne in Lagonegro un’altra volta, incaricato da S.M. per la ‘coscrizione dei miliziotti provinciali’, del 4 giugno 1802 (1).”. Sempre il Mallamaci, a pp. 68-69, parlando di Rocco Stoduti, cita l’episodio di Maratea ed in proposito scriveva che: “Maratea fu tra i primi paesi che dovette subire le forze filo borboniche dello Stoduti. I suoi principali protagonisti della giovane repubblica furono: l’arciprete Don Giuseppe Alitti, il frate Giambattista Basile del Convento dei Minori Orsservanti, il frate Angelo d’Albi del Convento di S. Francesco di Paola, ecc….La reazione borbonica fu pressocchè immediata ed ispirata dal vescovo di Policastro Ludovici e attuata da Rocco Stoduti, che con i suoi uomini, tra i quali molti torracchesi, ebbe ragione su tutto il territorio lagonegrese. Il 3 marzo Maratea venne occupata e quindi ricondotta sotto l’autorità del regno borbonico. Ecc…Il vescovo di Policastro, capomassa del distretto del lagonegrese, concesse ospitalità ad un ufficiale inglese Guglielmo Harley, il quale aveva il compito di organizzare l’avanzata dell’esercito monarchico. Dalla città tirrenica di Maratea, le truppe sanfediste comandate dal Durante si spinsero verso il Vallo di Diano. Ecc…Il capomassa sanfedista, torracchese Rocco Stoduti collaboratore del Durante, proveniente da Capitello, dilagò con i suoi 16.000 uomini nella Val D’Agri. Costui, diverrà tra gli uomini di spicco nella repressione repubblicana. Fedele suddito dei Borboni, sarà stimato dal Cardinale Ruffo e dal Vescovo di Policastro. La partecipazione alla repressione della rivolta repubblicana, gli valse i gradi di tenente del Regio esercito Borbonico. Tale era il suo attaccamento alla monarchia, che lo ritroveremo qualche anno dopo a fronteggiare anche l’invasione del meridione d’Italia da parte dell’esercito francese.”. Giorgio Mallamaci (….), parlando di Torraca e del periodo francese a p. 74-75 in proposito scriveva che: “Il comando dell’impresa fu affidato allo stesso Massena, il quale ebbe a sua disposizione una forza di circa 15.000 uomini. Il corpo di spedizione si mise in marcia alla fine del luglio, diviso in due colonne: la prima, che comprendeva il grosso dell’esercito e che era sotto il comando diretto del generale, amarciò verso Lagonegro per la via di Eboli fino a raggiungere Sala; la seconda composta di millecinquecento uomini sotto gli ordini di Mermet, si diresse lungo la costa verso Sapri. Il 2 agosto 1806, giunto a Montano, il Mermet mandò un distaccamento di quattrocento corsi ad assalire Laurino, paese cilentano dominante l’alta valle del Calore, alle pendici del monte Cavallo che, fu espugnato. La medesima sorte la subì Roccagloriosa, assalita nello stesso periodo dal Mermet ed invano difesa dal torracchese Rocco Stoduti e da altri due suoi compaesani: Vincenzo e Pasquale Falco e Nicola Brandi, i quali come nel 1799, fedeli sudditi del Borbone, saranno in prima fila a combattere contro i francesi. Contro gli occupanti si batterono anche le bande brigantesche ecc…Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine di controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa che avvenne l’episodio più grave. Rocco Stoduti con i suoi uomini occupò il paese ed uccise Felice De Luca, fratello del canonico De Luca. Quest’ultimo riuscì ad inviare un messaggio di aiuto ai francesi, i quali si adoperarono per riconquistare il paese. La battaglia di Roccagloriosa tra le truppe francesi e quelle dell’intrepido torracchese, ebbe inizio il 3 agosto e si dimostrò subito alquanto cruenta. Ecc…Il 4 agosto del 1806, festa di San Domenico, da Torre Orsaia il Mermet si recò a Policastro, ma poichè la via di Sapri era sotto il tiro della flotta inglese, ritornò a Torre Orsaia ad aspettare i rinforzi del Massena. Questi giunto a Lagonegro ecc…Tali notizie emergono da un libro dei morti in cui l’Arciprete Anastasio Brandi ne annotava i nomi. L’illustre sacerdote Rocco Gaetani nel suo trattato “La fede degli avi nostri” porta a conoscenza di uno di questi episodi. Egli dice che il 15 luglio ecc…ecc…”. Ecco cosa scriveva in proposito il sacerdote di Torraca, Rocco Gaetani (….), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906 per i tipi di Polizzi e Valentini. Il Gaetani dedicò un intero capitolo ai francesi: “Torraca incendiata dai soldati francesi” a pp. 10-11: “, e dai Francesi, i quali ultimi furono causa della sventura più grave che ci fosse mai toccata. Nell’anno mille settecento novantanove Napoleone, arbitro del mondo, col titolo di conquistatore usurpando l’altrui proclamava la Repubblica Partenopea, che durò sei mesi, dal ventisei gennaio al trecici giugno. I Borboni riebbero il dominio del Regno di Napoli; ma loro fu altra volta tolto colle armi e passò ad esser governato per due anni da Giuseppe Napoleone (1806-1808), ed indi per altri sette anni da Gioacchino Murat (3) (1808-1815), dal quale lo riacquistarono con la forza e governarono fino al 2 gennaio 1861, giorno della proclamazione dell’Unità d’Italia…..Preso Napoli e divenuto padrone del Regno, prima cura del principe Giuseppe fu proseguire l’esercito borbonico che ritiravasi per le Calabrie. Diecimila Francesi, comandati dal Generale Regnier, inseguivano quattordicimila Napoletani, obbedienti al Generale Damas coi quali stavano i principi reali Francesco e Leopoldo a danno più che a vantaggio della guerra. I Napoletani attendarono a Campotanese, vasta pianura, in mezzo ai monti alla quale sono ingresso e uscita due valli malagevoli e lunghe. L’oste francese che aveva rotto a Campestrino e Lagonegro poche schiere guidate dal Colonnello Sciarpa, scacciò da Rotonda uno squadrone napoletano ecc…Le terre che i  Francesi tenevano, obbedivano a Giuseppe, quelle degli Inglesi o Siciliani, a Ferdinando; le non occupate dagli eserciti ecc…Lo storico napoletano che scrive…, omise il doloroso episodio, svoltosi qui sotto il comando del generale Messena, quando era accampato nella vicina Lagonegro. Nessun cronista dei tempi, nessun storico registrò quel fatto, che lasciò profonde ferite nel cuore di questo popolo, e vi scolpì col sangue il giorno 4 agosto 1806, festa di S. Domenico, ecc…In un foglio di un registro di morti si leggono i nomi di alcuni uccisi dagli schioppi francesi, notati dall’Arciprete Anastasio Brandi (2). Ecc…”. Carlo Pesce (….) a p. 283 in proposito scriveva che: “mura, e spargendo terrore, saccheggio, stragi, e desolazione, si avanzavano lentamente a Napoli, altre masnade di galeotti, spediti dalla Sicilia su navi inglesi, e sbarcati nel golfo di Policastro, s’adoperavano, di conserva coi Celentani, a reprimere, a saccheggiare, a punire le popolazioni del versante occidentale. Un Rocco Stoduti di S. Cristoforo, dandosi il titolo di ‘Comandante Generale’, a capo d’una vil ciurma di galeotti e di Celentani, estese il raggio delle sue scorrerie in Lauria, Maratea, Lagonegro e Moliterno, e col pretesto di perseguire e punire i ‘Giacobini’, – come erano nomati, ad imitazione dei rivoluzionari francesi, i seguaci del nuovo ordine di cose – e ristabilire il vecchio regime, rubava e faceva rubare spudoratamente. La masnada dello Stoduti un triste giorno, irruppe in Lagonegro, e col solito pretesto di punire i fatti insurrezionali, si diede a saccheggiare varie case, fra cui principalmente quella della famiglia Tortorella in via Salce, facendo su tutto man bassa senza pietà. La cittadinanza, colta all’impensata, ecc…, al primo colpo di fucile tirato da un cittadino, se la diedero a gambe precipitosamente verso la marina di Sapri, abbandonando anche il bottino. In premio di queste scorrerie, lo Stoduti fu nominato dal Governo Borbonico Tenente Colonnello, e con tale qualità venne in Lagonegro un’altra volta, incaricato da S.M. per la ‘coscrizione dei miliziotti provinciali’, del 4 giugno 1802 (1).”. Francesco Barra (…), nel suo saggio apparso sulla rivista “Rassegna Storica del Risorgimento”, a p. 310, in proposito scriveva che: “A capitolare a Maratea, e ad accettare altresì di passare al servizio del regime napoleonico, furono i capomassa Tommasini, Costa, Gugliotti e De Rosa, le quali bande furono incorporate nel Corpo dei Cacciatori di Montagna di Principato Citra, comandato da un altro ex capomassa, Gerardo Curcio ‘Sciarpa’. Ma alla fine del 1807, dopo varie vicende, avrebbero finito quasi tutti col disertare e fuggire in Sicilia. Rocco e Francesco Stoduti si rifiutarono invece recisamente di cambiare bandiera, riuscendo ad eludere quasi immediatamente la sorveglianza delle autorità ed a riparare avventurosamente in Sicilia. Meno fortunato Antonio Guariglia ecc…”.

Nel 4 agosto 1806, Sapri è occupata dai generali francesi Mermet e Gardanne

Dopo la caduta di Gaeta, il re decretò la repressione delle insurrezioni in Calabria. Andrea Massena fu mandato con quindicimila uomini verso sud, dividendo l’esercito in due colonne: uno, al comando di Massena stessò, diretto in Calabria per la via di Lagonegro; l’altro comandato dal Mermet, per la via di Sapri. Mermet, giunto a Montano Antilia il 3 agosto, mandò quattrocento uomini al comando di Vincenzo Gentile all’assalto di Laurino, difesa dal capobanda Speranza, che fu saccheggiata e incendiata. Contemporaneamente, Roccagloriosa, difesa da Rocco Stoduti, fu assalita e saccheggiata da Mermet. Il 4 agosto lo stesso Mermet si recò da Torre Orsaia a Policastro Bussentino, con la speranza di arrivare senza troppi problemi a Sapri. Ma era quest’ultima difesa dalla flotta inglese che stanziava al largo di Maratea. Mermet riparò nuovamente a Torre Orsaia, in attesa di Massena, che giunto a Lagonegro, distaccò un contingente al comando del Gardanne, che espugnò e incendiò Torraca. Giorgio Mallamaci (…), continuando il suo racconto sul periodo francese, a p. 77 in proposito scriveva che: “Dopo il sacco del paese, Gardanne con la sua colonna si unì al Mermet e con lui andò ad occupare Sapri.”. Infatti, dell’episodio ne parlano anche il Pesce (…) e il Barra (…) che a differenza del primo documentano gli avvenimenti. L’episodio si verifica in seguito al terribile passaggio delle truppe francesi del generale Gardanne a Torraca il 4 agosto 1806. Così scriveva Francesco Barra (…) su ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, nel suo “Principato Citra Storia 1806”, anno 1992, p. 304 : Come si è già accennato, la marcia di Massena era stata contempo­raneamente fiancheggiata dall’invio nel Cilento di una forte colonna di 1.500 uomini, al comando del generale Mermet, che aveva il compito di congiungersi al grosso del corpo di spedizione a Sapri, dopo aver sotto­messo la regione insorta. Ecc…. Dunque, riguardo gli episodi che riguardarono Sapri ed il suo porto, il Barra (….) scriveva che: “Data alle fiamme Torraca e congiuntosi al Mermet, Gardanne marciò su Sapri, che non fu salvata neppure dall’intervento delle navi inglesi, sulle quali i borbonici furono costretti a riparare, che fecero immediatamente vela in direzione del golfo di Salerno, probabil­mente come manovra diversiva.”. Dunque, secondo la cronaca del Barra (…), i filobrobonici di Sapri, nel 1806 furono attaccati dal generale Gardanne e dovettero riparare e fuggire con la flotta Inglese che si trovava alla fonda alla baia di Sapri. Il Gardanne, generale delle truppe francesi, dopo aver distrutto e bruciato Torraca e congiuntosi alle truppe francesi del maresciallo Mermet, marciò su Sapri. Secondo il Barra (….), in ‘Cronache’ e in Rassegna Storica del Risorgimento, le notizie si desumono dalla sua nota (34) nella quale egli postillava che: 34) cfr. il rapporto di Mermet a Massena, Torre Orsaia 6 agosto 1806, in Mémoires du rol Joseph, par A. Du CASSE, Paris, 1854, vol. III, pp. 116-121.”. Dunque, la notizia si desume dal rapporto militare del maresciallo Mermet a Messena redatto da Torre Orsaia il 6 agosto 1806 e pubblicato in “Mémoires du roi Joseph, par A. Du CASSE, Paris, 1854, voI. III, pp. 116-121.”.

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(Fig….) Du Casse A., Mémoires et correspondance politique et militaire du roi Joseph, Paris, 1854, vol IX

Francesco Barra (…) su ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, nel suo “Principato Citra Storia 1806”, anno 1992, p. 304 : “Egli inviò allora in rinforzo il generale Gardanne, che lanciò le sue truppe su Torraca e congiuntosi al Mermet, Gardanne marciò su Sapri, che non fu salvata neppure dall’intervento delle navi inglesi, sulle quali i borbonici furono costretti a riparare, che fecero immediatamente vela in direzione del golfo di Salerno, probabilmente come manovra diversiva (34). Massena frattanto, ecc….”. Il Barra (…), a p. 304, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Cfr. il rapporto di Mermet a Massena, Torre Orsaia 6 agosto 1806, in ‘Mémoires du roi Joseph’, par A. Du CASSE, Paris, 1854, voI. III, pp. 116-121.”. Sempre il Barra (….), nel suo saggio apparso sulla ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, a p. 305, odopo aver detto che il Mermet va a Policastro, in proposito scriveva che: “Gentile entrò il 4 a Torre Orsaia, che trovò evacuata dagli insorgenti e proseguendo la marcia si ricongiunse con Mermet lungo la strada per Policastro. Giunti, sotto le mura della città, dalla squadra inglese, che veleggiava a largo – e che era composta da un vascello di linea, due fregate, tre brick e una ventina di scialuppe armate – si distaccarono quattro scialuppe cannoniere, che vennero a sostenere i ribelli trincerati in Policastro, che era stata nel frattempo abbandonata dagli abitanti. Rinunciando allora a proseguire per Sapri lungo la strada costiera, troppo esposta alle artiglierie nemiche, Mermet come si è già detto, aveva preferito ripiegare su Torre Orsaia.”Mons. Domenico Damiano (….), nel suo “Maratea nella storia nella luce e nella fede” dedica il capitolo “L’assedio dei francesi – 1806” e a p. 66, in proprosito scriveva che: “Il 1° agosto 1806, le truppe francesi comandate dal Maresciallo Massena, partirono da Napoli verso le Calabrie. Il Generale Gardanne, comandante l’avanguardia, era partito in precedenza, e per la strada Eboli-Sala Consilina, era giunto a Lagonegro. Il generale Mermet percorse invece la via del litorale con 1500 uomini, con l’ordine di recarsi a Policastro, indi a Sapri. Il Mermet giunse a Vallo della Lucania ecc….Laurino fu incendiata, gl’insorti di Roccagloriosa – in numero di 700 circa – opposero una forte resistenza; ma dopo un vivo combattimento, furono costretti a ritirarsi, e il paese fu incendiato: vi restarono appena cento abitanti che furono rispettati. (dale Memorie del Generale Mermet). Il Generale Gardanne, giunto a Lagonegro, pensava mettersi in comunicazione con il Mermet che trovavasi nei pressi di Torraca; lungo il tragitto gl’insorti lo obbligarono a ritirarsi. Egli, però, coll’aiuto del Messena, Comandante Supremo, allontanò il nemico, si unì al Mermet e attaccò Sapri.”.

Nel 1806 e 1808, al porto di Sapri la flotta siculo-Inglese di Sydney-Smith

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di Orazio Campagna, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 253, parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Durante la campagna francese, 1806-1811, Sapri divenne porto di Sydney-Smith per il collegamento con gli insorti del Continente, per cui gli incendi e le distruzioni del generale Mermet, e le precipitose fughe verso la Sicilia da parte “di molta gente paesana”. (48).”. Il Campagna, a p. 253 nella sua nota (48) postillava che: “(48) In ASN.SA. 524, inc. 27, e ASN.SA, 374, inc. 7.”. Dopo la vittoria di Austerlitz del 2 dicembre 1805, Napoleone occupò nuovamente con le sue truppe il reame di Napoli, dichiarando decaduta la dinastia borbonica e nominando suo fratello Giuseppe Bonaparte re di Napoli. A Giuseppe Bonaparte, nel 1808 destinato a regnare sulla Spagna (per un gioco del caso al posto del fratello di Ferdinando, Carlo IV), successe Gioacchino Murat. Murat regnò sino al maggio 1815, riprendendo per sé il titolo di Re delle Due Sicilie, cancellando l’autorità amministrativa del Regno di Sicilia, che non aveva potuto conquistare, e accentrando il potere in un unico Stato con capitale Napoli. Il Campagna si riferiva a William Sydney-Smith che  fu un ufficiale inglese della Marina britannica che combatté nella guerra di indipendenza americana e nelle guerre rivoluzionarie francesi, divenendo ammiraglio. Napoleone Bonaparte, ricordandolo nelle sue Memorie, ebbe a dire di lui: «Quest’uomo mi ha fatto perdere la mia fortuna». Proveniente da una famiglia di tradizioni militari, imparentata con William Pitt, I conte di Chatam, era il secondo figlio del capitano di fanteria John Smith. Nel novembre del 1805 Smith fu promosso al grado di Contrammiraglio e venne inviato nel Mediterraneo sotto il comando dell’ammiraglio Collingwood, che era stato nominato comandante in capo della flotta del Mediterraneo in seguito al decesso di Nelson a Trafalgar. Collingwood inviò Smith ad assistere il re Ferdinando I delle Due Sicilie nel riconquistare la capitale Napoli contro il fratello di Napoleone, Giuseppe Bonaparte, che ne era stato nominato re. Smith progettò una campagna utilizzando truppe irregolari calabresi insieme ad un corpo di spedizione inglese forte di 5.000 soldati, che avrebbero dovuto marciare su Napoli. Il 4 luglio 1806 questa forza composta sconfisse una grande formazione francese a Maida. Ancora una volta tuttavia l’incapacità di Smith nell’evitare di mancar di rispetto ai suoi superiori gli procurò l’esonero del comando delle forze da sbarco, nonostante il successo che aveva avuto il suo piano. Egli venne sostituito dal generale John Moore. Il Campagna si riferiva anche al Generale Mermet. Francesco Barra (…), nel suo ‘Cronache del brigantaggio meridionale – 1806-1815′, ed. Società Editrice meridionale, 1981, in proposito a p. 299 così scriveva che: “A Torraca vittime dei ribelli rimasero tre esponenti delia famiglia Gallotti, la cui casa fu presa d’assalto, e i cui superstiti scamparono a stento al massacro cui per intera essa era stata votata gettandosi fortu­nosamente dalle finestre. Anche nel Vallo di Diano la rivolta dilagò rapidamente. Il 18 luglio, a Bellosguardo, il patriota Tiberio Macchiaroli fu letteralmente scannato ed il suo sangue raccolto in un cappello, mentre a Sicignano Gerardo Carnevale veniva bruciato vivo. Sempre a Sicignano, insorta il 19 luglio, la popolazione assediò per quattro giorni nel castello la famiglia Bilotti, che, sopraffatta, alla fine venne quasi tutta massacrata. 20). A capeggiare l’insurrezione borbonica nel Cilento era Antonio Guariglia. Dopo essersi impadronito a viva forza di Foria, sulle alture che dominano Capo Palinuro, Guariglia era il 19 luglio a Centola ed il 20 a Pisciotta, giungendo poi con circa 400 uomini al suo paese, S. Mauro, deciso a risolvere una volta per tutte l’antica faida con i Mazziotti di Celso. Ma costoro, raccolti i patrioti cilentani e pochi còrsi nel castello di Rocca Cilento, opposero disperata resistenza alle bande borboniche, che, fermate dalle robuste muraglie e dalla decisione dei difensori, furono costrette a porre l’assedio all’antico castello. 21). Destinato dalla corte borbonica e dall’ammiraglio inglese Sidney Smith a capeggiare l’insurrezione nel Vallo di Diano era Francesco Stoduti, il quale, cogli uomini venuti dalla Sicilia e con quelli levatisi in armi nei paesi del Vallo, raccolse un migliaio di insorti, dotati dagli inglesi anche di due pezzi di artiglieria leggera. Mentre lo Stoduti penetrava dal sud nel Vallo di Diano, questo veniva chiuso a nord e ad ovest dalle masse del De Rosa e del Tommasini. Difatti, Nicola Tommasini, antico capomassa del ’99, che si era mantenuto celato sino a quell’epoca, dopo aver fatto insorgere Piaggine, suo paese natale, Valle dell’Angelo e S. Angelo a Fasanella, aveva raccolto circa 500 uomini, che i francesi si attendevano da un momento all’altro di veder sboccare nella piana di Eboli attraverso la valle del Calore. 22) Pasquale De Rosa, a sua volta, anch’egli rimasto alla macchia dopo l’occupazione francese, alla testa di un mezzo migliaio d’insorgenti si era impadronito di Sicignano e del passo dello Scorzo, strategicamente assai rilevante, perché controllava la strada delle Calabrie. 23). La situazione strategica dei francesi si era fatta in pochi giorni assai critica, giacché i ribelli controllavano in pratica l’intero Cilento, da Sapri alla foce del Sele, e buona parte del Vallo di Diano, interrompendo le comunicazioni con la Calabria, mentre gli inglesi, istallatisi a Capri, minacciavano da vicino la Costiera amalfitana e dominavano pressoché incontrastati le acque e gli estesi litorali del Principato. Il comandante militare della provincia, generale Mermet, aveva peraltro assai scarse forze a disposizione. Il 15 luglio egli riferiva con tacitiana concisione al capo di stato maggiore generale.”. Cesar Berthier: La rébellion commence. 20) cfr., per tutti questi avvenimenti, Francesco Barra, ‘Cronache del brigantaggio meridionale – 1806-1815′, ed. Società Editrice meridionale, 1981, cit., pp. 267-282. 2i) Cfr. Francesco Barra, Cronache, cit., nota 7 a p. 278. 22) ANP, 381 AP 7, fase. C. Berthier, rapporto del gen. Montbrun, Salerno 20 luglio 1806, a midi. 23) Francesco Barra (….), nel suo ‘Cronache del brigantaggio meridionale – 1806-1815′, ed. Società Editrice meridionale, 1981, a p. 271; In., Insorgenza e brigantaggio, cit., pp. 156-157. Così scriveva Francesco Barra (…) su ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, nel suo “Principato Citra Storia 1806”, anno 1992, p. 304 : “Alla testa di questi assassini quasi dapertutto si trovano frati. I monaci della Certosa di S. Lorenzo della Padula sono accusati come autori della rivolta in quei luoghi. Infatti si è osservato che essa è scoppiata solo nei feudi dipendenti dalla Certosa. Molti degli abitanti ingannati e sedotti dai frati si son presentati a render le armi e a chieder grazia, ed indi son tornati alle loro case. [] Regna fra i ribelli lo spavento e la confusione: fuggono dapertutto. Impressionato dalla ferocia della repressione indiscriminata esercitata dalle truppe francesi, che si erano comportate come in un paese di conquista, abbandonandosi ad eccessi di ogni genere a danno delle popo­lazioni, Messena emanò da Padula un severo ordine del giorno, con cui prescriveva il rigoroso rispetto degli abitanti, anche allo scopo dichiarato di evitare di spingere a ribellarsi persino le persone più tranquille, forzandole a gettarsi nelle file dei ribelli, rendendo così la guerra più lunga e disastrosa a. 33) La mattina del 5 il maresciallo abbandonò la Certosa, avviandosi verso Lagonegro, lasciando l’appartamento abbaziale al re Giu­seppe, che vi giunse a sera con la sua Guardia, trattenendovisi sino al 7. Vana fu la difesa di Lagonegro, inutilmente rafforzata dagli insorti cala­bresi di Antonio Versace Genialitz e da sei pezzi di artiglieria sbarcati dalle navi inglesi e trasportati sin li attraverso i monti a dorso d’asino per ordine di Sidney Smith. A Lagonegro il maresciallo seppe che il generale Mermet, che avanzava dal Cilento con 1.500 uomini verso Policastro e Sapri, aveva dovuto ritirarsi da Policastro su Torre Orsaia, per non esporsi alle offese della squadra inglese, che incrociava minaccio­samente in prossimità della costa. Egli inviò allora in rinforzo il gene­rale Gardanne, che lanciò le sue truppe su Torraca, i cui difensori furono sorpresi e fatti a pezzi. Data alle fiamme Torraca e congiuntosi al Mermet, Gardanne marciò su Sapri, che non fu salvata neppure dall’intervento delle navi inglesi, sulle quali i borbonici furono costretti a riparare, che fecero immediatamente vela in direzione del golfo di Salerno, probabil­mente come manovra diversiva. 34) Massena, frattanto, dopo aver fortemente trincerato Lagonegro, proseguì la sua marcia, e l’8 agosto stroncò spieta­tamente la resistenza di Lauria, aprendosi definitivamente la via delle Calabrie. Come si è già accennato, la marcia di Massena era stata contempo­raneamente fiancheggiata dall’invio nel Cilento di una forte colonna di 1.500 uomini, al comando del generale Mermet, che aveva il compito di congiungersi al grosso del corpo di spedizione a Sapri, dopo aver sotto­messo la regione insorta. Il 1 agosto Mermet giunse a Vallo, dove rice­vette la sottomissione degli insorti di Novi, due capi dei quali furono fucilati. Il 3 agosto, prima dell’alba, riprese la marcia, distaccando da 33) il documento, quanto mai significativo, è riportato in E. GACIIOT, Histoire mllitaire de Massena, cit., pp. 204-205.”. Sempre il Barra (….), a p. 304 nella sua nota (34) postillava che: 34) Roccagloriosa rimase a lungo in uno stato di profonda desolazione a causa della perdita avuta de’ più bravi individui di essa, e del sofferto incendio, come si legge in una supplica presentata dal Comune nel 1808, in Francesco Barra (…), Cronache, cit., p. 278.”.

Mermet a Lagonegro

Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri – natura mito e storia ecc…”, parlando di Policastro Bussentino, a p. 181, riferendosi all’agosto del 1806 in proposito scriveva che: Gruppi di emissari borbonici, tra i quali il Colonnello Rocco Stoduti di San Cristoforo, il Maggiore Necco, il Maggiore Giuseppe Guariglia ed il sacerdote Vincenzo Peluso di Sapri, riuscirono a far pervenire agli Inglesi notizie sulla nuova situazione venutasi a creare a Policastro e nella zona. Questi ultimi inviarono immediatamente a Policastro una flotta al comando dell’Ammiraglio Sydney Smith il quale, onde stanare i francesi da loro rifugio, non esitò a dare ordine al Capitano Guglielmo Harley di bombardare il castello che, nell’occasione, venne definitivamente distrutto (74).”. Il Guzzo a p. 181, nella sua nota (73) postillava che: “(73) G. Cataldo, op. cit., p. 62”. Il Guzzo a p. 182, nella sua nota (74) postillava che: “(74) A. Acton – I borboni di Napoli – Milano – 1964 – pag. 613 e segg.”. Il Cataldo (…), nella sua opera su Policastro, a pp. 62-63 in proposito scriveva che: “Nel golfo di Policastro sbarcavano spesso flotte di navi inglesi, comandate dall’ammiraglio Sydney Smith, alleato di Ferdinando di Borbone. Trentasei soldati col tenente Slesor furono mandati sul castello di Maratea presso il colonnello A. Mandarini, borboniano; altri gruppi di emissari borboniani trovarono modo di molestare i nuovi dominatori, grazie all’appoggio del colonnello Rocco Stoduti di S. Cristoforo, dei Maggiori Giuseppe Necco e Antonio Guariglia, e D. Vincenzo Peluso di Sapri. Il Peluso fu devotissimo della corte borbonica e la seguì fino a Palermo; spesso approdava a Policastro ecc….Un’altra flotta, proveniente dalla Sicilia, comandata dal generale inglese Sir Stuart e da un principe reale, fece sbarcare a Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, che assalirono Roccagloriosa, Bosco, Torre Orsaia, Sanza, Fortino di Battaglia e Lago Serino. Era l’anno 1808. (Racioppi, op. cit., p. 461).”Mons. Domenico Damiano (….), nel suo “Maratea nella storia nella luce e nella fede” dedica il capitolo “L’assedio dei francesi – 1806” e a p. 66, in proprosito scriveva che: “Il 1° agosto 1806, le truppe francesi comandate dal Maresciallo Massena, partirono da Napoli verso le Calabrie. Ecc…Dagli scritti del Colonnello Ferrari, che ritrae molto bene l’episodio della resistenza del Castello di Maratea, rileviamo che un giorno l’ammiraglio Sydney-Smith, alleato del Re Ferdinando di Borbone e comandante la flotta inglese nel Golfo di Policastro, mandò trentasei soldati col tenente Slesor sul Castello di Maratea, dove furono ricevuti con molta cortesia dal Mandarini, fedele Borboniano e capo delle masse riunite in quel luogo. I soldati inglesi ne ebbero una camicia ognuno di tela d’Olanda, ed ebbero l’incarico di portare in dono all’Ammiraglio un capriolo vivo con gli omaggi del Mandarini. In quella occasione Sydney-Smith nominò il Mandarini ‘Luogotenente della Regia Corte’ di Maratea, e, in un secondo tempo, ‘Vice-Preside di Basilicata, incaricato dal Re nelle limitrofe provincie di Calabria e Principato’, nomine confermate dalla corte di Palermo, la quale mise pure agli ordini del Mandarini le truppe volonti comandate dal Ten. Colonn. D. Rocco Staduto, nonchè dai Maggiori D. Antonio Guariglia e D. Giuseppe Necco.”. Il Damiano (….) a p. 68 si riferiva al Colonnello Giuseppe Ferrari, L’insurrezione calabrese e l’assedio di Amantea del 1806, Roma, Officina poligrafica editrice, 1911.

Nel 9 agosto 1806 Messena arriva a Lauria e fa un massacro

Il Massena, partito da Lagonegro per la Calabria, trovò la strada bloccata a Lauria. Dopo due tentativi di trattativa, Massena assalì la cittadi